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giovedì 15 luglio 2021

Ora basta. di Gianni Minà

Buona lettura. Italia-Cuba Senigallia.

Sessant’anni e 12 presidenti fa, scattava l’embargo nordamericano a Cuba. Obama, nel dicembre 2014, dichiarò: “Abbiamo fallito, non abbiamo piegato Cuba. E’ ora di cambiare”.

I cubani avevano dimostrato, in tutti questi anni, dopo aggressioni subite, contrarietà e sacrifici, di voler rimanere fedeli ai loro ideali di indipendenza e giustizia sociale, secondo un modello economico socialista. Cuba non solo non è collassata, ma ha dimostrato come l’embargo economico a un popolo è una delle forme di pressione “diplomatica” tra le più crudeli mai conosciute.

Cuba è sopravvissuta sia al fallimento del socialismo reale, sia a quello del neoliberismo reale, le cui storture, la miseria, la violenza sono state risparmiate a questo popolo, nonostante le difficoltà oggettive di chi vive sempre più asserragliato e praticamente alla fame.

I cubani in tutto questo tempo hanno  dimostrato che non hanno vissuto in un “gulag tropicale” come i media hanno sempre voluto descrivere questa piccola isola in maniera capziosa: non si sopravvive alla crudezza del periodo speciale, con turisti che vanno e vengono, senza un consenso di massa che non è basato sulla repressione.

Né gli Usa hanno mai voluto riconoscere la Rivoluzione e il suo corso storico.

La diplomazia nordamericana è costruita anche di termini usati come bastoni: per loro dittatura è tutto ciò che è diverso dalla loro ideologia neoliberale, il concetto guevariano dell’hombre nuevo, dell’uomo al centro, una forma diversa dello Stato e soprattutto il concetto di democrazia e di autodeterminazione sono quasi spazzate via dall’odio verso tutto ciò che “puzza” di comunismo.

Gli Stati Uniti hanno sempre tentato di gettare fango sulla reputazione di questa piccola Isola che non ha nessuna ricchezza, né materie prime su cui fare affidamento, ma solo la potenza della propria cultura e delle proprie idee: un prestigio “morale” che tutte le nazioni povere, tutti i popoli del Terzo Mondo riconoscono a Cuba.

Nel 1998, grazie anche all’aiuto di un terzo attore, il Vaticano, Karol Wojtyla aveva aperto Cuba al mondo (“e il mondo si apra a Cuba” come disse papa Giovanni Paolo II in un suo discorso storico), Joseph Ratzinger aveva messo fine al conflitto tra Santa Sede e Cuba e ultimamente Papa Francesco (che, con la confidenza di un amico, aveva chiesto a  un Fidel anziano, di pregare per lui) aveva dato una spinta potente per farci tutti sperare, finalmente, in un miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, con il Presidente Obama che aveva deciso di ripristinare le relazioni diplomatiche interrotte dal ’61.

Ma se Obama aveva teso una mano a Cuba, Trump prima e Biden ora, hanno usato e usano la loro politica destabilizzante per strangolare definitamente questa piccola nazione. Obama all’epoca aveva comunque chiarito che non si stavano cambiando gli obiettivi che regolano la politica estera nordamericana, basata sul suo modello di democrazia, ideale per il mondo intero e fondata sulla ideologia neoliberista. Semplicemente confermava “un cambiamento di metodo nell’approccio”. Oggi sta davanti agli occhi di tutti il metodo degli ultimi due presidenti: l’aggravamento del blocco economico e l’incitamento ai disordini tramite i social network.

Se Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, affermava l’esigenza di “mettere fine a una strategia che doveva terminare da tempo” chiedendo “la fine di mezzo secolo di politica fallimentare nei riguardi del cortile di casa” oggi, in tempo di pandemia che ha messo in ginocchio tutto il mondo, Trump ha inserito circa 240 restrizioni in più su quella che è la legge più iniqua, dopo la Legge Torricelli, la Legge Helms-Barton.

 

Nel 1992 Bush padre, con la Legge Torricelli, non solo aveva inasprito il blocco economico dando vita a uno dei periodi più bui di Cuba, il “periodo speciale”, ma per la prima volta aveva violato il diritto internazionale. Ogni legge promulgata in qualsiasi paese, infatti, non può essere applicata fuori dai propri confini; la legge Torricelli invece è estesa a tutti i paesi del mondo, per cui, ad esempio, se una qualsiasi nave entra nei porti cubani, è vietato entrare negli Stati Uniti nei 6 mesi successivi. In questo modo le compagnie di navigazione preferiscono non commerciare con Cuba e Cuba, che è un’isola, deve pagare a caro prezzo far consegnare le merci sulla sua terra. Questa legge prevede sanzioni anche verso chi fornisce assistenza ai cubani: se un paese dà 100 milioni a Cuba, gli Usa riducono di 100 milioni gli eventuali aiuti a questo paese[1].

Nel 1996 Clinton adottò la Legge Helms-Burton che oltre ad essere extraterritoriale è pure retroattiva. Anche questo è vietato dal diritto internazionale.

Nel 2004 il sadico Bush figlio, con la sua “Commissione assistenza per una Cuba Libera” aveva imposto ai cittadini cubani residenti negli Usa il rimpatrio solo per 2 settimane ogni 3 anni, provando però che fosse un parente stretto di una famiglia residente a Cuba. Aveva ridotto a 100 dollari la rimessa mensile; se però i parenti erano iscritti al partito comunista, l’importo si riduceva a zero.

Nel 2006, poi, le restrizioni si erano aggravate, le aziende dovevano scegliere: o si commercia con Cuba o con gli Stati Uniti. Per commerciare con gli Stati Uniti bisognava (e bisogna) dimostrare che i prodotti venduti non contengano nulla di origine cubana; addirittura, il consumo di prodotti cubani per i cittadini statunitensi fa rischiare loro sanzioni e/o 10 anni di galera.

Oggi le 240 misure contro Cuba imposte dall’amministrazione Trump pesano come una pietra tombale ed hanno l’unico obiettivo di strozzare economicamente il Paese, sovvertire l’ordine interno, creare una situazione di ingovernabilità e rovesciare la Rivoluzione.

Parte di queste sanzioni riguardano il Titolo III della Legge Helms-Burton che permette ai cittadini americani, o cubani divenuti poi americani, di fare causa a compagnie accusate di «trafficare» con le proprietà confiscate dal governo cubano. La decisione di consentire azioni legali nei tribunali statunitensi ha un impatto negativo sulle prospettive di attrazione di investimenti esteri, che si aggiunge agli ostacoli già esistenti a causa del quadro normativo del blocco. Finora ci sono 28 procedimenti legali avviati nei tribunali statunitensi. Il collega Da Rin sul Sole 24 Ore  elenca alcuni casi paradossali. [2]

Riguardo ai viaggi, la creazione dell’elenco degli alloggi vietati a Cuba, che comprende 422 hotel e case in affitto, ha scoraggiato i turisti. Sono stati anche cancellati i voli regolari e charter per l’intero Paese, ad eccezione dell’Avana, le cui frequenze sono state anch’esse limitate. In questi 240 “aggiustamenti” è compresa la decisione di limitare l’importo delle rimesse a mille dollari al trimestre, la sospensione delle rimesse non familiari e il divieto di inviare denaro da paesi terzi attraverso Western Union, hanno imposto ulteriori limitazioni al reddito di molti cubani.  Ed anche la creazione da parte del Dipartimento di Stato dell’”Elenco delle entità soggette a restrizioni cubane”, con la quale alle persone soggette alla giurisdizione statunitense è vietato condurre transazioni finanziarie dirette. Le società incluse nell’elenco sono 231. In questo settore, è sorta la decisione di non rinnovare la licenza di attività a Cuba della compagnia alberghiera Marriott International, al fine di seminare un clima di incertezza nella comunità imprenditoriale.Durante l’amministrazione Trump ha avuto luogo una meticolosa persecuzione delle operazioni bancarie-finanziarie di Cuba e un notevole aumento delle segnalazioni di chiusura di conti bancari, negazione delle transazioni e altri ostacoli incontrati dalle rappresentanze diplomatiche e commerciali all’estero.Parallelamente alla strategia contro il Venezuela e con il pretesto della presunta ingerenza di Cuba in quel paese, sono state adottate misure contro navi, compagnie di navigazione, compagnie di assicurazione e riassicurazione legate al trasporto di carburanti. Solo nel 2019 sono state penalizzate 53 navi e 27 compagnie. Notevoli anche le pressioni contro i governi che registrano o segnalano le navi. Infine, l’11 gennaio di quest’anno Cuba è stata inserita nell’elenco degli Stati che sponsorizzano il terrorismo; tre giorni dopo figura nell’elenco degli Avversari Esteri del Dipartimento del Commercio, in virtù di un ordine esecutivo firmato da Trump.Per quanto riguarda la sanità, gli Stati Uniti hanno spinto per la fine degli accordi con diversi paesi e hanno aumentato la pressione sulle organizzazioni multilaterali. Questa politica iper-aggressiva si traduce nell’assurda situazione in cui questa Isola dei Caraibi ha creato più di un vaccino contro il Covid, ma non può vaccinare la popolazione perché non ha le siringhe necessarie (o, ad esempio, gli elettrodi pregellati o i cateteri cardiaci pediatrici o il banale gel per le ecografie)  perché non c’è nessuna azienda disposta a rischiare uno stop commerciale di sei mesi per venderle a Cuba. Noi italiani, i medici cubani della brigata Henry Reeve (voluta da Fidel Castro nel 2005 per le emergenze e le epidemie, soprattutto di ebola, in Africa) nel momento più tragico della pandemia li abbiamo conosciuti: sono venuti a Crema, ad aiutare nell’ospedale da campo e se ne sono andati a epidemia rientrata. Ma il contrasto tra la storica narrazione su Cuba e l’umanità di queste persone che hanno aderito alla nostra richiesta di aiuto in un momento terribile per il nostro Paese, è stato troppo scandaloso per alcuni: ultimamente alcuni dei nostri media mainstream hanno sporcato di fango anche loro, scambiando il lavoro solidale come una forma di schiavitù, sostenendo che sono stati obbligati dal regime cubano a lavorare gratis o sottopagati.  Sto aspettando con ansia la ribellione di tutti i volontari e operatori di pace che, per un proprio ideale religioso o politico, portano avanti un progetto di vita solidale.

Eppure, il Parlamento Europeo, stritolato da tempo tra gli interessi Usa e il nuovo, rampante capitalismo cinese, ha pensato bene di approvare un progetto di risoluzione intitolato “Sui diritti umani e la situazione politica a Cuba” che indica anche questo aspetto sul lavoro dei medici cubani, presentato da Vox (Spagna), Fratelli d’Italia e HSP-AS (Croazia), dal gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, dal PiS polacco, dal Partito Popolare spagnolo (PP), dall’alleanza liberale Renew Europe, a cui appartiene anche la FDP tedesca e dall’Osservatorio cubano dei diritti umani, una delle tante organizzazioni controrivoluzionarie finanziate dai contribuenti statunitensi. L’Osservatorio cubano dei diritti umani, infatti, ha ricevuto dalla NED (National Endowment for Democracy) nel 2017 più di 120mila dollari per le sue azioni sovversive contro il governo cubano.

Ultimamente, nel panorama internazionale, stiamo assistendo all’aumento di una certa confusione informativa proveniente da realtà non governative. Nella rivista “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo” di cui sono stato direttore ed editore dal 2000 al 2015, avevo spiegato con molta preoccupazione il caso di Reporter sains frontieres nei confronti di Cuba, il cui direttore, Robert Menard, nel 2008, si dimise per andare nelle fila del Front National di Le Pen.

La risoluzione, poi,  è passata con 386 voti a favore, 236 contrari e 59 astensioni. Non è stata quindi causale questa votazione, ma una precisa posizione politica, avvallata anche dall’Italia, con la votazione contraria, il 26 marzo scorso, assieme ad altri 14 paesi, contro la risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sulle “ripercussioni negative delle sanzioni economiche nel godimento dei diritti umani che esorta gli Stati ad eliminare, interrompere l’adozione, il mantenimento o l’applicazione di sanzioni verso altri paesi”. Il blocco economico, però, è una sanzione applicata dagli Stati Uniti contro Cuba; votando contro la sospensione delle sanzioni la Comunità Europea conferma la necessità del blocco quale forma di pressione verso il governo cubano.

Super efficienti quindi per quanto riguarda la situazione “dei diritti umani a Cuba”, ma sordi e duri di cuore ai continui richiami del nostro Paese e di ong sui diritti umani calpestati  dei migranti che solcano il Mediterraneo per avere una speranza di vita, in balia di scafisti senza scrupoli e trovando spesso la morte ad accoglierli. Ma la comunità Europea, ultimamente, sta vivendo momenti di forte imbarazzo, perché il loro ambasciatore all’Avana, Borrell, in una intervista, non se l’è proprio sentita di considerare Cuba una dittatura. Rumori di straccio di vesti da Bruxelles, ma senso della vergogna, zero.

A proposito, la ormai storica generosità degli abitanti di Lampedusa, che da anni accolgono i vivi e i morti che il mare sputa quasi ogni giorno, come la vogliamo considerare? Sfruttamento? Lavoro mal retribuito? Schiavitù? Alla coscienza di ognuno la risposta. So solamente che quindici anni fa scrivevo una facile profezia sul mare di gente disperata che ci avrebbe sommerso, stretta tra una morsa di guerre “portatrici di democrazia” e sfruttamento atavico del loro territorio.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo, su Cuba, alla tempesta perfetta: un grosso focolaio di covid 19 scoppiato a Matanzas (il governo ha inviato due brigate di 60 medici per alleggerire gli ospedali quasi al collasso); la quotidianità resa sempre più difficile, quasi impossibile per la difficoltà a reperire beni di prima necessità, ma anche per via dei trasporti, diradati perchè la benzina scarseggia da tempo; l’aggressività della disinformazione che parte da Miami e si ingigantisce sui social network, proteste fatte passare per “assalto al regime castrista”,  false notizie sull’ipotetico appoggio degli artisti più prestigiosi.La musica unisce, la musica divide, pare.Buena Fe, insieme a un folto gruppo di artisti, ha confermato la sua posizione e appartenenza di sinistra davanti alle telecamere della televisione cubana. Il cantante, che gode della simpatia di milioni di followers dentro e fuori l’Isola, ha rimarcato: “Questo Paese va difeso per convinzione. Guai a chi sbaglia e crede che tutti noi che difendiamo la Rivoluzione siamo degli stronzi. Attenzione a questo! (…) Qui ci sono tante persone che si sono suicidate per questo Paese, la nostra stessa famiglia. Quello stesso sangue è lì. Non tradite quel sangue”.Di contro, due rapper, residenti nell’Isola, Maykel Osorbo e El Funky insieme ad altri musicisti che vivono a Miami, hanno prodotto la canzone “Patria y vida” (parafrasando “Patria o muerte” di Fidel) ottenendo milioni di visualizzazioni. Alcuni di loro appartengono al Movimiento San Isidro, la cui protesta aveva fatto immediatamente il giro dei media. Il Dipartimento di Stato degli USA aveva immediatamente supportato il Movimento sostenendo la necessità di rafforzare “la capacità dei gruppi indipendenti della società civile a Cuba di promuovere i diritti civili e politici nell’isola” e aveva condannato “la responsabilità dei funzionari cubani nelle violazioni dei diritti umani”. Una metodologia già trita e ritrita nel corso della vita politica cubana.Anayansi Castellón Jiménez, a capo del Dipartimento di Filosofia dell’Università Centrale “Marta Abreu” di Las Villas, contestualizza in una intervista a Cubadebate[3]: “Esiste una sorta di manuale delle operazioni psicologiche delle agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti, lo abbiamo visto più volte in Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Argentina e Brasile, nell’ambito del laboratorio sperimentale permanente dell’imperialismo, che usa la stessa formula per generare i pretesti che permettono loro di attivare più sanzioni e persino di giustificare le loro avventure di guerra. Creano il problema e promettono una soluzione che porta ad una maggiore sofferenza i nostri popoli”.La disinformazione su Cuba è sempre esistita, l’arma potente usata dagli Stati Uniti, maestri nella fabbrica dell’informazione e che ora ha all’attivo i mezzi tecnologici sempre più sofisticati, dove è molto difficile verificare i limiti tra verità e finzione. Difficile, ma non impossibile, anche se in questo momento si bada più alla rapidità, alla immediatezza piuttosto che alla verifica dei contenuti. I social media vogliono apparire neutri, grandi piattaforme “democratiche” a cui tutti possono accedere, ma in realtà sono portatori essi stessi di una determinata ideologia,  quella della razza padrona. E’ ormai un dato di fatto cosa sta avvenendo attorno a Facebook, già responsabile dello scandalo delle fake news durante la campagna elettorale Trump-Clinton e dichiarata responsabile, secondo le Nazioni Unite, Reuters e New York Times, del genocidio dei Rohingya, in Myanmar. E’ una vera e propria nuova guerra, anzi, una no linear war, come l’aveva definita Vladislav Surkov, uno dei più stretti collaboratori di Putin, fatta manovrando i media tradizionali e i social network: un’azione mirata anche attraverso le fake news, tesa alla scomposizione dei conflitti. Si sfocano volutamente i punti di riferimento e una certa narrazione di fronte alle opinioni pubbliche, ai media e ai decisori politici. Tutto si gioca su un incessante lavoro di reputazione e immagine degli altri. Cuba (ma anche altri paesi non allineati) è inserita in questa no linear war da parecchio tempo, cambiano i mezzi, ma la tecnica è sempre la stessa. E’ insomma una guerra comoda: si risparmia sul costo degli armamenti e sulle vittime militari e non si rischia la condanna della opinione pubblica internazionale.Quello che sta succedendo a Cuba, inoltre, si deve vedere in un’ottica più globale: dalle elezioni in Ecuador turbate dalle fake news intorno al candidato correista, alle irregolarità per decretare la vittoria di Luis Arce in Bolivia; stessa situazione in Perù con Pedro Castillo, la demonizzazione continuata di Nicolas Maduro, presidente venezuelano, i tentativi di impedire la candidatura di Lula in Brasile, sono il frutto marcio di una politica che gli Stati Uniti hanno sempre avuto per il loro “cortile di casa”.

Il 23 giugno scorso, l’Onu approva, quasi all’unanimità, la risoluzione per la fine dell’embargo a Cuba, che ha provocato da varie decadi, sofferenze e danni incalcolabili. Unici due astenuti: Stati Uniti e Israele. Obama, nel 2016, aveva scelto l’astensione, ma con Trump prima e ora con Biden, si è ritornati al voto contrario.

Oggi stiamo assistendo a un Golia che, non contento della sua violenza usata contro chi non può e non vuole rispondere alle provocazioni, blocca le braccia a Davide per colpirlo meglio e di più.

E’ una situazione inaccettabile e pericolosa: oggi tocca a Cuba, domani potrebbe toccare, per interessi di ogni tipo, a qualunque Paese si discosti dal pensiero corale.

E’ una situazione inaccettabile per un Paese come Cuba, che è portatore di un sistema unico nel panorama politico mondiale, a cui ha aderito il suo popolo.

E’ una situazione così inaccettabile che mi è impossibile voltare la faccia da un’altra parte, come uomo e come giornalista.

Vorrei infine, segnalarvi l’operato dell’Associazione Amicizia Italia Cuba, che da decenni aiuta questa piccola Isola. In questi giorni si sta prodigando alla raccolta fondi per comprare 10milioni di siringhe per la vaccinazione del popolo cubano. Servono 800mila euro da destinarsi al Ministero della Salute Pubblica di Cuba [4].

Dobbiamo aiutarli, per aiutarci a restare umani.

Gianni Minà

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[1] https://www.agenziainterscambiocuba.org/contesto-politico-embargo-ieri-e-oggi/

[2]https://www.ilsole24ore.com/art/cuba-stop-disgelo-usa-trump-tornano-all-embargo-ABhqWitB?refresh_ce=1

[3] http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/12/10/la-verdad-siempre-es-revolucionaria-arte-libertad-de-expresion-y-dialogo-dentro-del-socialismo/?fbclid=IwAR3D91qYMTqruMqnBC3yuW9ieXS9ZJoYnmeM-DSa1mNmktFWXtcIM6m2y1Y

[4] https://www.facebook.com/associazione.italiacuba/photos/a.404439848798/10159601446153799/

 

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sabato 29 maggio 2021

29 e 30 maggio 2021 giornate di mobilitazione nazionale per l’eliminazione del blocco economico contro Cuba.

Il 23 giugno 2021 l’isola caraibica presenterà per la 29° volta la risoluzione ““Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba” per un voto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Dalla sua prima presentazione negli anni 1990, la grande maggioranza dei paesi ha chiesto ogni anno la fine immediata dell’assedio.

Tuttavia, gli Stati Uniti la mantengono e la intensificano con misure coercitive unilaterali.

L’eliminazione del Bloqueo rappresenta l’obbiettivo primario per l’eliminazione delle coercitive misure statunitensi rappresenti un imperativo categorico, non solo per Cuba ma per l’umanità intera.

L’illegale, criminale e genocida Bloqueo è stato ulteriormente inasprito sotto la nefasta presidenza Trump, attraverso l’applicazione di 243 disposizioni per rafforzare la politica del blocco, anche durante la pandemia Covid-19, volte ad annientare la resistenza del popolo cubano

Stiamo parlando dell’assedio economico, commerciale e finanziario più lungo che la storia dell’umanità abbia mal conosciuto, un assedio che causa profonde perdite all’economia cubana, limitandone il diritto allo sviluppo. Secondo l’ultimo rapporto preparato dalla nazione caraibica, le perdite tra aprile 2019 e marzo 2020 hanno superato per la prima volta i cinque miliardi di dollari (cinquemila 570,3 milioni). Il comportamento statunitense è odioso, ma lo è ancor di più in un periodo storico caratterizzato dagli effetti della pandemia da Covid-19.

Inoltre, gli Stati Uniti hanno incluso Cuba nelle liste dei paesi che presumibilmente non cooperano contro il terrorismo e nella lista delle nazioni che sponsorizzano questo flagello, il che ha causato il rifiuto della comunità internazionale.

Cuba è stata vittima di 713 atti terroristici, la maggior parte dei quali organizzati, finanziati ed eseguiti dal governo degli Stati Uniti o da individui e organizzazioni che ricevono rifugio o agiscono impunemente in quel territorio. Questi atti sono costati la vita a 3.478 persone e hanno causato disabilità a 2.099 cittadini cubani. Il danno umano ed economico è stato stimato in 181 miliardi di dollari.

La Costituzione di Cuba approva il ripudio e la condanna del terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni.

Queste norme che proteggono il blocco contro l’isola costituiscono, di fatto, un atto di guerra economica, di natura marcatamente extraterritoriale e violano il diritto internazionale.

L’internazionalismo solidale da sempre dimostrato da Cuba e recentemente sperimentato anche in Italia con la presenza di due Brigate Mediche (Crema e Torino), ha ora bisogno del nostro appoggio: chiediamo al movimento di solidarietà con Cuba, al mondo dell’associaziomsmo, del sindacato, delle istituzioni, della politica, di rafforzare la denuncia del blocco e di aderire a questo appello lanciato dall’Associazione Nazionale di Amicizia Italia- Cuba.

Di seguito l’lenco di tutte le piazze/luoghi dove saremo presenti tra sabato e domenica:

Roma, Milano, Torino, Genova, Como, Savona, Crema, Verona, Livorno, Lodi, Cremona, Pordenone, Venezia, Napoli, Cagliari, Faenza, Ravenna, Lugo, Padova, Desenzano, Ancona, Senigallia, Palermo, Trento, Catania, Adrano, Trieste, Sanremo, Imperia, Ceriale e Cosenza.

Il Circolo di Senigallia esporrà lo striscione contro il Blocco domani mattina a partire dalle ore 8:30 a Senigallia davanti alla Rotonda in Piazzale della Libertà. Leggi tutto...

martedì 8 dicembre 2020

Si chiama Soberana la via cubana al vaccino anti-Covid.

 


Allo sviluppo dei vaccini cubani collabora anche un ricercatore italiano, il 35enne Fabrizio Chiodo di seguito l’intervista pubblicata su Il Manifesto del 2 dicembre scorso.

Buona lettura.  Italia-Cuba Senigallia

Le immagini dei medici cubani sbarcati nel bergamasco per aiutare i colleghi travolti dal Covid-19 in primavera hanno fatto il giro del mondo. D’altronde i medici cubani sono spesso inviati all’estero per aiutare i paesi alle prese con emergenze sanitarie. È successo con il Brasile, dove hanno garantito assistenza sanitaria nelle aree più povere del paese, e in Africa occidentale all’epoca dell’epidemia di Ebola nel 2014. Alla salute dei paesi più poveri (e anche di quelli ricchi come il nostro) Cuba contribuisce non solo con la cooperazione umanitaria.

Anche dal punto di vista della ricerca e dello sviluppo di farmaci, e in particolar modo dei vaccini, l’industria biotecnologica cubana è spesso all’avanguardia. Così, mentre i vaccini anti-Covid sviluppati da multinazionali come Pfizer, Moderna e AstraZeneca dominano le cronache dei giornali, Cuba ha forse trovato una sua strada autonoma, e più silenziosa, nella lotta alla pandemia. Secondo i dati raccolti da Carl Zimmer, il giornalista del New York Times che segue lo sviluppo dei vaccini in tutto il mondo, i vaccini cubani rappresentano l’8% di tutti i vaccini giunti finora alla sperimentazione clinica. Allo sviluppo dei vaccini cubani collabora anche un ricercatore italiano, il 35enne Fabrizio Chiodo.

Lavora al Cnr di Pozzuoli e alla Vrije University di Amsterdam, ma si reca regolarmente nell’isola per periodi di insegnamento e di ricerca. «Ci sono quattro vaccini nelle varie fasi di sperimentazione a Cuba», racconta Chiodo. «Al Finlay Institute dell’Avana con cui collaboro si studiano due vaccini, battezzati “Soberana 1” e “Soberana 2”. Altri sono in fase di test presso il Centro per l’Ingegneria Genetica e la Biotecnologia di Cuba».

In cosa differiscono dai vaccini sviluppati negli Usa e nel Regno Unito?

I vaccini di Pfizer e Moderna sono basati sull’mRNA, cioè sulla trascrizione del codice genetico da parte delle stesse cellule che così producono la proteina “S” che circonda il coronavirus. In questo modo le cellule imparano a riconoscerla e sviluppano gli anticorpi. L’RNA però è particolarmente instabile e quindi deve essere conservata a bassissime temperature. Il vaccino AstraZeneca invece trasporta il DNA della proteina “S” nelle cellule attraverso un adenovirus, un virus innocuo ma altamente infettivo nei primati. Trattandosi di un virus piuttosto comune, però, il vaccino potrebbe essere neutralizzato dallo stesso sistema immunitario. Sono vaccini dai costi elevati e mai testati sui bambini. I vaccini a cui stiamo lavorando a Cuba, invece, utilizzano approcci completamente diversi. Soberana 1 consiste in una sub-unità della proteina “S” del coronavirus somministrata con una membrana del meningococco che agisce da adiuvante. È una tecnica già usata per il primo vaccino contro il meningococco di tipo B e C e sappiamo già che può essere somministrata già a partire dai 3 mesi di età. Soberana 2 invece presenta la subunità della proteina Spike legata alla proteina tetanotossoide, quella del tetano. È lo stesso approccio adottato per il vaccino contro Haemophilus Influenzae di tipo B, il primo vaccino coniugato sintetico sviluppato a livello commerciale contro un batterio che può causare polmoniti e meningiti. Anche in questo caso, i bambini già vaccinati con questa tecnica sono milioni.

 Per ottenere questi risultati, occorre un’industria biotecnologica avanzata.

La creazione del primo laboratorio di ricerca e produzione biotecnologica cubano risale al 1981. Oggi, gli istituti di ricerca e le industrie biotecnologiche cubane sono riunite sotto l’ombrello di BioCubaFarma, una holding con oltre ventimila dipendenti, 60 impianti di produzione e che esporta in 48 paesi. Cuba produce in casa 8 dei 12 vaccini che entrano nel programma nazionale di immunizzazione. L’Unicef fa spesso affidamento su Cuba per la distribuzione dei vaccini nei paesi africani. I ricercatori cubani vanno spesso all’estero per acquisire know-how. Quando si deve passare dalla ricerca accademica alla produzione industriale, i rapporti geopolitici ostacolano le collaborazioni. Però allo sviluppo di alcune piattaforme vaccinali ha collaborato la Cina, e il vaccino contro Haemophilus influenzae di tipo B è stato realizzato insieme a ricercatori canadesi. In ogni caso, al di là della lotta al Covid alle grandi aziende farmaceutiche la ricerca sui vaccini interessa poco, perché altri settori farmaceutici sono più redditizi.

Come ha risposto alla pandemia Cuba?

Le autorità sanitarie inizialmente hanno effettuato tamponi casa per casa, con uno screening a tappeto, riuscendo a contenerla. È stato ridotto l’utilizzo dei mezzi di trasporto, e si è riuscito a tenere aperte le scuole. Certo, il calo del flusso turistico ha rappresentato un colpo tremendo per l’economia cubana. In più, durante l’amministrazione Trump l’embargo è stato irrigidito e questo ha creato problemi nell’approvvigionamento energetico, con un paio di giorni senza corrente elettrica.

Quale lezione potrebbe insegnare all’Italia il sistema sanitario cubano?

Quello che è successo in Lombardia, con una sanità interamente pubblica probabilmente non sarebbe successo. A Cuba è stato certamente applicato un sistema di tracciamento più capillare. Inoltre, a Cuba la popolazione nutre un grande rispetto nei confronti dei medici. Cuba ha il più elevato numero di medici per abitante al mondo, secondo i dati dell’Oms. Ma con il rispetto delle regole e del distanziamento sociale, non hanno avuto gli stessi problemi dell’Italia.

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giovedì 26 novembre 2020

VIVA FIDEL! VIVA DIEGO!


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lunedì 23 novembre 2020

Ha vinto Biden. E adesso?


da Cubadebate, ripreso dal blog di Atilio Boron.

I democratici e i repubblicani sono gli amministratori dell’impero, niente di più. Ma nella loro incarnazione fisica, personale, caratteriale, ci sono sfumature che non vanno trascurate. Fidel diceva sempre: “Dio non esiste, ma è nei dettagli”. Che Elliot Abrams, Marco Rubio, Ted Cruz, Bob Menéndez e Ileana Ross abbiano perso l’accesso diretto allo Studio Ovale che garantiva loro Donald Trump rappresenta una differenza che sarebbe assurdo sottovalutare.

È noto che entrambi i partiti hanno perpetrato ogni tipo di crimini, in tutto il mondo, e che un semplice elenco di essi richiederebbe decine di pagine. Ma in questa recente elezione si correva un rischio aggiuntivo: una conferma plebiscitaria per tenere alla Casa Bianca un criminale come Donald Trump per altri quattro anni avrebbe avuto conseguenze funeste per i nostri Paesi. Menzioniamone appena tre.

Per prima cosa, l’immediata attivazione della “carta militare” contro il Venezuela che Mike Pompeo ha preparato durante il suo tour di appena un paio di mesi fa in visita in Brasile, Colombia e Guyana (tre Paesi confinanti con la nazione bolivariana) oltre al vicino Suriname. In secondo luogo, un Trump “ricaricato” avrebbe intensificato le sanzioni e il blocco contro Cuba, Venezuela e Nicaragua e aumentato le sue pressioni contro i governi di Argentina e Messico, che i consiglieri più reazionari di Trump, per quanto si faccia fatica a crederlo, considerano “alleati” o “complici” della sovversione chavista. In terzo luogo, la rielezione del magnate di New York avrebbe rafforzato il peso regionale di Jair Bolsonaro, Iván Duque e della destra radicale in America Latina e nei Caraibi.

Questi tre “dettagli”, tutt’altro che banalità, sono più che sufficienti per ricevere con un certo sollievo la sconfitta del magnate newyorkese[i]. In sintesi: c’è stata una scelta tra il peggio e il male, e quest’ultimo ha prevalso. Sconfortante, certo, ma queste sono le “scelte” che l’impero ha sempre da offrire. Ignorare questa verità, basata su una storia di oltre duecento anni, equivale a confondere le illusioni con la realtà.

Bene, e allora: che dire di Joseph Biden? È un vecchio politico (compirà 78 anni il 20 novembre) dell’establishment conservatore statunitense, con 47 anni trascorsi nei labirinti del potere a Washington [ii]. È stato senatore dal 1972 fino a quando, nel 2009, ha giurato come vicepresidente di Barack Obama. Durante questo quasi mezzo secolo non c’è molto nel suo dossier che permetta di aspettarsi un cambiamento significativo rispetto alla politica estera di Trump, soprattutto nell’ambito sempre turbolento delle relazioni continentali.

Di quello che si vi è certezza è che per tanti anni in Senato è stato complice, beneficiario – o almeno testimone silenzioso – della più volte denunciata corruzione istituzionalizzata a Washington, dei succosi contratti e delle concessioni offerte alle società del complesso militare-industriale e, dopo il crollo dei mutui del 2008, del favoloso salvataggio concesso dal Tesoro al corrotto sistema bancario statunitense. Tutto questo avvenne sotto i suoi occhi e non ha mai mostrato disaccordo o disagio morale.

Il rinnovamento o il “nuovo inizio”, retorica alla quale i presidenti degli Stati Uniti sono così affezionati quando spodestano i loro avversari, non combacia con la relazione promiscua che Biden – allo stesso modo di Trump, ma “stando attento alla forma”! – mantiene con la borghesia imperiale.

Per esempio, la sua costosa campagna elettorale è stata facilitata da generosi finanziamenti offerti dalle grandi corporation. Un rapporto rivela che Joe Biden ha ricevuto donazioni da 44 miliardari; ma la sua vice, Kamala Harris, lo ha superato ottenendo contributi da 46 miliardari statunitensi [iii].

In termini individuali Trump ha beneficiato della generosità di Sheldon Adelson, il proprietario di un casinò di Las Vegas e, secondo The Guardian, un “ardente conservatore filo-israeliano” che ha finito per donare 183 milioni di dollari alla campagna del newyorkese[iv]. Biden, a sua volta, ha ricevuto una donazione dall’ex sindaco di New York e magnate dei media Michael Bloomberg per il valore di 107 milioni di dollari.

Come si può vedere, sembrerebbe esserci una piccola contraddizione con il principio elementare di tutte le democrazie di “un uomo/donna per un voto”. Perché, ci sono forse dubbi sul fatto che Adelson e Bloomberg potranno far sentire la loro voce più chiaramente di John e Maggie, che non sono stati in grado di donare nemmeno venti dollari a nessun candidato della fiorente democrazia statunitense? Per questo Luzzani ha ragione quando parla del “gattopardismo” di Biden.

Ci sarà, questo sì, un cambio di stile: i gesti  da bullo e maleducati di Trump e compagnia (Pompeo e Bolton, in particolare) saranno dimenticati e, apparentemente, ci sarà una certa intenzione di riportare a galla il multilateralismo e di cercare compromessi mantenendo l’uso della forza come alternativa ma non come priorità assoluta.

Su questa linea, Biden ha promesso far rientrare il suo Paese negli Accordi di Parigi sul cambiamento climatico; il ritorno nell’Organizzazione Mondiale della Sanità per collaborare alla lotta contro la pandemia, e nell’Unesco, da cui Washington si era ritirata adducendo un presunto “pregiudizio anti-israeliano” di quell’organizzazione. Ma dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti avevano smesso di finanziare l’UNESCO nel 2011, sotto la presidenza di Barack Obama e quando Joe Biden era il suo vicepresidente!

Dal Senato, Biden si è preoccupato di rafforzare il complesso militare-industriale e la stabilità del sistema finanziario nella grande crisi del 2008. Di fronte alla catastrofe sanitaria precipitata a causa del negazionismo di Trump rispetto al COVID-19, potrebbe tentare di resuscitare l’“Obamacare” come programma molto modesto di sanità pubblica. Ma ha prestato il fianco con il suo voto al Senato alle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan e come vicepresidente ha avallato le operazioni militari in Libia e in Siria.

Per quanto riguarda i nostri Paesi, anche in qualità di vicepresidente di Obama, Biden ha sostenuto il colpo di Stato contro Juan Manuel Zelaya (Honduras, 2009); il tentativo di colpo di Stato contro Rafael Correa nel 2010; contro Fernando Lugo (Paraguay, 2012) e il fraudolento processo di impeachment contro Dilma Rousseff, tra il 2015 e il 2016 in Brasile. Non c’è quindi motivo di festeggiare nulla, se non la sconfitta di Trump.

Nel numero di marzo-aprile della rivista Foreign Affairs, una sorta di bibbia per l’establishment statunitense, Biden ha pubblicato un articolo nel quale anticipava quello che avrebbe fatto se fosse arrivato alla Casa Bianca. Il titolo – “Why America Must Lead Again” – non lascia dubbi sull’assoluta fedeltà di questo personaggio alla tradizione dell’“eccezionalismo” statunitense. Il mondo ha bisogno di un leader e gli Stati Uniti devono assumere di nuovo questo ruolo, assegnato nientemeno che da Dio e abbandonato da Trump, che ha sbagliato nel percorso per far sì che gli Stati Uniti “fossero di nuovo grandi” abdicando alla sua responsabilità di mantenere l’ordine internazionale e snobbando i propri alleati e amici.

Il suo programma ha tre assi: il rinnovamento e il rafforzamento della democrazia all’interno degli Stati Uniti e nel concerto internazionale; nuovi accordi commerciali per contenere la Cina e impedire che siano essa e i suoi alleati a stabilire le regole del gioco, cosa che l’impero rivendica come sua prerogativa assoluta così come è avvenuto dopo la seconda guerra mondiale; e, infine, mettere ancora una volta Washington a “capotavola” nei negoziati internazionali. Cina e Russia appaiono chiaramente come i nemici degli Stati Uniti, in linea con le tesi dominanti soprattutto a partire dai tempi di Obama.

Il linguaggio usato in alcuni passaggi è allarmante e non ha nulla di diplomatico, e ricorda alcune delle spavalderie e insolenze di Trump. Per esempio, definisce il governo di Vladimir Putin un “sistema di cleptocrazia autoritaria”, mentre afferma che Xi Jiping “era un bullo”, oltre ad accusare la Cina di aver sfacciatamente rubato i diritti di proprietà intellettuale e i beni delle grandi imprese e dei risparmiatori statunitensi.

Per quanto riguarda la democrazia promette di convocare, nel primo anno del suo mandato, una grande conferenza con i “leader amici” (che già possiamo immaginare quali saranno) per costruire una coalizione internazionale che promuova la democrazia e i diritti umani e combatta la corruzione, e che lavori in coordinamento sulla base di un’agenda comune.

Biden ritiene che una delle più grandi fratture del nostro tempo sia quella che divide le democrazie dalle diverse forme di autoritarismo. Non è la stessa cosa, ma ha una certa somiglianza con l’“Internazionale della Nuova Destra” promossa, sotto l’egida di Trump, dallo stratega di estrema destra Steve Bannon. Tra poco tempo la verità verrà alla luce e sarà possibile vedere chi sono le canaglie e chi sono gli eletti; chi sono i democratici e chi gli autoritari.

Per concludere: penso che non ci si possa aspettare nulla di buono da questa sostituzione. Il rischio maggiore è stato scongiurato e nient’altro. Nel 2008 e all’inizio del 2009, il progressismo europeo e latinoamericano hanno ceduto all’“Obama-mania” e hanno pensato, in un sfoggio di ingenuità, che un presidente afroamericano avrebbe compiuto il miracolo di trasformare la natura dell’impero e di farlo diventare il demiurgo della pace eterna che desiderava Immanuel Kant. La delusione di quelle anime belle, rigonfie di innocenza, non avrebbe potuto essere maggiore. C’è il rischio, anche se non identico, che la stessa cosa accada con Biden.

Il motivo di queste righe non è altro che metterci in guardia da una tale eventualità e dal cadere in un disarmo ideologico; e ricordare che con Trump o Biden rimaniamo in balia della voracità imperiale per le nostre risorse naturali, in un clima ideologico segnato da una paranoia che vede questo continente sul punto di “cadere nelle grinfie” della Cina o della Russia.

Il tono da “Guerra Fredda” che permea lo scritto di Biden è impossibile da nascondere. Resta, nonostante tutto, una tenue speranza: che egli ricordi e faccia riprendere, anche se solo parzialmente, la politica di Obama verso Cuba e ristabilisca le relazioni diplomatiche a livello di ambasciatori, elimini le soffocanti restrizioni in materia di viaggi, di rimesse, di commercio, di turismo e scambi culturali e, in definitiva, allenti un po’ i rigori di quel vero crimine contro l’umanità che è il blocco a cui l’Isola ribelle è stata sottoposta per 60 anni.

E, inoltre, che proceda in modo uguale nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ponendo fine alla figuraccia internazionale della Casa Bianca nella sua pretesa di fare di un buffone come Juan Guaidó un “presidente incaricato” di quel paese, e acconsenta a dialogare con il governo di Nicolás Maduro, abbandonando una volta per tutte la via dello scontro scelta da Trump, che, come è successo con Cuba, ha fallito miseramente.

Notas:

[i] La literatura sobre Donald Trump y su gestión en la Casa Blanca es enorme, y no podemos dar cuenta de toda ella aquí. Nos limitamos por eso a mencionar unos pocos títulos que aportan numerosas perspectivas para comprender al personaje y su papel en la política de Estados Unidos. Ver, por ejemplo, Silvina Romano, compiladora: Trumperialismo. La guerra permanente contra América Latina (Buenos Aires: Mármol Izquierdo/CELAG, 2020); Sonia Winer y Mariana Aparicio Ramírez, compiladoras: Estados Unidos: situación interna e internacional en el entorno de las elecciones y la pandemia (México: Unam/Anthropos y Siglo XXI editores, 2020); Casandra Castorena, Marco A. Gandásegui (h) y Leandro Morgenfeld, compiladores: Estados Unidos contra el mundo. Trump y la nueva geopolítica (Buenos Aires: CLACSO, 2018); Marco A. Gandásegui (h) compilador: Estados Unidos y la nueva correlación de fuerzas internacional (CELA, Panamá; CLACSO y Siglo XXI Editores, 2017) ; Silvina Romano, Aníbal García Fernández, Arantxa Tirado y Tamara Lajtman: “Elecciones presidenciales en EE. UU.: tendencias e impacto en América Latina”, accesible en:https://www.celag.org/elecciones-presidenciales-en-ee-uu-tendencias-e-impacto-en-america-latina/ Una revisión de las recientes elecciones se encuentra en Leandro Morgenfeld, ·Crónica de un escándalo anunciado”, en Revista Anfibia, Noviembre 2020, accesible en:http://revistaanfibia.com/ensayo/cronica-escandalo-trump-biden/ , Raúl Zibechi, El otoño del imperio, en La Jornada (México: 6 Noviembre 2020) accesible enhttps://www.jornada.com.mx/2020/11/06/opinion/019a1pol y Atilio A. Boron, “La herencia política de Trump”, en Página/12 (4 Noviembre 2020), accesible enhttps://www.pagina12.com.ar/303810-la-herencia-politica-de-trump

 [ii] Sobre Biden es imprescindible leer la esclarecedora nota de Telma Luzzani en Página/12 del domingo 8 de Noviembre: “Elecciones en Estados Unidos: el gatopardismo de Biden”, disponible enhttps://www.pagina12.com.ar/304393-elecciones-en-estados-unidos-el-gatopardismo-de-biden

[iii] Tal como se informa enhttps://www.rollcall.com/2019/11/20/the-democratic-field-middle-class-heroes-or-millionaire-hypocrites/

[iv] Cf.https://www.opensecrets.org/elections-overview/biggest-donors El gasto total de la campaña en el 2020 fue de casi 14.000 millones de dólares, más del doble de lo que se gastara en la presidencial anterior, en el 2016. [v] Joe Biden, “Why America Must Lead Again. Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump”, en Foreign Affairs, Volumen 99, Número 2, Marzo/Abril 2020. La acusación de “matón” en contra de Xi Jiping la refiere Rick Gladstone en “Biden to Face Long List of Foreign Challenges, With China No. 1”, en New York Times (7 Noviembre 2020), accessible enhttps://www.nytimes.com/2020/11/07/world/americas/Biden-foreign-policy.html

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