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sabato 20 giugno 2015

Antonio Guerrero, l'arte di resistere.



 Geraldina Colotti - Le Monde diplomatique, 17.06.2015

Libero dopo 16 anni di carcere. Antonio Guerrero è uno dei cinque agenti cubani detenuti negli Stati uniti e condannati  a lunghe pene dopo un processo ingiusto.
Si erano recati a Miami per disinnescare una rete di attentatori anticastristi foraggiata dalla Cia, allora particolarmente pericolosi.
Un’attività di prevenzione che avrebbe salvato molte vite, non solo cubane, giacché i mercenari erano soliti mettere bombe sugli aerei. Con la mediazione dello scrittore Gabriel Garcia Marquez, Fidel Castro offrì allora collaborazione agli Stati uniti.
Il governo Usa preferì però prestare orecchio alle potenti lobby anticubane piuttosto che alla ragionevolezza e ai lodevoli intenti dell’intelligence dell’Avana.
 Il resto è noto: i Cinque hanno subito pesanti condanne durante processi evidentemente politici e viziati.
Nel 2009, dopo l’arresto di una spia Usa sul territorio cubano, Alan Gross, l’Avana cerca di aprire una trattativa: mettendo però in chiaro che – come tiene a precisare Guerrero in questa intervista – «tra noi e un mercenario non c’è equivalenza, né quanto a obiettivi, né per motivazione.
Lui lo fa per denaro e con fini eversivi, noi per ideali e per difendere il nostro paese». Insieme ai suoi compagni (due erano già usciti dal carcere), Guerrero è rientrato in patria il 17 dicembre per decisione di Obama: un segnale di disgelo per la ripresa delle relazioni fra Cuba e Usa che ha già mosso i primi passi con la cancellazione di Cuba dalla lista dei paesi «terroristi» stilata con arroganza da Washington.
A fine maggio, Guerrero è venuto in Italia per un giro di conferenze, invitato dall’Associazione di amicizia Italia-Cuba, e accolto da movimenti, circoli e organizzazioni che hanno animato la campagna di solidarietà internazionale.
A Roma, ha tenuto il tavolo insieme all’ambasciatrice cubana Alba Soto Pimentel, ad Alessandra Riccio e a Gianni Minà, della rivista Latinoamerica. A una platea attenta, Guerrero ha parlato delle carceri Usa, delle forti motivazioni che lo hanno spinto, e degli anni trascorsi studiando, dipingendo e scrivendo poesie. «L’arte è stata una chiave per immaginare e costruire liberazione, mi piace molto la canzone dei Beatles, Imagine», ci ha detto il giorno dopo quando lo abbiamo incontrato per questa intervista.
Quando viene arrestato, ogni prigioniero si chiede dove abbia sbagliato. Lei che idea si è fatto, come mai vi hanno preso?
Non penso si possa parlare di errori tecnici, anche se non possiamo sapere come nacquero gli indizi, quali particolari conosca l’apparato d’intelligence Usa. Per noi è stato difficile credere che un paese come gli Stati uniti, che si dichiara perennemente in guerra contro il terrorismo permettesse e permetta a terroristi dichiarati di organizzare attentati e non volesse cooperare con Cuba per difendere cittadini innocenti. Noi abbiamo giocato pulito, la nostra azione non era rivolta contro il governo degli Stati uniti. Gli abbiamo trasmesso informazioni che fino a quel momento non erano riusciti ad avere. E abbiamo subito ammesso di essere agenti non dichiarati e con un compito di prevenzione negli Usa. Cuba ha inviato uomini disposti a correre un grande rischio contro un apparato di intelligence con enormi mezzi e potenzialità, ma senza intenzione di far danno. L’andamento del processo ha però subito dimostrato la volontà di picchiare duro, non perché avessimo violato la legge, ma per castigare Cuba. Allora era questo il clima, si voleva alimentare il conflitto fra i due paesi, i documenti declassificati mostrano quello che abbiamo dovuto affrontare. Speriamo che ora le cose possano andare diversamente. Stiamo aprendo degli spazi per adattarci alle nuove condizioni esistenti nel mondo, ma senza smarrire la rotta. Di certo abbiamo commesso errori, ma non si può guardare al passato con gli occhi del presente, e viceversa. Bisogna andare avanti, e nessuno può farlo da solo.
Per Cuba e per i movimenti di solidarietà che vi hanno sostenuto, voi siete i Cinque eroi…
Non sono un eroe: non più di quanto lo sia chi semina o chi pulisce la strada e fa bene il proprio lavoro. Ho semplicemente fatto il mio dovere. Ci sono tanti compagni che hanno pagato o pagano una quota di sacrificio, e noi abbiamo fatto la nostra parte. Quando si accetta un impegno come il nostro, occorre avere una motivazione forte, perché si deve lasciare tutto, bisogna far credere anche ai propri cari di essere diventati persone diverse, di aver tradito. Così abbiamo infiltrato la rete terrorista. Quando ti si chiede se sei disposto a un compito simile, pensi ai grandi precursori, che hanno dato la vita per una causa nobile, pensi a quello che stai difendendo e alle ragioni profonde per farlo… È una missione, la devi compiere. Dopo, tutto diventa un po’ più facile: «Nella vita – diceva José Marti – hai due possibili opzioni: metterti dal lato in cui si vive meglio oppure assumere il compito che ti spetta. E questo ti definisce come essere umano». Tanti compagni sono andati a lottare e a morire in altri paesi. I nostri medici vanno a rischiare la vita in Africa per combattere l’ebola. Anche oggi che tutto ti spinge a stare dal lato comodo della strada, sono convinto che siamo in tanti a poter capire quello che dico sulla necessità della scelta e sul sacrificio. A Cuba è ancora così. Quando la rivoluzione chiede: chi vuole andare? I giovani fanno a gara per alzare la mano. Non è una questione di eroismo, ma di empatia, di percepire l’essenza dell’essere umano: la capacità di sentire il dolore degli altri, di sentirsi responsabili se c’è chi si arroga il diritto di toglierti il tuo ad esistere e a decidere in autonomia, se c’è chi sfrutta o chi non lavora, chi commette un delitto o smarrisce la strada. Ci sono sempre delle ragioni, e ci si deve chiedere se abbiamo agito bene per individuarle e per risolverle. Vi sono problemi sociali la cui soluzione riguarda tutti. Siamo esseri umani complessi, ma abbiamo la capacità di percepire l’amore e possiamo educarci a comprenderlo. Il modo migliore per combattere il terrorismo è sedersi a discutere i problemi fra paesi e arrivare alla radice che li causa, agli interessi che li producono, e provare a combatterli.
Molti pensano che, con la loro esperienza e il loro carisma, Los Cinco devono entrare in politica…
Lo so, molti pensano sia solo questione di prestigio e che questo basti a dirigere. Ma anche quelli che dirigono, hanno un prestigio che gli deriva dall’aver compiuto un certo percorso. Per avere una responsabilità, bisogna aver acquisito autorevolezza, in base a capacità e competenze riconosciute. All’inizio della rivoluzione, abbiamo avuto tanti combattenti prestigiosi che hanno assunto compiti di direzione, però non avevano le competenze necessarie in determinati campi, e così le cose sono andate più a rilento. Dirigere? Ma per noi gli incarichi sono transitori, si assumono come si svolge un compito, non per scalare posizioni sociali. Quando siamo usciti, abbiamo detto al presidente Raul Castro: eccoci, siamo a disposizione per quel che serve. Lo abbiamo detto con lo stesso entusiasmo nella direzione della rivoluzione di quello che avevamo quando siamo andati via da Cuba, 24 anni fa. Non abbiamo nessun’altra aspirazione che quella di essere utile alla rivoluzione. Io mi sentirei perfettamente realizzato a fare il maestro in una delle comunità che ho ritrovato, o nel realizzare progetti, visto che sono ingegnere. Con la loro lungimiranza, i nostri dirigenti ci hanno detto però di aspettare, in fondo sono solo cinque mesi che siamo fuori. E se c’è ancora bisogno di noi per andare all’estero a ringraziare chi ci ha sostenuto o per essere ambasciatori di pace, come facciamo con il lavoro quotidiano? Aspettiamo, quindi. La politica si fa con l’esempio, la politica è dappertutto: in un consultorio, in un quartiere, in una strada. Se non avessimo dato importanza a questo modo di far politica, non saremmo usciti fuori dalle terribili difficoltà degli anni ‘90. Allora, davvero, non avevamo niente, e per venirne fuori abbiamo pagato un prezzo alto. Ora nei negozi si trova di tutto, le difficoltà che abbiamo adesso, si possono risolvere. Ma se c’è un posto in cui più esistono le possibilità di avanzare verso una società ancora più giusta ed equa, come cerchiamo di fare noi ogni giorno, quella è Cuba.
Qualcuno ha detto che Fidel non vi ha ricevuto subito perché non era d’accordo a farvi uscire dal carcere in questo modo, perché avrebbe preferito percorrere la strada di un nuovo processo…
Ah, ma questi sono i giornalisti delle vostre parti che, pur di far vendere qualche copia in più ai loro padroni, anche se li costringono in un recinto prestabilito, s’inventano gli scoop inesistenti. Fidel ha aspettato a riceverci per lasciare la prima parola ai cubani, al presidente Raul che è venuto ad aspettarci all’aeroporto. Poi siamo stati con lui per quasi cinque ore, a parlare come se fossimo in famiglia. Ho tanti ricordi belli di quell’incontro, per esempio quando ci ha porto il suo cucchiaio e il vasetto di yogurt perché assaggiassimo un nuovo prodotto di Cuba. Si vedeva che Fidel era molto felice di averci con lui, ci trasmetteva le sue emozioni. Guarda che Fidel ha un grande peso nelle decisioni del mio paese e nella loro realizzazione concreta. Resistere e ritornare senza svendere i nostri principi, questa era la posizione di Cuba e di Los Cinco. A un certo punto, è stato arrestato un agente della Cia, Alan Gross. Raul Capote ha raccontato quali fossero allora le trame di Washington contro di noi in quel periodo. Volevano corrompere gli intellettuali, creare una nuova classe dirigente da usare per il piano destabilizzante che avevano in mente. Di certo, non può esserci equivalenza tra le persone come noi, disposte tranquillamente a sacrificare la vita per i propri ideali, e quella di chi lo fa per denaro. Sono situazioni ben distinte e così sono state trattate a partire dal momento in cui si è aperto uno spiraglio. Fidel ha agito nello stesso modo in cui fece quando si trovava sul Granma. Allora, quando la barca dei rivoluzionari stava avanzando verso la nostra isola, un compagno cadde in acqua. E tutti si fermarono a salvarlo, per continuare insieme…
A proposito di viaggi. Voi siete stati ultimamente in Venezuela, il paese che più ha raccolto l’eredità di Cuba e gli strali degli Usa. Che giudizio ne dà?
Guarda, per esperienza diretta posso dirti che nei posti più reconditi dove da poco è arrivata la luce elettrica, c’è un medico cubano che ti racconta quale straordinario cambiamento si sia messo in moto in questi 16 anni di governo socialista. In quei posti, i medici venezuelani non vogliono andare, preferiscono fare i soldi nelle cliniche private. Il Venezuela è un paese petrolifero che importa gran parte degli alimenti che consuma. I grandi gruppi privati cercano di provocare uno scontento, perturbano la distribuzione e il commercio. Il fatto è che il Venezuela si è convertito in un faro irreversibile di giustizia e distribuzione delle risorse, e questo esempio fa paura. Il capitalismo non può prosperare senza saccheggiare le risorse. Non può mantenere il livello di spreco per pochi senza sfruttare risorse umane a bassissimo costo per i propri interessi. Ho vissuto negli Usa. Ero cittadino statunitense ma non parlavo bene la lingua e venivo trattato come un migrante: lì ci sono mestieri dequalificati, destinati solo agli ispanici e ai neri.


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giovedì 5 marzo 2015

Fidel incontra i 5 eroi



Li ho ricevuti sabato 28 febbraio, 73 giorni dopo che avevano toccato la terra cubana. Tre di loro avevano consumato 15 lunghi anni, nel pieno della loro gioventú, respirando l’aria umida, maleodorante e ripugnante dei sotterranei delle prigioni yanquis, dopo essere stati condannati da giudici corruttibilli. Gli altri due, che cercavano anch’essi di impedire i piani criminali dell’impero contro la loro Patria, furono condannati a vari anni di carcere brutale.

Gli stessi organismi investigativi, estranei totalmente al più elementare senso della giustizia, parteciparono alla disumana partita di caccia.

I servizi cubani non avevano assolutamente bisogno di seguire movimenti di nessuna installazione militare degli Stati Uniti, perché potevano osservare dallo spazio tutto ció che si muoveva sopra il nostro pianeta attraverso la Base di Esplorazione Radioelettrica “Lourdes”, a sud della capitale di Cuba. Questo centro era capace di rilevare qualsiasi oggetto che si muovesse a migliaia di miglia dal nostro paese.

I Cinque Eroi antiterroristi, che non hanno arrecato alcun danno agli Stati Uniti, cercavano di prevenire e impedire atti di terrorismo contro il nostro popolo, organizzato dagli organi dei servizi nordamericani che l’opinione pubblica mondiale conosce anche troppo bene.

Nessuno dei Cinque Eroi ha eseguito il proprio compito in cerca di applausi, di premi o di gloria. Hanno ricevuto i loro titoli d’onore perché non li hanno cercati. Essi, le loro mogli, i loro genitori, i loro figli e fratelli, i loro concittadini, tutti noi abbiamo il legittimo diritto a sentirci orgogliosi.

Nel luglio del 1953, quando attaccammo la caserma Monada, io avevo 26 anni e molto meno esperienza di quella che loro hanno dimostrato. Se si trovavano negli Stati Uniti non era per arrecare danno a quel paese, o per vendicarsi dei crimini che lí venivano organizzati, con la fornitura di esplosivo, contro il nostro paese. Cercare di impedirli era assolutamente legittimo.

La cosa principale al loro arrivo era salutare i propri familiari, gli amici ed il popolo, senza trascurare un solo minuto lo stato di salute e procedere ad un rigoroso controllo medico.

Per ore ieri sono stato felice. Ho ascoltato racconti meravigliosi di eroismo del gruppo capeggiato da Gerardo e assecondato da tutti, compreso il pittore e poeta che conobbi mentre costruiva una delle sue opere nell’aerodromo di Santiago di Cuba. E le mogli? I figli e le figlie? Le sorelle e le madri? Non li aspettano? Bisogna celebrare il ritorno e l’allegria con la famiglia!

Ieri, volevo immediatamente conversare con i Cinque Eroi. Per cinque ore é stato quello il tema. Ieri, fortunatamente, ho avuto il tempo sufficiente per chiedere loro di investire una parte del loro immenso prestigio in qualcosa che sará estremamente utile al nostro popolo.

Fidel Castro Ruz
1 marzo 2015
Ore 22.12   











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giovedì 8 gennaio 2015

E' nata Gema.


Riceviamo dalla nostra compagna Isabella Brega che vive a Cuba la bella notizia della nascita di Gema figlia di Adriana e Gerardo (uno dei 5 eroi appena rientrato a Cuba). Pubblichiamo gli estratti da PL e CUBASI che ci ha inviato Isabella. Hasta siempre!

De PRENSA  LATINA
Nace Gema, hija del antiterrorista cubano Gerardo Hernández
La Habana, 6 ene (PL) Gema Hernández, hija del antiterrorista cubano recién liberado, Gerardo Hernández Nordelo, nació hoy en esta capital, donde familiares y pueblo en general recibieron la noticia con gran regocijo.
Gema -quien vino al mundo con poco más de siete libras- nació por cesárea, y el estado de salud de ella y su madre, Adriana Pérez O Connor, es bueno, precisó la edición vespertina del Noticiero Nacional de Televisión.
Recientemente, Hernández Nordelo expresó con el humor que lo caracteriza, "la emoción es muy grande y todo el mundo está preguntando, nosotros nos divertimos mucho con todos los comentarios y las especulaciones".
"La realidad es que en silencio ha tenido que ser, esta parte también. Sin dar muchos detalles hubo que hacerlo a control remoto, pero ahí está y todo salió bien que es lo más importante", dijo.
Explicó que Adriana quiso darle ese nombre porque Gema es piedra preciosa, y "de haber nacido varón yo le iba a poner Gerardo y lo que más se parece a ·Gera· es Gema".
Gerardo Hernández, regresó a Cuba el pasado 17 de diciembre junto Antonio Guerrero y Ramón Labañino.
Los tres, junto con René González y Fernando González, -que ya estaban en la isla caribeña luego de cumplir íntegramente sus sanciones- fueron condenados a severas penas por informar sobre acciones terroristas contra Cuba planeadas por grupos violentos asentados en el territorio estadounidense de La Florida.
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De CUBASI, martes 6 de enero 2015
Nació Gema, fruto del amor de Adriana y Gerardo
Un gran anhelo se hizo realidad, ya está en los brazos de Adriana Pérez y Gerardo Hernández la pequeña Gema, fruto del amor de esta pareja que sobrevivió la injusta distancia por 16 años.
Un gran anhelo se hizo realidad, ya está en los brazos de Adriana Pérez y Gerardo Hernández la pequeña Gema, fruto del amor de esta pareja que sobrevivió la injusta distancia por 16 años.
Como expresó en días anteriores el héroe cubano, han vivido días muy intensos desde el pasado 17 de diciembre, cuando junto a Tony y Ramón, regresaron a la Patria.
 En su misiva, Gerardo recordó cuánto ayudó la solidaridad y el amor de todos para hacer realidad ese embarazo y el sueño de tener a su hija Gema como testimonio de la perdurabilidad de su amor.
 Expresó que con cada muestra de cariño que reciben de nuestro pueblo, se multiplica la gratitud de Los Cinco hacia las hermanas y hermanos que los apoyaron durante 16 años de injusto encierro en cárceles estadounidenses.

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mercoledì 24 dicembre 2014

TUTTI I CINQUE EROI DI NUOVO A CASA


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domenica 21 dicembre 2014

Cuba, Obama cambia verso



di Fabrizio Casari
La notizia che tutte le persone dotate di buon senso attendevano da decadi è arrivata. Gli Stati Uniti rivedono in forma e sostanza la loro politica verso l’isola socialista. Sebbene non sarà facile l'abrogazione del blocco, che potrà darsi solo con il voto del Congresso a maggioranza repubblicana, i poteri presidenziali permetteranno all'Amministrazione Obama di procedere verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Cuba.
Da subito, insieme ad una serie di misure destinate a svuotare il blocco, come primo significativo atto della nuova fase, Obama ha accolto la proposta di Cuba di uno scambio tra Alan Gross, detenuto a L’Avana e i tre cubani prigionieri negli Stati Uniti. Un gesto auspicato da diverso tempo da Cuba e che rappresenta ora un importante inizio di questa nuova fase delle relazioni tra i due paesi.
Fidel l’aveva promesso al suo popolo e così è stato. Volveran (torneranno) era stata la parola che in questi anni aveva accompagnato ogni presa di posizione in ogni parte del mondo che chiedeva il ritorno a Cuba dei suoi eroi antiterroristi imprigionati negli Stati Uniti, giudicati da processi farsa e condannati sulla base dell’odio politico degli USA verso l’isola caraibica. E ora sono liberi e a casa, premio finale di una politica che il governo cubano ha saputo costruire miscelando dialogo e fermezza, decisionismo politico e aperture costanti.
Un atteggiamento che ha reso chiaro all’interlocutore statunitense come il confronto era tra pari e che la soluzione del conflitto su tema degli attacchi terroristici contro Cuba e il diritto di essa a difendersi non avrebbe trovato altro terreno possibile che non vedesse le parti trattare sulla base dell’eguaglianza, come si deve a due paesi che reciprocamente riconoscono il loro diritto alla sicurezza.
A simbolizzare l'accordo, persino nelle comunicazioni ai rispettivi popoli c’è stata uguaglianza, visto il contemporaneo intervento del presidente Usa e di quello cubano a commentare il nuovo cammino intrapreso. Dopo aver entrambi ringraziato Papa Francesco e il governo del Canada per l’opera di mediazione svolta, il Presidente Obama si è detto convinto che “non si possa procedere per sempre con politiche identiche sperando che diano risultati differenti”, riconoscendo quanto meno l'inutilità delle misure adottate fino ad oggi. Affermando in spagnolo “tutti siamo americani” (disarticolando così la Dottrina Monroe), e dicendosi convinto che “dobbiamo imparare l’arte di convivere civilmente con le nostre differenze”, il presidente USA ha chiamato il Congresso “a rimuovere ostacoli ed impedimenti che restringano i vincoli tra i nostri popoli” chiedendo così di approvare rapidamente la fine del blocco contro Cuba.
Concetti simili quelli esposti dal Presidente cubano Raul Castro, che in un discorso alla nazione ha affermato che “L’Avana è pronta a stabilire livelli di cooperazione negli ambiti multilaterali come le Nazioni Unite” e, pur ricordando come i due paesi abbiano “visioni differenti sul tema dei diritti umani e politica estera, da parte di Cuba c’è la volontà di dialogare con gli Usa su questi temi”.
Immediati i complimenti per il cambio di politica da parte di Washington da parte di Papa Francesco e del Segretario delle Nazioni Unite Bank Ki Moon, così come da diversi leader latinoamericani, primo dei quali il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, che ha affermato si debba riconoscere al Presidente Obama “un gesto valoroso”.
La liberazione di Alan Gross, il contrattista dell’USAID arrivato a Cuba per contribuire alla costruzione di una rete clandestina sovversiva, nell’ambito del progetto governativo statunitense di “attività per lo sviluppo della democrazia a Cuba”, (cioè l’interferenza a scopo di destabilizzazione del clima politico nell’isola), è stata da alcuni anni la richiesta di Washington a L’Avana come viatico per l’apertura di un processo che portasse gradualmente alla “normalizzazione delle relazioni”.
Da parte sua, Cuba - che nell’ambito dell’accordo ha deciso di liberare altri 53 detenuti per sovversione ed una spia statunitense di origine cubana - aveva sempre proposto lo scambio del detenuto statunitense con i tre eroi cubani prigionieri con un duplice obiettivo: il primo, ovviamente, era quello di riportare a casa uomini che a buon diritto e senza nessuna retorica è possibile chiamare eroi.
Seppelliti sotto pene detentive pazzesche, in nessun momento hanno accettato di sottomettersi alle esigenze politiche statunitensi fornendo versioni che avrebbero potuto risparmiargli la detenzione. Hanno continuato a subire ogni privazione ed ogni affronto ma gridando al mondo la verità della loro missione: infiltrarsi nella rete terroristico-mafiosa della FNCA e smascherare i loro piani terroristici contro l’isola.
La liberazione di due di essi era già arrivata nei mesi scorsi per lo scadere delle loro condanne, mentre tre rimanevano ancora prigionieri. Contro l’assurdità delle condanne e per la loro liberazione, in ogni dove del mondo si sono pronunciati parlamenti e singole personalità politiche, intellettuali, artisti, uomini e donne di ogni categoria e professione, giuristi ed organi di stampa. Ed è evidente come questa campagna internazionale abbia ottenuto l’effetto di rendere ogni giorno più difficile mantenerli prigionieri e, dunque, ogni giorno più possibile avviare un dialogo che prevedesse la loro liberazione.
Il secondo obbiettivo cubano era invece tutto politico: mettere sulla bilancia la liberazione di Alan Gross e quella dei tre prigionieri cubani significava chiarire al mondo che chi da Miami combatteva le infiltrazioni terroristiche contro Cuba aveva ben ragione di farlo, dato che dette operazioni venivano realizzate anche dalle agenzie statali USA, nell’ambito del progetto di sovvertire l’ordine sociopolitico cubano.
Mettere sullo stesso piano Gross e i tre cubani significava costringere gli Stati Uniti ad ammettere che Gross era a Cuba per conto del governo USA, così come Renè Gonzalez, Gerardo Hernandez, Fernando Gonzalez, Antonio Guerrero e Ramon Labanino erano negli Usa per conto di Cuba. Tutti avevano una missione da compiere
Assai diverse tra loro, però. I cinque lavoravano per fermare gli attentati che in 55 anni sono costati all’isola centinaia di morti e feriti e miliardi di dollari di danni, mentre Gross era a Cuba come soggetto attivo nelle più recenti operazioni di destabilizzazione contro l’isola, realizzate tramite la manipolazione della Rete internet, il sostegno ai cosiddetti “dissidenti”, le attività spionistiche realizzate dalle ONG fintamente indipendenti. Operazioni che si sommavano al blocco economico e commerciale, all’aggressione diplomatica e alla propaganda anticubana, formando i tanti - non tutti - tasselli del puzzle che disegna l’ostilità degli USA verso Cuba.
Da parte cubana si registra una inevitabile soddisfazione per l’esito auspicato in questi anni. Non si tratta, peraltro, solo del riconoscimento implicito da parte degli USA del diritto di Cuba a difendersi ed ottenere comunque un risultato politico indiscutibile nel tenere allo stesso tavolo, con pari dignità, Davide e Golia, ma anche di vedere ora, in una prospettiva politica di breve termine, la fine di una ostilità ed un odio anacronistico che può aprire per entrambi i paesi un cammino diverso.
Per Cuba la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti rappresenta di per sé un ulteriore conferma di come 55 anni di resistenza non sono stati vani; le aperture già determinatesi con l’evoluzione del socialismo cubano troveranno ulteriore rafforzamento da questo passaggio. Il cui significato sarà, fino a quando non si accompagnerà alla fine formale del blocco economico, soprattutto politico, ma il cui valore simbolico rappresenta la fine di un’era e l’inizio di un nuovo corso della storia.
Per gli Stati Uniti, il riconoscimento dell’interlocuzione politica con Cuba, sollecitato dai suoi mass media più prestigiosi, apre uno scenario interno inedito, giacché riporta per la prima volta in 50 anni la titolarità della politica verso Cuba nelle mani della Casa Bianca. I repubblicani daranno battaglia affinchè il Congresso non approvi la fine del blocco contro Cuba, e d'altra parte ciò dal punto di vista dei loro interessi è comprensibile. Non solo uno dei capisaldi della loro politica viene messo in crisi, e per di più con Congresso e Senato nelle loro mani, ma la Casa Bianca pone il partito repubblicano in totale isolamento nei confronti dell'opinione pubblica interna ed internazionale.
Inoltre, l'iniziativa di Obama riduce enormemente, in un colpo solo, l’influenza della lobby affaristico-mafiosa diretta dalla FNCA in Florida e mette i parlamentari eletti grazie ai suoi voti in una posizione secondaria. Assesta un ulteriore colpo all’area più reazionaria e recalcitrante del partito repubblicano e pone la Florida, uno degli stati-chiave per l’elezione del Presidente, di fronte ad uno scenario che vedrà ripercussioni enormi sul piano dell’equilibrio dei poteri locali quando le leggi anticubane e l’intero blocco dovessero cessare di esistere.
Basti pensare a cosa sarebbe dei colossali affari che la FNCA realizza con l’immigrazione clandestina il giorno che la Ley del pie mojado (“legge del piede bagnato”, con la quale si stabilisce che ogni cubano che arrivi a toccare il territorio americano sia immediatamente residente, mentre di ogni altra nazionalità viene arrestato). Sul traffico di clandestini tra Cuba e Usa la FNCA ha costruito una parte consistente delle sue fortune, con le quali ha continuato a finanziare la sua corte di terroristi anticubani.
Non è un caso che il Senatore Marco Rubio, che rappresenta il volto nuovo della lobby parlamentare anticubana diretta dalla FNCA di Miami, abbia dichiarato immediatamente che “lo scambio rappresenta un precedente pericoloso che mette a rischio gli statunitensi nel mondo”, che la visione di Obama è “ingenua e ignorante e tradisce i valori statunitensi” e la sua ventriloqua, Yoani Sanchez, abbia commentato che “il castrismo ha vinto”. Per lei, come per i suoi compari nell’isola, il vento sarà indubbiamente diverso: la normalizzazione delle relazioni non potrà non determinare la fine degli stanziamenti verso la sovversione, o comunque una sua significativa riduzione.
Per l’analfabeta politica che gli Usa avevano scelto come bandiera della democrazia, si apre una fase diversa, dove i milioni di dollari accumulati avranno bisogno di oculatezza negli investimenti, visto il futuro che si prospetta meno generoso. Nel momento in cui Washington dovesse ritenere superflua la sua esistenza, non basterebbero certo gli Aznar o i Vaclav Havel a garantirle le ricchezze ricevute in cambio delle sue menzogne strampalate diffuse in tutto il mondo con l’aurea di verità indiscutibili.
Sotto il profilo della politica interna USA, poi, c’è da sottolineare come il processo di normalizzazione delle relazioni con Cuba sia sempre stato un proposito di Hillary Clinton e che lo stesso Obama, all’inizio del suo mandato, sei anni orsono, aveva ritenuto dover mettere in agenda.
Il compito di rivedere la presenza di Cuba nella lista dei paesi che patrocinano il terrorismo spetterà a John Kerry, che in passato - va ricordato - fu uno dei senatori che denunciarono il loro scetticismo sui finanziamenti statunitensi alla “dissidenza”, arrivando a dubitare fortemente non solo dell’efficacia ma soprattutto della gestione poco trasparente di quei finanziamenti.
Obama ha quindi deciso di assecondare le pressioni che imprese, media e cittadini statunitensi hanno diffuso da ormai molti anni, liberando la Casa Bianca dalla morsa ricattatoria della comunità cubano americana, che dalla Baia dei Porci ad oggi ha rappresentato il più emblematico caso di esercizio lobbistico dannoso per il paese e, cosa altrettanto importante, sul piano dell’immagine sceglie di chiudere uno dei buchi neri storici della politica estera USA.
Evidentemente liberatosi dalla cautela, vista la fase finale del suo ultimo mandato, Barak Obama ha deciso di dare un segnale forte alla sua amministrazione, di passare in qualche modo alla storia come il presidente che mise fine ad una posizione politica ridicola e condannata dal mondo intero, abbattendo così l'ultimo pezzo d'intonaco del muro ereditato dalla guerra fredda. E, così facendo, guadagnandosi almeno una parte di quel Nobel per la pace prematuramente offertogli all’inizio del suo primo mandato.
dal sito altrenotizie.org

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