lunedì 31 maggio 2010

dalle ore 11 a ROMA, V.le del Policlinico 131.


da FULVIO GRIMALDI riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

Cari amici e compagni, il dado è tratto. Ho ascoltato il suggerimento della maggioranza di voi, che consiglia l'incatenamento piuttosto che lo sciopero della fame, per ora, e mi troverò in catene sotto Liberazione, Viale del Policlinico 131, Roma, il 31 maggio dalle ore 11.00. Chi vorrà venirmi a trovare è grandemente il benvenuto. Qui in calce c'è la lettera che ho mandato ai direttori e alle agenzie che hanno firmato l'appello della FNSI contro la legge-bavaglio. Vi aspetto!

AI DIRETTORI DEI GIORNALI E DELLE AGENZIE CHE HANNO FIRMATO L’APPELLO DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE DELLA STAMPA CONTRO LA “LEGGE BAVAGLIO”

LIBERTA’ D’ESPRESSIONE: DAL 31 MAGGIO, ORE 11, IL GIORNALISTA FULVIO GRIMALDI SI INCATENA SOTTO LA SEDE DI “LIBERAZIONE” , ROMA, VIALE DEL POLICLINICO 131,


Cari Direttori,
siete impegnati in questi giorni contro la famigerata legge sulle intercettazioni, detta “legge-bavaglio”, che intende inibire ai mezzi d’informazione di svolgere il loro diritto di cronaca e che così pone un limite anticostituzionale alla libertà d’espressione e di stampa.
Vi potrà interessare, in questo contesto, che il quotidiano del PRC “Liberazione” ha anticipato nel 2003 questa legga liberticida e persiste tuttora nel medesimo atteggiamento, nonostante il conclamato cambio di linea politica successivo alla fine della segretaria Bertinotti.
Giornalista professionista dal 1970, nel maggio 2003, collaboratore a contratto dal 1999 di Liberazione con una rubrica fissa, “Mondocane” e con reportages sulle situazioni di conflitto in varie parti del mondo, venni licenziato su due piedi, con interruzione immediata del rapporto contrattuale, comunicatami unicamente con una telefonata dell’amministratore Belisario, per aver pubblicato un articolo su Cuba che risultava non gradito all’allora segretario Bertinotti. Alla mia richiesta di una comunicazione ufficiale scritta, con le motivazioni del provvedimento, non venne data risposta. Alle proteste di migliaia di lettori, iscritti e dirigenti del partito, la direzione del giornale e lo stesso Bertinotti risposero con giustificazioni assolutamente false: non mi sarei attenuto al tema ambientalista affidatomi. Un assurdo, alla luce di cinque anni di articoli che di tutto trattavano, oltreché di ambiente, dalla guerra nei Balcani, ai conflitti in Palestina e in Iraq.
Mi rivolsi alla magistratura del lavoro e ottenni che in primo grado il giornale venisse condannato a pagarmi le retribuzioni dovute e a risarcirmi il danno morale, di immagine, professionale ed economico, con 100.000 euro. In appello, con Bertinotti presidente della Camera, tale sentenza venne contro ogni consuetudine giurisprudenziale rovesciata nel suo contrario e “Liberazione” pretende ora il pagamento di quella somma, di cui non dispongo, e mi ha già fatto pervenire il precetto esecutivo, pena il pignoramento dei miei beni. Tutto questo porta al soffocamento di una voce che da oltre mezzo secolo ha potuto esprimersi liberamente su testate come la BBC, Paese Sera, Giorni Vie Nuove, Il manifesto, Nouvel Observateur, The Middle East, L’Espresso, La Repubblica, il Tg1 e il Tg3. In questi ultimi due telegiornali ricorderete forse che svolsi un lavoro, risultato assai popolare, di giornalista ambientalista e inviato di guerra.
Il PRC e “Liberazione” allora sostenevano la lotta in difesa dell’Art.18 e oggi sono impegnati in prima linea nella difesa della libertà di stampa e di espressione minacciati dal provvedimento legislativo attualmente in discussione in Parlamento. E’ paradossale che, su questo sfondo, il partito e il giornale insistano nell’imporre a un collega, di nulla colpevole, ma vittima di un inequivocabile abuso, una sentenza e un’ inaccettabile punizione finanziaria che concretizzano proprio quella censura che oggi si combatte. Dov’è la coerenza? Vi sarei grato per un’attenzione a questa vicenda nelle vostre pubblicazioni. Da lunedì 31 maggio, ore 11, intendo incatenarmi sotto la sede di Liberazione.
Fulvio Grimaldi
visionando@virgilio.it
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domenica 23 maggio 2010

10 mila pazienti curati con il farmaco cubano


CubaDebate.cu
Più di 10mila pazienti di dieci di paesi, compresa Cuba, sono stati curati con successo con il “Heberprot-P”, farmaco studiato e prodotto nell’Isola, lider mondiale del trattamento delle ulcere del piede diabetico.
Il Dottor Héctor Álvarez, direttore dell’ Instituto de Angiología y Cirugía Vascular, ha dichiarato che questo farmaco facilita la chiusura delle lesioni e permette la diminuzione di amputazioni nella maggioranza dei casi, salvando – così – arti che prima erano condannati alla mutilazione.
Tra i paesi che usano il Heberprot-P, sviluppato dal Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología, figurano Venezuela, Argentina, México, República Dominicana, Serbia, Libia, Tunisia e Algeria.
In quest’ultimo il Dottor Álvarez ha annunciato che comincerà prossimamente un programma nazionale; un gruppo di esperti cubani partiranno per questo paese..
Del totale dei pazienti curati con successo da questo farmaco, circa 3mila sono cubani.
“Heberprot-P” è uno dei risultati scientifici rilevanti della Nazione nel 2009 nel campo della biotecnologia e prodotti farmaceutici, insieme a vaccini tetravalenti e pentavalenti, nuove formulazioni dell’interferone Alfa e Gamma, anticorpi monoclonali e altro.
A livello mondiale le lesioni del piede diabetico rappresentano un grave problema di salute e si calcola che nel 2025 saranno circa 300 milioni le persone malate di questa infermità cronica, che provoca un alto numero di decessi e una elevata percentuale di amputazioni. Leggi tutto...

sabato 15 maggio 2010

Brigata internazionale di lavoro volontario "José Martí " 2010.



Che cos’è la brigata internazionale di lavoro volontario
José Martí a Cuba?

È una vacanza? È volontariato? È un’attività di conoscenza? È un’esperienza di vita comunitaria?
È tutto questo, e molto altro.
Innanzitutto, è una brigata, cioè, molto semplicemente, è un gruppo di persone.
Una brigata è formata da persone di ogni tipo e ogni età, dagli adolescenti agli anziani, da persone che viaggiano a Cuba per la prima volta, a persone che la frequentano da anni, da persone che conoscono molto bene il panorama politico mondiale a persone che hanno appena iniziato ad accostarsi a temi come quelli che vengono sviluppati nel programma realizzato dall’ICAP (Instituto Cubano de Amistad con los Pueblos). È un’esperienza di vera condivisione, vera solidarietà, e vera conoscenza dell’organizzazione e del socialismo cubano.
Sono possibili prese di posizione discusse all’interno della brigata, sulla base di documenti politici, normalmente redatti dal capobrigata, aventi come obiettivo la solidarietà con Cuba e l’informazione corretta sulla sua situazione socioeconomica.

La brigata è internazionale.
Conta numerose delegazioni provenienti da vari Paesi d’Europa. L’ultima in particolare (luglio 2009) ha visto la partecipazione di 19 nazioni europee ed è stata contemporanea alla Brigata di Puerto Rico, per un totale di oltre 250 volontari oltre al personale dell’organizzazione ICAP.
Ciò significa che dalla colazione al lavoro (nei campi e/o negli edifici pubblici da ristrutturare come scuole, ospedali o altro), dai dibattiti, alle serate di svago, tutto è una girandola di lingue, idee, usi, lineamenti, racconti diversi.
La brigata è una brigata di lavoro.
Per quanto riguarda le giornate lavorative l’esperienza, è unica e forse indescrivibile, faticosa e appagante.
Seppur limitato, si tratta di un aiuto alle cooperative cubane simbolico ma concreto: il lavoro è lavoro vero e, per questo, lavoro che insegna.
Il lavoro della brigata è lavoro volontario.
Chi sceglie il lavoro volontario non fa una scelta a caso. Sceglie di usare il suo tempo e la sua energia per fare qualcosa di piccolo ma pur sempre prezioso, per se stesso e allo stesso tempo per qualcun altro.
In particolare partecipare ad una brigata a Cuba significa lavorare per un popolo costretto a condizioni difficilissime dal blocco economico imposto dagli USA ormai da 50 anni. E che, ciononostante, resta un popolo brillante, ribelle e giusto.
Il Campamento Julio Antonio Mella, che ospita orgogliosamente le brigate come questa, non offre solo la possibilità di passare un periodo in un posto meraviglioso e in maniera anticonvenzionale e interessantissima, ma dà anche la possibilità di sperimentare che si può vivere in modo diverso dal nostro, in cui spesso ci troviamo immersi nella ricchezza, nell’ipocrisia, nell’indolenza e nella carenza di valori e ideali.
La brigata permette di comprendere le difficoltà di un mondo diverso, lontano, vittima dell’ingiustizia, ma che è comunque capace di accogliere, comprendere a sua volta, e farti sentire importante.
La brigata è anche tanto divertimento.
I momenti di attività lavorative e informative (conferenze, documentari, incontri con autorità visite, etc.) si alternano a spazi dedicati allo svago: musica dal vivo, teatro, cinema, mare, escursioni, ballo, “fiesta” e chi più ne ha più ne metta.
La stanchezza degli impegni quotidiani non diminuisce la voglia di divertirsi e stare insieme.
Ovviamente ogni forma di sballo e droga è bandita.
PER INFO E CURIOSITA’:
promozionebrigata@libero.it
italiacuba.senig@gmail.com Leggi tutto...

giovedì 6 maggio 2010

Nuovo corrispondente da Cuba del quotidiano 'il manifesto'.


C'è il nostro uomo all'Avana: amici sempre, ciechi mai.
di Maurizio Matteuzzi

Con questo articolo, Roberto Livi comincia il suo lavoro di nostro corrispondente da Cuba.
Il compagno Roberto Livi cominciò la sua carriera giornalistica (e politica) molti anni fa al manifesto. Il fatto che adesso ritorni a scrivere per questo giornale dall'Avana ha un forte significato simbolico.
Noi siamo convinti, e l'abbiamo scritto più volte su questo giornale, che non ci sarebbe mai stata la rinascita - che qualcuno arriva a chiamare rinascimento - dell'America latina di questo primo decennio del secolo XXI se non ci fosse stata, in tutta la seconda metà del '900, la Cuba rivoluzionaria e castrista a offrire una straordinaria prova di resistenza e dignità.
Da 51 anni e da 11 presidenti degli Stati uniti Cuba resiste con successo alla «ossessione» anti-castrista di Washington (e Miami) e ai suoi incessanti tentativi di destabilizzazione, con l'unica eccezione (fallita) di Jimmy Carter e la debole disponibilità di Obama.
Ma Cuba è di fronte a scelte difficili e non più rinviabili, lo riconoscono anche i cubani e l'ha ripetuto più volte in questi due anni lo stesso presidente Raúl. Scelte drammatiche (e non tutte legate al criminale e grottesco blocco Usa che asfissia l'isola ribelle da quasi 50 anni), scelte decisive per il futuro della rivoluzione e delle sue conquiste sociali, che si annunciano dolorose e dovranno essere prese senza più l'ombrello protettivo che il carisma di Fidel garantiva.
Nei prossimi mesi e anni Cuba sarà ancora - e sempre di più - in prima pagina. Per questo è essenziale che un giornale come il manifesto abbia un occhio attento e sempre acceso «dal di dentro».
Ringraziamo il governo cubano e l'ambasciata di Cuba in Italia per la possibilità che ci hanno dato, accreditando Roberto Livi come corrispondente, di seguire l'evolversi della situazione da vicino e con continuità, evitandoci la pena di dover «interpretare» le notizie da e su Cuba quasi sempre provenienti - salvo rare e onorevoli eccezioni - da fonti e media (generalmente basati negli Usa o in Spagna) per nulla disinteressati e obiettivi, notizie poi riprese e rilanciate come fossero oro colato dai media (e dai politici) italiani.
Scrivendo da e su Cuba noi, al contrario degli altri, non pretendiamo di essere obiettivi. Perché, come ci ha insegnato qualcuno, l'obiettività non esiste e bisogna diffidare da chi la millanta.
Il manifesto è sempre stato e vuole continuare a essere amico di Cuba e della rivoluzione cubana, specie ora che si trova di fronte a dei nodi spinosi da sciogliere.
Partendo da questa amicizia e solidarietà scriveremo da e su Cuba cercando ogni giorno di smascherare le calunnie tendenziose e i luoghi comuni grossolani che quasi sempre accompagnano le informazioni sull'isola. Senza però chiudere gli occhi o tacere le critiche che di volta in volta riterremo giusto rivolgere agli amici e compagni cubani. Amici sempre, ciechi e incondizionali mai: l'incondizionalità non è nella natura e nella storia del manifesto.
È con questo spirito e questa garanzia che il manifesto e Roberto Livi si apprestano a vivere la stimolante avventura che comincia oggi.


I consumi della Revolucion.
di Roberto Livi

L'appuntamento è alle 5,30 del mattino al Barrio chino, il quartiere cinese nel cuore di Avana centro. È sabato primo maggio, la capitale caraibica esce dal sonno irrequieta al rumore degli autobus cinesi Yu tong, di vecchie e scassate corriere riciclate, di grossi camion che percorrono la città per convogliare centinaia di migliaia di persone a piazza della Revolucion. Lo slogan è «tutti uniti, per Cuba, Fidel e Raul e contro l'interferenza degli Usa e dei loro lacché dell'Unione europea e dei mercenari interni». Una sorta di chiamata alle armi.Il mio gruppo di tai chi quan è composto in gran parte di donne, cinquanta-sessantenni, madri e nonne, che ci tengono a partecipare alla sfilata assieme agli altri allievi e maestri della scuola di arti marziali cinesi (sulle pareti del piazzale in cui si svolgono gli allenamenti vi è la scritta vita e salute, armi della Rivoluzione).
Figlie della rivoluzione, sono disposte a una levataccia e a lunghe camminate sotto il sole per sostenerla. Il primo maggio con Fidel è parte dei ricordi, dall'infanzia alla maturità. Anche al presidente Raul non vogliono far mancare l'appoggio.L'intenzione di difendere la Rivoluzione rimane, ma l'umore è ben diverso dal passato. Non sfileranno di fronte al palco di Raul e delle autorità ballando (come nel 1968 quando cantavano rivolte a Fidel somos socialistas bailantes, bailantes), ma preoccupate per il presente ancor più che per il futuro, che si presenta comunque incerto. Sfilano assieme alle decine e decine di migliaia di persone che rappresentano il popolo dell'Avana e più in generale di Cuba, dagli studenti e insegnanti della scuola ai lavoratori della sanità che testimoniano le grandi conquiste della Rivoluzione, ai rappresentanti delle brigate di medici e maestri che lavorano in molti paesi dell'America latina, dagli sportivi e artisti ai lavoratori delle varie corporazione e imprese statali, fino ai reparti ordinati e compatti delle Forze armate rivoluzionarie, gli uomini di Raul, salutati dal presidente con uno sventolio del cappello di paglia.Dal presidente, i cubani non si attendono solo i richiami a unirsi per difendere Cuba dai nuovi tentativi di destabilizzazione provenienti dal potente vicino nordamericano che, questa volta «assieme all'Ue e ai mercenari interni», agita «strumentalmente» il tema dei diritti umani. Né le lodi alla rivoluzione. Quello che vogliono sentire da Raul sono parole che annuncino un cambio por lo mejor, misure che assicurino una vita migliore, ovvero salari che permettano di arrivare alla fine del mese, aperture al lavoro particular (privato) o a cooperative nel settore dei servizi e dell'alimentazione oltre che nell'agricoltura, la possibilità di andare liberamente all'estero. Nei grandi temi, il socialismo cubano - sanità e scuola gratuite, assistenza ai più poveri - per loro va bene. Libertà di espressione, di associazione politica, insomma la questione dei diritti umani, è più materia di mugugno che di esigenze reali. Il vero, e potenzialmente pericoloso, fattore di preoccupazione e malcontento - anche fra i giovani che più guardano agli standard occidentali - è di natura economica.Come dar loro torto: i prezzi aumentano, i prodotti di largo consumo sempre più difficili da trovare. La crisi economica è drammatica, le finanze statali sono al lumicino e le esigenze sono enormi, visto che Cuba importa quasi il 70% di quello che consuma. Patate e fagioli scarseggiano, una libbra (circa mezzo chilo) di riso è passata da 3,5 a 8 pesos (da 18 a 40 centesimi di euro per uno stipendio medio che si aggira sui 15-18 euro al mese), la carne di manzo è un lusso per pochi. La libreta de abastecimiento, che assicura a ogni cubano una serie di prodotti alimentari di base quasi gratuiti, non basta che per un paio di settimane al massimo. La gente lucha e inventa, ovvero si arrangia per arrivare alla fine del mese. Tutti sinonimi di appropriarsi dei beni dello stato, venderli sottobanco, corrompere e essere corrotti. Insomma vi è una grande massa di gente che si vede costretta a muoversi nell'illegalità, a giustificare ruberie col fatto che bisogna arrangiarsi. E spesso a praticarle sono capi, ispettori e via dicendo.Non si tratta di una denuncia fatta dall'opposizione, per altro assai ridotta e fortemente condizionata economicamente da enti governativi nordamericani. Il quadro sopra esposto appare ogni venerdì nelle pagine dedicate alle lettere al direttore di Granma, l'organo del partito comunista. E con altrettanta frequenza nelle lettere a Juventud rebelde. Ne citiamo alcune: «Dinamizzare il modello economico per salvare il modello (socialista, ndr) sociale», scrive A. Orama Munero (Granma del 16 aprile). «Lo Stato deve stimolare le forze produttive, liberarsi dei carichi eccessivi che non può controllare, soprattutto l'egualitarismo (salariale, ndr)» che «frena le forze produttive». «La Rivoluzione ha convertito la maggioranza dei mezzi di produzione in proprietà sociale. Cambiare questa situazione sarebbe un errore», afferma M.C. Aledo Roller (Granma del 9 aprile). Però «se vi fossero molti più calzolai, muratori, carpentieri tassisti, e la lista può essere infinita, che lavorano per se stessi e producono beni e servizi senza sfruttare ed essere sfruttati.. questo non significherebbe che stiamo tornando al capitalismo» . «I cambi creano resistenza» nella burocrazia del partito-stato: «È necessario un cambio nella sfera economica, di questo nessuno dubita. Soprattutto nella produzione di alimenti il popolo chiede risultati, cibo. Raul Castro l'ha detto chiaro che si tratta di una questione di sicurezza nazionale: mettiamo fine alla corruzione, all'assenteismo, alla burocrazia... affrontiamo i nostri problemi e il nostro Socialismo continuerà a essere un esempio per tutto il mondo» (R. Garcia Macìa, Granma del 30 aprile). Fin dalla sua nomina a nuovo presidente, il 24 febbraio 2008, Raul Castro ha dimostrato che il suo stile di governo è improntato al pragmatismo. Ha eliminato proibizioni assurde (possesso di cellulari e computer, affitto di auto, possibilità di ospitarsi in alberghi, di gestire taxi privati..), ha criticato l'egualitarismo, affermando che non vi sarebbe stata uguaglianza di salari, ma uguaglianza di opportunità, e ha avviato una grande redistribuzione delle terre incolte dello Stato, della quale hanno beneficiato centomila famiglie.Poco a poco è iniziata a emergere la Cuba reale, al di là della propaganda. E il quadro era critico, come quello esposto dalle lettere al Granma. Per affrontarla, il nuovo presidente sembra volersi muovere sulla base di riforme che riducano i «benefici per tutti» (la libreta de abastecimiento, i comedores obreros) e aumentino il reddito a chi produce (eliminazione del tetto salariale, possibilità di un secondo lavoro, distribuzione di terre). Solo che si tratta di un progetto non completamente (e chiaramente) delineato e che incontra difficoltà (se non opposizione) nell'elefantesca burocrazia, nell'abitudine al lavoro garantito (mentre Raul ha affermato che vi è un milione di posti di lavoro improduttivi). In questo modo i tagli avanzano più in fretta della crescita dei salari, secondo il sindacalista Salvador Valdés. La crisi economica globale e la scarsità di liquidità finanziaria dello Stato ha poi reso necessaria una sorta di congelamento dei debiti esteri (alla fine dell'anno scorso era stato saldato un terzo del debito estero) con conseguenti tagli negli investimenti esteri nel Paese e nell'importazione di beni.Dunque le riforme vi sono state. Ma la percezione della gran parte dei cubani è che non siano sufficienti. Che il più resti da fare. La gran parte dei cubani chiede «cambiamenti attuati con urgenza», ha ribadito giorni fa anche la massima autorità della chiesa cubana, il cardinale Jaime Ortega. Per l'arcivescovo dell'Avana, a Cuba esiste un «consenso nazionale» sulla necessità di cambiamenti. E il fatto che si ritardino «produce impazienza e malessere nella popolazione». Le mie compagne di tai chi, come la gran parte dei manifestanti, dopo la lunga attesa e la sfilata ritornano a casa sudate e stanche, ma anche più allegre. Alle richieste di Raul e della Rivoluzione hanno risposto ancora una volta: presente! Senza la retorica che troppo di frequente abita nei media ufficiali hanno dimostrato di voler difendere «le conquiste del socialismo», il fatto che i loro figli «sono diventati medici senza spendere un centesimo», che possono dirsi orgogliose di abitare un paese che non si piega, «non si mette in ginocchio di fronte alle pressioni esterne», come recitavano gli slogan in piazza della Rivoluzione. Ora però chiedono a Raul di ascoltare la loro voce, le loro speranze ed esigenze di cambiamenti.
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lunedì 3 maggio 2010

PETIZIONE PER LA LIBERTA' D'ESPRESSIONE.


La libera ricerca esige che si tolleri la diversità d'opinione e che si rispetti il diritto dell'individuo di esprimere le sue credenze per quanto impopolari possano essere, senza divieti sociali o legali, senza timore di successo.
(Paul Kurtz, "Sulle barricate")
In teoria questo è ancora un paese libero, ma i nostri tempi del politicamente corretto e della censura sono tali che molti di noi tremano all'idea di esprimere le loro giuste idee per timore di essere condannati. In questo modo la libertà di parola viene messa a repentaglio, grandi questioni non vengono dibattute e grandi menzogne vengono accettate come grandi verità.
(Simon Heffer, giornalista britannico)

Cari compagni e amici, invio l’annunciata petizione, che ora si trova collocata qui a destra, in cima al blog.
Vi sarei grato se vorrete firmarla. Mi sento abbastanza imbarazzato a chiedervi di impegnarvi in questa battaglia che vi sottrarrà un po’ di tempo. Mi incoraggiano a farlo le numerosissime attestazioni di solidarietà che mi sono pervenute da quando ho diffuso la notizia di questa vertenza legale – e morale ! – con Liberazione e il partito di cui è l’organo. Per questo partito ho militato per sette anni, impegnandovi tutte le mie energie e gran parte delle mie sostanze. Le posizioni politiche che esprimevo sulle grandi questioni internazionali erano anche quelle di una forte componente del PRC, fatto che rafforzava il mio diritto di manifestarle sul giornale, anche quando non fossero in linea con le valutazioni dell’ allora segretario nazionale. Il mio articolo su Cuba, che conoscete o che potete leggere nel mio blog http://fulviogrimaldi.blogspot.com/ (post “Il corpo del reato”), nel maggio 2003, ha determinato il mio licenziamento su due piedi. Di questa cacciata non mi è stata data mai alcuna comunicazione e spiegazione formale. Ne mi è stato riconosciuto il diritto di esprimermi sul giornale. Alle migliaia di proteste dei lettori, si è risposto con giustificazioni false o statutariamente improprie: non mi sarei attenuto al tema ambientale, avrei deviato dalla linea del partito. Affermazioni grottesche se si guarda alle centinaia di miei articoli e reportage che parlavano di Balcani, Medio Oriente, politica interna, cultura, costume, ogni immaginabile argomento, pubblicati tra il 1999 e il 2003.

Anche di fronte alla sentenza d’appello, che mi impone di restituire una cifra per me irraggiungibile a Liberazione, e di fronte alla pervicacia con cui il giornale persegue l’esecuzione di tale sentenza, nonostante mie offerte di transazione, vi sono state moltissime proteste a giornale e partito ed espressioni di solidarietà nei miei confronti. Mi incoraggia a questa iniziativa l’evidente volontà di molti, che da tanti anni seguono il mio lavoro, di non far scomparire dalla minuta scena dell’informazione “altra” la mia voce. E anche l’impegno che ho preso da sempre nei confronti delle verità dei popoli e delle classi oppressi.
Fulvio Grimaldi. Leggi tutto...

sabato 1 maggio 2010

Buon I° Maggio.


Fidel: "Quello che non possono perdonarci gli imperialisti è che abbiamo fatto un Rivoluzione socialista sotto il naso degli Stati Uniti". Leggi tutto...

domenica 25 aprile 2010

Dalla Resistenza alla Revolucìon.


In occasione della 2^ Festa Nazionale dell'ANPI che si svolgerà dal 24 al 27 Giugno 2010 ad Ancona nei locali della Mole Vanvitelliana il Circolo Italia-Cuba di Senigallia renderà omaggio a Gino. Leggi tutto...

Cosa c'è dietro la nuova campagna contro Cuba - di Gianni Minà


Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2010 su Il Fatto Quotidiano

Caro Direttore,

approfitto della tua disponibilità a ospitare voci fuori dal coro per riflettere su un tema, Cuba, che mi appassiona e che conosco in profondità. Da dieci anni, infatti, dirigo la rivista Latinoamerica (www.giannimina-latinoamerica.it), con l'aiuto di scrittori, poeti e premi Nobel di una parte di mondo che sta cambiando pelle e che per questo in Europa è spesso raccontata con pregiudizio.

Il Corriere della Sera, ad esempio, per tre volte in due settimane, con le firme di Pierluigi Battista, Elisabetta Rosaspina e Angelo Panebianco, si duole che la campagna scatenata recentemente contro Cuba dopo la morte del detenuto Orlando Zapata in seguito ad uno sciopero della fame, non abbia suscitato un coinvolgimento dell’opinione pubblica italiana, e in pratica chiede sanzioni. L'accanimento del Corriere della Sera è singolare, specie considerando che il giornale più diffuso d'Italia ignori, nello stesso tempo, notizie inquietanti sull’America latina (la mattanza di giornalisti in Messico con 15 morti quest'anno e 12 l'anno precedente, o il ritrovamento in Colombia della più grande fossa comune del Sudamerica con duemila vittime) mentre non da requie a Cuba. E’ iniziata evidentemente una campagna alla quale non si sottrae nessuno e che a volte sfiora il grottesco.

Wired, per esempio, è una rivista patinata delle edizioni Condé Nast, interessata ai nuovi media e alle nuove tecnologie. Nell’ultimo numero dell’edizione italiana ci sono una dozzina di pagine su Yoani Sanchez, bloguera di moda per la quale si è speso con un appello anche Il Fatto Quotidiano.

Lanciata dal gruppo Prisa, quello di El Pais, Yoani trasmette dall’Avana aiutata da un server tedesco (di proprietà del magnate Josef Biechele) con un’ampiezza di banda 60 volte più grande di qualunque altra utilizzata a Cuba. Su Wired Yoani viene fotografata e raccontata come un’improbabile modella in fuga dai cattivoni del governo, che non le danno il visto per andare a ritirare tutti i premi che le vengono assegnati in mezzo mondo da organizzazioni ostili alla Rivoluzione. La povera bloguera è costretta a dare appuntamenti ai giornalisti occidentali alle dieci del mattino al Parque Central.

E sarebbe anche credibile, salvo che Salim Lamrani, ricercatore e docente all’Università Paris Descartes, l'ha incontrata tranquillamente, e per ore, nella hall dell’Hotel Plaza, per una intervista che pubblicheremo nel prossimo numero di Latinoamerica e nella quale, ora, Yoani sostiene di non riconoscersi, anche se le sue risposte sono state registrate con un moderno I-phone.
http://www.5av.it/le-storie-quotidiane/90-cuba-dossier/1777-salim-lamrani-contro-yoani-sanchez.html


Dettagli sorprendenti, ma non troppo: tra i fondatori e i collaboratori di punta di Wired c’è Nicholas Negroponte, docente universitario e collaboratore del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti quando internet era solo un progetto militare. Nicholas è fratello del mitico John, negli anni '80 stratega della “guerra sporca” contro i sandinisti in Nicaragua e più tardi presenza inquietante in Iraq, dove fu ambasciatore nei giorni dell’uccisione, da parte del marines Lozano, di Nicola Calipari, l'agente dei servizi italiani che aveva appena salvato la giornalista del manifesto Giuliana Sgrena.

Gli articoli e le iniziative contro Cuba, d’altronde, celano sempre sorprese. Fa senso, ad esempio, scoprire in rete le immagini della manifestazione che, a Miami, ha aperto la nuova campagna di discredito cominciata il giorno dopo la morte di Orlando Zapata, detenuto da anni in carcere per reati comuni e negli ultimi tempi molto vicino alle Damas en blanco, movimento di dissidenza sovvenzionato - è stato appurato in un processo in Florida - dal terrorista Santiago Alvarez.

Fa senso perchè nel corteo guidato da Gloria Estefan, cantante di successo, figlia di un ex guardiaspalle della famiglia di Fulgencio Batista, il dittatore abbattuto dalla rivoluzione cubana, marciava anche un altro terrorista, il venezuelano Luis Posada Carriles, responsabile, fra i tanti delitti, dell’abbattimento dell’aereo della Cubana de Aviacion che nel 1976 provocò 73 vittime. Posada Carriles fu anche indicato fra i mandanti dell'omicidio dell’ex ministro degli Esteri di Allende, Orlando Letellier, assassinato a Washington nel 1976, e della campagna di attentati messa in atto a Cuba nel 1997 (tra le vittime, il giovane italiano Fabio Di Celmo). Questo Bin Laden latinoamericano, coperto dalla Cia, circola libero in Florida e chiede “libertà e democrazia” per Cuba.

Io non so se il ministro Frattini, che dopo il caso Zapata ha tuonato contro Cuba, conosce queste storie. Ma so che non è credibile il ministro degli Esteri di un paese che si proclama democratico, ma esalta la bontà di un embargo assurdo, decretato per la sola colpa di aver scelto un destino sgradito agli Usa, un embargo che soffoca il popolo cubano da cinquant’anni ed è stato condannato dall’Assemblea dell’Onu diciotto volte di seguito, anche con il voto dell’Italia.

Frattini sa che, dopo i 140 milioni di dollari stanziati da Bush nel 2008 per “cambiare faccia a Cuba”, anche Obama nel 2009, malgrado la crisi economica, ha stanziato 55 milioni per la stessa incombenza. A cosa pensa che servano questi soldi, il pacifico Frattini? A rasserenare un paese o a montare, in quella società già ferita dal terrorismo che viene dalla Florida, una strategia della tensione? Ma il nostro ministro si duole invece del fatto che l'Italia non si mobiliti contro la Revolución, ignorando il testimone che tutti i media italiani si passano sull’argomento da settimane. Perfino Aldo Forbice, che blocca la parola in bocca a chiunque dissenta dalle sue tesi, chiede firme contro Cuba su Radio Rai, con la complicità dei radicali. In alcuni casi aderiscono anche media progressisti in politica interna ma molto attenti, in politica estera, a non turbare la linea del segretario di stato Hillary Clinton, desiderosa di recuperare la presa sul continente a sud del Texas persa nella stagione di Bush Jr..

La maggior parte dei “dissidenti” incarcerati nel 2003, quando il governo Bush tentò la spallata contro Cuba favorendo tre dirottamenti aerei e il sequestro del ferry boat di Regla carico di turisti, sono stati condannati per aver preso, non si sa per quali servigi, soldi dal governo di Washington, elargiti dall’Ufficio di interesse degli Stati Uniti all’Avana. A parti invertite, negli Usa ciò procurerebbe processi per alto tradimento. Ma nelle cronache italiane si parla invece di giornalisti incarcerati per presunti reati di opinione, eludendo il dettaglio che molti sono stati ingaggiati e retribuiti dal paese che tiene Cuba sotto embargo da mezzo secolo.

Senza contare che questi mercenari nuocciono enormemente ai dissidenti sinceri e a voci coraggiose come quelle di Ambrosio Fornet, Soledad Cruz, Senel Paz, Leonardo Padura, che abbiamo pubblicato su Latinoamerica e che, dentro la Rivoluzione, criticano e si battono per le riforme, perché il governo si liberi dalla sindrome dell’assedio che spesso l’attanaglia e rallenta l’evoluzione della società cubana.

Insomma, in questi ultimi mesi nell’Isola non è cambiato nulla che giustifichi questo nuovo assedio politico. Non essendo arrivate le aperture di Obama (che invece, recentemente, si è incontrato con i duri della Fondazione Cubano-americana) a torto o a ragione Raul Castro ha rinviato a sua volta le riforme. Ma fin dal summit delle Americhe, a Trinidad, gli Usa hanno capito che l’atteggiamento della maggior parte dei paesi del continente era cambiato. E al successivo vertice dell’OSA, Hilary Clinton ha dovuto acconsentire al reintegro, senza condizioni, di Cuba, dopo che gli stessi Stati Uniti, cinquant’anni fa, ne avevano chiesto l’esclusione.

Questo cambio di vento politico in America latina è stato attribuito all’influenza dell’Isola, e non a torto. Così si è tornati ai vecchi metodi, resuscitando contro la Revolución l'argomento dei diritti umani già montato 25 anni fa da Reagan. Non era questo che ci si aspettava da Obama.
Questo è l'inizio del post.
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sabato 17 aprile 2010

L'ora di Cuba.

Cari compagni,
a proposito delle polemiche che in questi ultimi mesi hanno coinvolto Cuba ed il suo Governo, il Circolo di Senigallia, con una lettera inviata al Direttivo Nazionale dell’Associazione (che potrete leggere su un post pubblicato nel nostro sito il 27 febbraio scorso) ha preso una posizione chiara.
Per ribadire le nostre preoccupazioni pubblichiamo l’articolo uscito ieri sul quotidiano ‘il manifesto’ firmato dallo scrittore cubano Guillermo Rodríguez Rivera che, a nostro avviso, interpreta nel migliore dei modi la situazione che sta vivendo Cuba ed il grave pericolo che incombe sul suo futuro “…da una parte i contro-rivoluzionari, che la rivoluzione non vogliono rifondarla ma cancellarla … Dall'altra parte, una burocrazia impaurita o soddisfatta che non vuole il benché minimo cambiamento perché tutto continui uguale e, se alla fine fossero loro stessi a distruggere la rivoluzione, per poter divenire «la nuova classe» dominante e borghese, come è già accaduto in altre parti”.

Hasta la victoria siempre!

di Guillermo Rodríguez Rivera - 'il Manifesto' del 15/04/10.
Il trovador Silvio Rodríguez dà note e versi alla sua protesta: cambi ineludibili ma dentro la rivoluzione
Nel suo ultimo disco, il grande trovador cubano Silvio Rodríguez, ha chiamato a quello che definisce un Secondo appuntamento (Segunda cita) Il precedente era stato l'appuntamento «con gli angeli». A esso risposero alcuni degli angeli visibili tra noi esseri umani: Giordano Bruno, l'eretico condannato per liberare la mente degli uomini contro la menzogna; Federico García Lorca, il poeta assassinato dal fascismo e dai pregiudizi; José Martí, caduto lottando a fianco dei «poveri della terra»; le centinaia di migliaia di morti di Hiroshima, quando una superpotenza volle chiarire qual era il paese poderoso a cui tutti gli altri dovevano inchinarsi; l'odio razzista che assassina quelli che chiedono giustizia ed uguaglianza, come Luther King; il fanatismo che diventa terrorismo come nei due terribili 11 settembre: quello della morte di Allende, che volle migliorare con mezzi pacifici la vita dei cileni, e quello del criminale abbattimento delle torri gemelle newyorkesi.
In questo Secondo appuntamento, credo che Silvio convochi e unisca tutti noi cubani che abbiamo discusso sul richiamo del presidente Raúl Castro sulle possibili soluzioni ai gravi problemi che il popolo soffre e conosce. Un nuovo appuntamento con la storia, che vuole ripercuotersi sulla vita quotidiana, sulla vita reale dei cubani.
Tutto sembra indicare che è ritornato il Silvio che volle «lasciare la casa e la poltrona» nei tempi eroici del Che o che affrontò i burocrati della cultura in «Devo dividermi in due». Ma sono cambiati i tempi e le circostanze. Per di più, il disco esce nel mezzo di una feroce campagna mediatica scatenata contro la rivoluzione cubana subito dopo la morte per sciopero della fame, del detenuto Orlando Zapata Tamayo.
Il disco esce in un mare molto agitato per via del confronto tra la Cuba rivoluzionaria e i suoi nemici, e in questo mare agitato vogliono pescare i nemici permanenti delle idee che la Nueva Trova cubana ha sempre difeso, e vorrebbero prendere all'amo sia Pablo Milanés che Silvio Rodríguez.
L'esiliato Hernández Busto, che ha chiesto l'intervento militare Usa a Cuba, ha detto che solo il suo prestigio evita a Pablo di essere arrestato, guardandosi bene però da ricordare le parole di Pablo sulla Cuba che desidera: «Con i Castro, ma con cambiamenti».
La stampa spagnola nasconde o minimizza il pensiero dei due trovadores e batte sul diffuso desiderio di cambi essenziali nel paese, che ovviamente essi condividono, manipolando le loro vere posizioni e presentandoli come se fossero passati dall'altra parte.
Silvio ha sottolineato l'incapacità delle recensioni uscite all'estero di capire e e valutare le idee lui ha voluto mettere in gioco. Il disco è uscito in Argentina e Spagna, ma lui sostiene che è profondamente legato alla nostra realtà cubana e i suoi recensori stranieri non conoscono abbastanza Cuba per capire ciò che Secondo appuntamento dice.
Un esempio: il quotidiano spagnolo El País, enfatizza questi versi della canzone che dà il titolo al disco. I versi che dicono: «Quisiera ir al punto naciente/ de aquella ofensiva/ que hundió con un cuño impotente/ toda iniciativa» (vorrei andare al punto nascente/ di quella offensiva/ che ha affondato con un conio impotente/ qualsiasi inizitiva). Per loro la «offensiva» di cui parla è la rivoluzione stessa.
Ma noi che abbiamo vissuto i tremendi anni della rivoluzione e sappiamo come la pensa Silvio, capiamo benissimo che non allude alla rivoluzione del '59, ma alla «offensiva» del marzo del '68 che cancellò qualsiasi attività economica non statale, le imprese medie e piccole e perfino il semplice lavoro individuale privato, e introdusse mali che non conoscevamo dopo 7 anni di socialismo e che da cui non siamo più riusciti a liberarci da allora. Ovvero la mentalità di aspettarci tutto dallo Stato, perché lo Stato era tutto e qualsiasi iniziativa al di fuori di esso era illegale. E' a partire da lì che «affondò ogni iniziativa» e compave la passività propria della «mentalità del piccione»; che cominciò quella «deviazione delle risorse» (un eufemismo), che ha generato l'inevitabile abitudine di procurarsi le cose nell'unico posto in cui c'erano: nei forniti e incontrollati magazzini statali; che alla fine si arrivò al punto, sebbene l'economia non ne avesse bisogno e anzi ne risentisse, per cui lo Stato dovette dare un'occupazione a tutti coloro che aveva lasciato senza i mezzi per vivere, col risultato di produrre di meno e spendere di più.
Affrontare questi vecchi errori, è il senso di ciò che Silvio chiama «rifondare la rivoluzione» o «tornare a fare il viaggio verso i semi di José Martí». Riconoscere dove ci siamo sbagliati e darci un Secondo appuntamento con la storia per ottenere ciò che abbiamo perso per strada: dall'autentico sviluppo della rivoluzione, fino «al passato di una certa ragazza che camminava di notte per il Vedado, leggera e ubriaca».
Questa è la prospettiva del Secondo appuntamento, che si trova ad affrontare molti e diversi nemici. Da una parte i contro-rivoluzionari, che la rivoluzione non vogliono rifondarla ma cancellarla e che farebbero carte false per avere al loro fianco Pablo Milanés e Silvio Rodríguez. Dall'altra parte, una burocrazia impaurita o soddisfatta che non vuole il benché minimo cambiamento perché tutto continui uguale e, se alla fine fossero loro stessi a distruggere la rivoluzione, per poter divenire «la nuova classe» dominante e borghese, come è già accaduto in altre parti.
Non so se Silvio sarà d'accordo con me, ma Secondo appuntamento è un manifesto, un appello a cui noi cubani dobbiamo rispondere: quello di un cambiamento rivoluzionario.
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venerdì 19 marzo 2010

Ma !?! ... anche a Cuba si vota?


Juan Marrero - Cubadebate.cu
A qualcuno nel mondo deve avergli suonato strano l’annuncio del Consiglio di Stato Della Repubblica di Cuba che ha convocato per Domenica 25 Aprile le elezioni delle 169 Assemblee Municipali del Poder Popular.
Questo è perfettamente comprensibile in quanto è uno dei componenti principali della guerra mediatica contro la Rivoluzione Cubana, che puntualmente nega o ignora la realizzazione di elezioni democratiche: le parziali, ogni 2 anni e mezzo, per eleggere i delegati, e le generali, ogni 5 anni, per eleggere i deputati nazionali delle assemblee municipali.

Cuba entra nel suo tredicesimo processo elettorale dal 1976 con la partecipazione entusiasta e responsabile di tutti i cittadini maggiori di 16 anni. In questa occasione si tratta di elezioni parziali.
Con la disinformazione e l’esclusione delle elezioni a Cuba dall’agenda informativa, i padroni dei grandi mezzi di comunicazione hanno cercato di accreditare il sinistro messaggio che i dirigenti a Cuba non sono eletti dal popolo. Fortunatamente negli ultimi anni, soprattutto dopo l’irruzione del Web, il controllo mediatico si è ridiensionato velocemente e la verità sulla raltà cubana, nel campo delle elezioni e in altri settori, è venuta fuori.
Non dare informazione sulle elezioni, sulla salute, l’educazione, la sicurezza sociale e altri temi importanti, è un ordine che viene dai potenti padroni del mondo capitalista, che temono la propagazione dell’esempio cubano a fronte della finzione di democrazia e libertà che essi stessi vendono e hanno venduto per secoli.
Apprezziamo, altresì, che l’implacabile scorrere del tempo è contrario a quelli che alzano questo muro di silenzio. Alcuni analisti “a pagamento” e politici difensori degli interessi dei nemici del popolo continuano ad affermare che “sotto la dittatura dei Castro a Cuba non c’è democracia, né libertà, né elezioni libere”. Si tratta di una menzogna che si ripete frequentemente, per onorare il pensiero di un ideologo nazista: “una menzogna ripetute mille volte si tramuta in verità”.
Voglio solamente commentare in questo articolo, il più brevemente possibile, quattro tappe del processo elettorale a Cuba, ovviamente suscettibili di miglioramenti, che marcano la differenza sostanziale con il meccanismo delle elezioni nelle cosiddette “democrazie rappresentative”. Questi aspetti sono : 1) Registro Elettorale, 2) Assemblee di nomina dei Candidati o Delegati, 3) Propaganda Elettorale, 4) Votazione e Scrutinio.
Il Registro Elettorale è automatico, universale, gratuito e pubblico. Quando viene al mondo, un cubano non solo ha diritto a ricevere educazione e salute gratuitamente, ma anche la certezza che al compimento dei 16 anni di età verrà iscritto automaticamente nel Registro Elettorale. Nessuno viene escluso per motivi di razza, sesso, religione o opinioni politiche. A nessuno viene chiesto un centavo per essere iscritto e men che meno viene sottosposto a pesanti pratiche burocratiche come esigere foto, timbri o impronte digitali. Il Registro è pubblico e si espone nei luoghi maggiormente frequentati dalla gente di ogni circoscrizione.
Tutto questo meccanismo garantisce che ogni cittadino possa esercire il suo diritto di eleggere o essere eletto e impedisce la possibilita di frodi, che sono molto comuni nei Paesi cosiddetti democratici. La base di queste frodi è che la immensa maggioranza degli elettori non sanno chi ha il diritto di votare, questo è appannaggio solo di pochi, e per questo ci sono morti che votano varie volte o, come succede negli Stati Uniti, numerosi cittadini vengono esclusi dal processo elettorale perchè già condannati da qualche tribunale, anche se hanno scontato la loro pena.
Quello che più differenzia le elezioni cubane dalle altre sono le assemblee di nomina dei candidati. In altri paesi l’essenza del sistema democratico è che i candidati sono designati dai partiti e che la lotta sia tra vari partiti e vari candidati. A Cuba non è cosí. I candidati non escono da nessuna macchinazione politica. Il Partito Comunista, forza dirigente della società e dello Stato, non è un’organizzazione con propositi elettorali. Non propone, non elegge, non revoca nessuno delle migliaia di uomini e donne che occupano ruoli rappresentativi nello Stato Cubano. Tra i suoi scopi non c’è, e mai ci sarà, quello di occupare banchi nelle Assemblee Municipali o nell’Assemblea Nazionale del Poder Polular. In ogni processo elettorale sono stati proposti ed eletti numerosi militanti del Partito Comunista, perchè i loro concittadini li hanno considerati persone con merito e capacità, non per la loro militanza.
I cubani e le cubane hanno il privilegio di proporre i loro candidati sulla base dei loro meriti e capacità, in assemblee di quartiere o di area, sia nelle città che nelle campagne. In queste assemblee si vota per alzata di mano e risulta “proposta” la persona che ottenga il maggior numero di voti. In ogni circoscrizione elettorale ci sono varie aree di nomina e la Legge Elettorale garantisce che almeno 2 candidati, fino ad un massimo di 8, possano apparire sulle schede per le elezioni del prossimo 25 Aprile.
Altro vantaggio del processo elettorale cubano è l’assenza della costosa e rumorosa propaganda, la commercializzazione presente in altri Paesi, dove c’è la corsa all’accaparramento di fondi. Nessuno dei candidati a Cuba può fare propaganda in suo favore e, ovviamente, nessuno ha bisogno di essere ricco o disporre di fondi o aiuti economici per farsi conoscere.
L’ultima caratteristica che vogliamo commentare è la votazione e lo scrutinio pubblico. A Cuba il voto non è obbligatorio. Come stabilisce l’Art. 3 della Legge Elettorale, è libero, segreto e ogni elettore ha diritto ad un solo voto. Quindi nessuno ha niente da temere se non si presenta al seggio il giorno delle elezioni o se consegna la sua scheda in bianco o annullata. In molti paesi il voto è obbligatorio e la gente va a votare per evitare multe, denunce o addirittura per evitare di perdere il posto di lavoro. Mentre in altri paesi, incluso gli Stati Uniti, la filosofia è che la maggioranza non voti, a Cuba è garantito che chi vuole votare possa farlo. Nelle elezioni fatte a Cuba dal 1976 ad oggi, in media, hanno votato il 97% degli elettori.
La conta dei voti è pubblica e possono essere presenti tutti i cittadini che lo desiderino, nonchè la stampa nazionale e straniera. Inoltre gli eletti sono tali solo se raggiungono il 50% dei voti validi, rendono conto ai loro elettori e possono essere revocati in qualsiasi momento del loro mandato.
La mia aspirazione è che, avendo spiegato semplicemente queste caratteristiche, un lettore non informato sulla realtà cubana risponda a qualche elementare domanda, come queste: Dove c’è maggior trasparenza elettorale e maggior libertà e democrazia? Dove si sono raggiunti i migliori risultati elettorali: in paesi con molti partiti politici, molti candidati e molta propaganda elettorale o nella Cuba di cui non si parla o quando se ne parla lo si fa per manipolare la sua realtà da parte dei grandi media monopolizzati da un pugno di imprese e magnati?
E aspiro, inoltre, a che un giorno, almeno nella grande stampa, cessi il muro di silenzio che si è alzato sulle elezioni a Cuba, o su altri importanti temi come la salute pubblica e l’educazione, e questo possa rappresentare per altri paesi che lo meritano un maggior rispetto e un futuro con più libertà e democrazia.
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