lunedì 20 ottobre 2014

Ebola, Cuba risponde all’allarme Onu.



 Cuba. La piccola isola si mobilita contro l’Ebola.  Al via il vertice speciale dei paesi dell’Alba
Roberto Livi - il manifesto del 19/10/14.

Più di 4.000 morti in Africa occidentale  ma secondo gli esperti la cifra dovrebbe essere raddoppiata. Di fronte a questo tragico bilancio di vittime dell’Ebola l’Onu ha suonato l’allarme internazionale, chiedendo alle grandi potenze e alle ex colonie una mobilitazione straordinaria per contrastare il morbo. Però i grandi attori internazionali sono restii a far seguire i fatti agli allarmi.
E ancor di più a inviare personale medico in Africa. Così il compito di guidare la forza medica internazionale nel fronte di combattimento dell’Ebola, tocca a una piccola isola, con poco più di 11 milioni di abitanti e un reddito procapite di circa 5000 euro: infatti Cuba ha inviato la settimana scorsa in Sierra Leone un contingente di 165 fra medici, infermieri, biologi e specialisti in assistenza sociale. E entro l’anno giungerà un secondo contingente formato da 294 operatori della salute.
Non solo, da domani inizierà all’Avana un vertice speciale dell’Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America-Trattato di commercio dei popoli (Alba-Tcp) per coordinare la cooperazione regionale per affrontare l’epidemia dell’Ebola e porre in atto misure preventive. Capi di Stato e di governo dell’Alba (Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Antigua y Barbuda, Salvador, Nicaragua, Santa Lucia, San Vicente e Granadine, Surinam, San Domingo) rispondono così all’appello dell’Onu per decidere una politica comune di aiuti all’Africa occidentale e centrale e per evitare che il contagio si estenda all’America latina e ai paesi dei Caraibi.
Non è la prima volta che Cuba gioca un ruolo di primaria importanza nell’affrontare disastri internazionali: il suo contributo ai contingenti medici e sanitari impegnati in situazioni di crisi (epidemie, terremoti, ecc) non ha rivali: fino ad oggi circa 50.000 operatori sanitari cubani ben addestrati sono al lavoro in 66 Paesi. Non solo, l’isola ha sperimentato anche personale capace di intervenire in situazioni di crisi, come i cicloni, per organizzare la mobilitazione sociale e dare assistenza anche psicologica alla popolazione. Proprio grazie a questa esperienza e a tale massiccio impegno, il vertice straordinario dell’Alba è stato convocato all’Avana.
Con una dichiarazione del tutto inusuale, anche il segretario di Stato Usa, John Kerry ha riconosciuto il ruolo di avanguardia di Cuba rivolgendosi al corpo diplomatico straniero a Washington per chiedere una mobilitazione internazionale contro l’epidemia: «Cuba – ha detto – un paese di appena 11 milioni di abitanti ha inviato (in Africa) 165 operatori della salute e prevede di inviarne altri 300». La necessità di intervenire in Africa per fermare il contagio è stata più volte espressa dalle autorità cubane. Lo stesso Fidel Castro, in un articolo pubblicato ieri, ha espresso il suo commosso omaggio agli specialisti cubani impegnati in questa importante, ma anche pericolosa, missione umanitaria. «È giunta l’ora del dovere» e dell’impegno, conclude Fidel, ricordando che con questo vertice straordinario «noi latinoamericani e caribegni inviamo un messaggio di speranza e di lotta agli altri paesi del mondo».
Nonostante i riconoscimenti internazionali di fronte a tale impegno, vi è però chi non rinuncia a usare politicamente questa emergenza per attaccare il governo cubano. Il ruolo, ancora una volta, è toccato al Nuovo Herald che nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo dedicato a «voci insistenti» le quali affermano che in caso di contagio «gli operatori sanitari cubani non saranno rimpatriati nell’isola». Come dire che saranno abbandonati alla loro sorte. Naturalmente, nessuna prova è stata fornita per sostenere tali «voci», che sanno di sciacallaggio.



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giovedì 16 ottobre 2014

Bolivia, il trionfo di Evo Morales.

Dal sito Altrenotizie - di Fabrizio Casari
Il messaggio delle urne boliviane è chiarissimo: il primo presidente indio della Bolivia sarà anche il prossimo. Con oltre il 60% dei voti, infatti, affermandosi in otto dei nove dipartimenti in cui è suddiviso il Paese, Evo Morales ha stravinto le elezioni di domenica scorsa in Bolivia e sarà ancora Presidente per altri 4 anni. L’ex leader del MAS (Movimiento al Socialismo), figura nobilissima della sinistra latinoamericana, ha conquistato per la terza volta la presidenza del suo paese, surclassando l’opposizione di destra sponsorizzata da Washington.

Il risultato era atteso. Non tanto per la debolezza della destra, quanto per i risultati di otto anni di presidenza della sinistra. Evo ha raccolto i frutti di quanto seminato in un paese che, nonostante la contrazione economica dell’area, risulta in pieno ciclo espansivo da diversi anni.
Ciò grazie agli otto anni della sua presidenza, caratterizzatasi per le politiche socialiste nella riorganizzazione dell’economia, fatte anche di nazionalizzazione degli impianti e di restituzione agli interessi nazionali degli accordi con le compagnie straniere. Con una economia in crescita del 6%, la Bolivia non poteva che assegnare con il voto il riconoscimento alla qualità dell’impianto socio-economico del modello.
I risultati della sua politica economica si sono visti: il ricavato dei suoi giacimenti di gas, delle sue piantagioni di soia e della raccolta della pasta di coca destinata al mercato legale, hanno prodotto un pareggio di bilancio mai registrato nella storia del paese andino. Un tempo destinate a prendere il volo verso gli USA, le risorse ottenute dall’industria dello sfruttamento degli idrocarburi sono state la fonte di finanziamento delle opere sociali che hanno enormemente ridotto la distanza tra i diversi settori sociali della società boliviana.
Aiuti diretti e indiretti agli anziani, alle donne in gravidanza e a tutti i bambini, ampliamento dei servizi e riconoscimento del dovere d'intervento dello Stato nelle problematiche più acute sono state il modus operandi del governare di Evo Morales.

Il successo economico del socialismo boliviano è stato possibile anche grazie ad un generale smantellamento del sistema costituzionale precedente, cucito su misura per gli interessi del latifondo locale le multinazionali estrattive statunitensi e che aveva regalato alla Bolivia 190 anni di storia coloniale.
In questo senso tra i successi maggiori e migliori ottenuti da Evo nei precedenti mandati c’è certamente quello della nuova Carta costituzionale, da lui fortemente voluta ed approvata nel Gennaio del 2009, che - come dichiarò alla sua approvazione -“rappresenta la fine del latifondismo e dell’epoca coloniale, interna ed esterna”.

E non è certo indifferente, per la riorganizzazione del tessuto produttivo del Paese, ciò che la Carta impone con l’articolo 398: il limite invalicabile di cinquemila ettari per l’estensione massima delle proprietà terriere e stabilisce altresì che sarà necessario, in futuro, ottenere l’approvazione delle comunità indigene prima di poter sfruttare le risorse naturali nel loro territorio.
La nuova Costituzione disegna la costruzione di uno Stato “unitario, sociale e di diritto plurinazionale, libero e indipendente, che offre ascolto a tutti i movimenti sociali sulle scelte riguardanti l’educazione, la salute e la casa”. Il testo costituzionale riconosce tre tipi di democrazia: rappresentativa, diretta e comunitaria e allo stesso tempo stabilisce una conseguente articolazione tra la giustizia ordinaria e la quella comunitaria.

E proprio sotto il profilo dell’articolazione dello Stato (elemento non certo secondario nella riforma di un Paese) l’innovazione è stata straordinaria e di assoluto valore storico: la nuova Carta, infatti, prende atto della struttura plurinazionale del paese che viene rappresentata direttamente ed indirettamente in tutti i suoi 411 articoli, che riconoscono sullo stesso piano le autonomie regionali, provinciali, territoriali indigene e municipali che già esistono.

Insomma, la Carta elaborata dall’Assemblea Costituente è stata un’opera di alta ingegneria politica e una vera e propria rivoluzione culturale, che ha aumentato notevolmente il controllo statale sull’economia e l’influenza delle 36 nazioni indigene nella rappresentanza politica. In questi ed altri passaggi si evidenzia il senso politico che ha caratterizzato i suoi mandati presidenziali di Evo Morales: la costruzione del retroterra politico ed istituzionale di un paese plurale sancito costituzionalmente.

Ieri, parlando dal balcone del Palacio Quemado, la sede del governo a La Paz, Evo ha dedicato la sua vittoria a “tutti i popoli del mondo in lotta contro l’imperialismo” e, in particolare, a Fidel Castro e Hugo Chavez, suoi punti di riferimento umani, oltre che politici.
Fidel Castro, che 54 anni orsono ruppe la catena di comando statunitense sul continente, trasformando Cuba nel primo territorio libero delle Americhe ed edificando un sistema che per equità e sovranità nazionale, é esempio vivente per tutta la sinistra del continente e non solo, di Evo è stato in qualche modo “padre putativo”, consigliere e riferimento costante nel suo agire politico.

Hugo Chavez, che seguendo il cammino tracciato da Simon Bolivar restituì il Venezuela ai venezuelani e che diede vita al “Socialismo del terzo millennio”, è stato l’alleato più immediato e leale per il giovane presidente boliviano, che pure nel suo incedere vittorioso ha dovuto affrontare (come Chavez) un tentativo di colpo di stato e serrate da parte dei suoi avversari che cercavano d’isolare la Bolivia e riportarla nelle solite mani a stelle e strisce.

D’altra parte la lunghissima marcia dall’opposizione al governo non faceva presagire un mandato tenue, incerto sul da farsi o a tinte fosche. L’integrità morale e la fede politica di Evo non erano adatte a un governo qualunque. E così non è stato.

Evo non ha adeguato i suoi ideali al mercato ma ha ricondotto il mercato alle esigenze del suo paese; non ha mai smesso i panni di leader della sinistra latinoamericana né ha avuto esitazioni nello scontrarsi con gli interessi e l’arroganza degli Stati Uniti. Dalla Cuba di Castro al Venezuela di Maduro, dal Nicaragua di Ortega all’Ecuador di Correa, dall’Argentina di Cristina Kirchner al Brasile di Djilma, Morales ha continuato a tessere la tela ormai robusta dell’unità latinoamericana.
Una consapevolezza continentale che ha nella sua unità la leva principale delle sue politiche commerciali e che ha seppellito da un decennio ormai, il Washington consensus, cioè quel sistema di dipendenza dagli Stati Uniti che, con rare e circoscritte eccezioni, caratterizzava le scelte e i destini dell’America Latina fino alla fine degli anni ’90.

La vittoria di Evo Morales è la vittoria di chi non svende per una poltrona i suoi ideali. Di chi non s’inginocchia, abbagliato dalla fama e dalle ricchezze e obnubilato dall’ambizione personale, di fronte al volere delle multinazionali ed al pensiero unico che ne costituisce l’humus ideologico.
Dimostra che si può pensare e realizzare una diversa politica economica e trarre i frutti per una diversa politica sociale. Che il mercato è un animale onnivoro che va controllato e regolamentato e che la ricchezza è solo arrogante privilegio se non viene distribuita equamente.
E dimostra anche che la sovranità nazionale, motore indiscutibile delle politiche economiche e sociali, si nutre dell’identità nazionale e del senso dell’indipendenza. La ricetta della vittoria della sinistra latinoamericana è soprattutto questa. Indipendenza, sovranità, integrazione, solidarietà: una manna indigesta per lo stomaco dello Zio Sam.
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venerdì 10 ottobre 2014

Nove ottobre. Il "Che" è ancora vivo

Da contropiano.org

Il 9 ottobre del 1967 muore, dopo essere stato ferito in combattimento e catturato dai killer del dittatore René Barrientos Ortuño, in Bolivia, uno dei rivoluzionari più limpidi e carismatici del '900. Impossibile sintetizzare qui la sua azione e i suoi scritti, l'importanza del contributo che ha dato al rovesciamento dell'oppressione in tutto il mondo, e non solo nella sua America Latina.
Lasciamo perciò volentieri che Ernesto Guevara de la Serna, per tutti e sempre "Il Che", guerrigliero e maestro di umanità coraggiosa, sia ricordato, in questo anniversario, dalle parole di José Saramago, premio Nobel per la letteratura e comunista senza pelosi ripensamenti.
*****
“Non importa quale ritratto.
Uno qualsiasi, serio, sorridente, con l’arma in mano, con Fidel o senza Fidel, pronunciando un discorso alle Nazioni Unite, o morto, con il torso nudo e gli occhi semiaperti, come se dall’altro lato della vita volesse ancora accompagnare il futuro del mondo che ha dovuto lasciare, come se non si rassegnasse a ignorare per sempre i percorsi delle infinite creature che dovevano ancora nascere.
Su ognuna di queste immagini si potrebbe riflettere lungamente, in modo lirico o in modo drammatico, con l’oggettività prosaica dello storico o semplicemente come chi si accinge a parlare dell’amico che uno scopre che ha perso perché non ha avuto l’occasione di conoscerlo...
Al Portogallo infelice e imbavagliato di Salazar e di Marcelo Caetano arrivò un giorno una foto clandestina di Ernesto Che Guevara, quella più celebre di tutte, con intensi colori neri e rossi, che divenne l’immagine universale dei sogni rivoluzionari del mondo, promessa di vittorie fertile al punto da non degenerare mai in routine o in scetticismi, ma che anzi darebbe luogo a molti altri trionfi, quello del bene sul male, quello del giusto sull’iniquo e quello della libertà sulla necessità.
Incollato o fissato alle pareti con mezzi precari, questo ritratto è stato presente a dibattiti politici appassionati in terra portoghese, ha sottolineato argomenti, ha lenito scoraggiamenti, ha raccolto speranze.
È stato visto come quello di un Cristo che fosse sceso dalla croce per crocifiggere l’umanità, come un essere dotato di poteri assoluti che fu in grado di estrarre acqua da una pietra per estinguere tutta la sete, e di trasformare questa stessa acqua nel vino con cui si avrebbe brindato allo splendore della vita.
E tutto questo era sicuro perché il ritratto di Che Guevara fu, agli occhi di milioni di persone, il ritratto della dignità suprema dell’essere umano.
Però fu usato anche come ornamento incongruente in molte case della piccola e della media borghesia intellettuale portoghese, per i quali residenti le ideologie politiche di affermazione socialista non passavano da un mero capriccio congiunturale, forma presumibilmente rischiosa di occupare l’ozio mentale, frivolezza mondana che non poteva resistere al primo confronto con la realtà, quando i fatti esigevano il compimento delle parole.
E allora il ritratto di Che Guevara, il primo testimone di tanti infiammati annunci di impegno e di azione futura, il giudice della paura nascosta, della rinuncia vigliacca e del tradimento aperto, è stato rimosso dalle pareti, occultato, nella migliore delle ipotesi, in fondo ad un armadio, oppure radicalmente distrutto, come se uno avesse voluto fare in passato qualcosa di cui ora dovesse vergognarsi.
Una delle lezioni politiche più istruttive, nei tempi attuali, sarebbe sapere cosa pensano di loro stessi queste migliaia e migliaia di uomini e donne che in tutto il mondo hanno avuto un giorno il ritratto di Che Guevara al capezzale del letto, o di fronte al tavolo da lavoro, o nel salotto dove ricevevano gli amici, e che ora sorridono per aver creduto o aver fatto finta di credere.
Qualcuno dirà che la vita è cambiata, che Che Guevara, nel perdere la sua guerra, ci ha fatto perdere la nostra, e quindi era inutile mettersi a piangere come un bambino la cui tazza di latte è stata versata.
Altri avrebbero confessato che si lasciarono coinvolgere dalla moda del tempo, la stessa che ha fatto crescere la barba e i riccioli, come se la rivoluzione fosse una questione per i parrucchieri.
I più onesti avrebbero riconosciuto che il cuore fa loro male, che sentono un eterno e incessante movimento di rimpianto, come se la loro vita fosse stata sospesa e ora si domandassero ossessivamente dove pensano di andare senza ideali né speranze, senza un’idea del futuro che dia un qualche senso al presente.
Che Guevara, se si può dire, esisteva già prima di essere nato.
Che Guevara, se si può fare quest’affermazione, continua ad esistere dopo essere stato assassinato.
Perché Che Guevara è solo un altro nome di quello che c’è di più giusto e di più degno nello spirito umano.
Quello che spesso vive addormentato dentro di noi.
Quello che dobbiamo svegliare per conoscere e conoscerci, per aggregare il passo umile di ognuno al percorso di tutti.”
(Tratto dal sito Rebelión, Traduzione di Julio Monteiro Martins)


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venerdì 12 settembre 2014

Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro.




FIDEL CASTRO: LA GRANDEZZA DI UN UOMO
A 88 anni di vita, il leader storico della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, rappresenta un paradigma di lotta per la pace e la verità nel mondo.
La sua militanza rivoluzionaria, l’autenticità e la coerenza lo hanno trasformato in uno dei più grandi leaders di tutti i tempi, perché la Rivoluzione cubana ha reso realtà un clima di giustizia che molti sognano.
Con la sua straordinaria lungimiranza ha guidato la lotta del popolo cubano per il consolidamento del processo rivoluzionario, lo sviluppo verso il socialismo e le trasformazioni economiche e sociali.
Doti personali, come l’impegno di ascoltare sempre la volontà popolare, lo hanno portato al posto d’onore che occupa come leader storico della Rivoluzione.
Anche se si è ritirato dall’attività pubblica nel 2006 per motivi di salute, mantiene una perfetta vitalità, come dimostrano le sue Riflessioni.
NÈ LEGGENDA, NÈ MITO.
Nelle sue Riflessioni, Fidel trasmette fiducia nel futuro e la sua capacità di prevederlo. La sua vasta cultura e la sua esperienza come leader gli permettono un’ampia visione per prevedere gli avvenimenti e anticipare i fatti.
A 88 anni, continua la sua lotta perché un mondo migliore sia possibile, con precise critiche contro l’ordine economico globale vigente, contro lo sperpero delle risorse naturali e, più di recente, sul genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza.
Fidel carismatico, giusto e ottimista nell’avvenire, non è né una leggenda né un mito: è solo un uomo come pochi, la cui tenacia ha ispirato e incoraggia i cubani ad affrontare la politica ostile del Nord e a preservare quello che ha conquistato.

Di seguito una sua lucida Riflessione sull'attuale situazione mondiale  e sui possibili terribili sviluppi futuri.

 “La società mondiale non conosce tregua negli ultimi anni, particolarmente da quando la Comunità Economica Europea, sotto la direzione ferrea ed incondizionata degli Stati Uniti, ha considerato che era arrivata l’ora di saldare i conti con quello che restava di due grandi nazioni che, ispirate nelle idee di Marx, avevano portato a termine la prodezza di mettere fine all’ordine coloniale ed imperialista imposto al mondo dall’Europa e dagli Stati Uniti.  
Nell’antica Russia è esplosa una rivoluzione che ha commosso il mondo.
Si aspettava che la prima gran rivoluzione socialista si sarebbe sviluppata nei paesi più industrializzati dell’Europa, come Inghilterra, Francia, Germania e l’Impero Austro-Ungarico. Questa, tuttavia, ha avuto luogo in Russia il cui territorio si estendeva in Asia, dal nord dell’Europa fino al Sud dell’Alaska che era anche stato territorio zarista, venduto per alcuni dollari al paese che sarebbe posteriormente il più interessato nell’attaccare e distruggere la rivoluzione ed il paese che l’ha generata.
La maggiore prodezza del nuovo Stato è stato creare un’Unione capace di raggruppare le sue risorse e condividere la sua tecnologia con gran numero di nazioni deboli e meno sviluppate, vittime inevitabili dello sfruttamento coloniale. Sarebbe o no conveniente nel mondo attuale una vera società di nazioni che rispettasse diritti, credenze, cultura, tecnologie e risorse di luoghi accessibili del pianeta apprezzati da tanti esseri umani, che vorrebbero conoscerli? E non sarebbe molto più giusto che tutte le persone che oggi, in frazioni di secondo, si comunicano da un estremo ad un altro del pianeta, vedano negli altri un amico od un fratello e non un nemico disposto a sterminarlo coi mezzi che è stata capace di creare la conoscenza umana?
Per credere che gli esseri umani potrebbero essere capaci di albergare tali obiettivi, penso che non esiste nessun diritto per distruggere città, assassinare bambini, polverizzare abitazioni, a seminare da tutte le parti terrore, fame e morte. In che angolo del mondo potrebbero giustificarsi tali fatti? Se si ricorda che alla fine del massacro dell’ultima contesa mondiale il mondo si illuse con la creazione delle Nazioni Unite, è perché gran parte dell’umanità le ha immaginate con tali prospettive, benché non fossero definiti perfettamente i suoi obiettivi. Un inganno colossale è quello che si  percepisce oggi quando sorgono problemi che insinuano la possibile esplosione di una guerra con l’impiego di armi che potrebbero porre fine all’esistenza umana.
Esistono individui negligenti, apparentemente non pochi, che considerano un merito la loro disposizione a morire, ma soprattutto ad ammazzare per difendere privilegi vergognosi.Questo è l'inizio del post.Molte persone si meravigliano ascoltando le dichiarazioni di alcuni portavoci europei della NATO quando si esprimono con lo stile ed il volto delle SS naziste. In occasioni perfino si vestono con abiti oscuri in piena estate.
Noi abbiamo un avversario abbastanza poderoso come lo è il nostro vicino più prossimo: gli Stati Uniti. Gli abbiamo avvertiti che avremmo resistito al bloqueo, benché questo potesse implicare un costo molto elevato per il nostro paese. Non c’è peggiore prezzo che capitolare di fronte al nemico che ti aggredisce senza ragione né diritto. Era il sentimento di un popolo piccolo ed isolato. Il resto dei governi di questo emisfero, con rare eccezioni, si erano sommati al poderoso ed influente impero. Non si trattava da parte nostra di un atteggiamento personale, era il sentimento di una piccola nazione che era una proprietà dagli inizi del secolo non solo politica, ma anche economica degli Stati Uniti. La Spagna c’aveva ceduto a questo paese dopo avere sofferto quasi cinque secoli di colonialismo e di un incalcolabile numero di morti e perdite materiali nella lotta per l’indipendenza.
L’impero si è arrogato il diritto di intervenire militarmente a Cuba in virtù di un perfido emendamento costituzionale che ha imposto ad un Congresso impotente ed incapace di resistere. A parte di essere i padroni di quasi tutto a Cuba: abbondanti terre, le maggiori centrali di canna da zucchero, le miniere, le banche e perfino la prerogativa di imprimere il nostro denaro, ci proibiva di produrre leguminose sufficienti per alimentare la popolazione.
Quando l’URSS si è disintegrata ed è anche sparito il Campo Socialista, abbiamo continuato a resistere, ed insieme, lo Stato ed il popolo rivoluzionario, proseguiamo la nostra marcia indipendente.
Non desidero, tuttavia, drammatizzare questa storia modesta. Preferisco piuttosto sottolineare che la politica dell’impero è tanto drammaticamente ridicola che non tarderà molto nel passare nell’immondezzaio della storia. L’impero di Adolf Hitler, ispirato nell’avidità, è passato alla storia senza più gloria che l’alito apportato ai governi borghesi ed aggressivi della NATO che li converte nello zimbello dell’Europa e del mondo, col suo euro, che come il dollaro, non tarderà a trasformarsi in carta straccia, chiamata a dipendere dallo yuan ed anche dai rubli, davanti alla vigorosa economia cinese strettamente unita all’enorme potenziale economico e tecnico della Russia.
Qualcosa che si è trasformato in un simbolo della politica imperiale è il cinismo.
Come si conosce, John McCain è stato il candidato repubblicano alle elezioni del 2008. Il personaggio è uscito alla luce pubblica quando nella sua condizione di pilota è stato abbattuto mentre il suo aeroplano bombardava la popolosa città di Hanoi. Un missile vietnamita l’ha raggiunto in pieno volo ed aereo e pilota sono caduti in un lago ubicato nelle vicinanze dalla capitale, attiguo alla città.
Un antico soldato vietnamita già ritirato che si guadagnava la vita lavorando nelle prossimità, vedendo cadere l’aeroplano ed un pilota ferito che tentava di salvarsi si è mosso per soccorrerlo; mentre il vecchio soldato prestava questo aiuto, un gruppo della popolazione di Hanoi che soffriva gli attacchi dell’aviazione, correva per saldare i conti con l’assassino. Lo stesso soldato ha persuaso il popolo a non farlo, perché era già un prigioniero e la sua vita si doveva rispettare. Le stesse autorità yankee si sono comunicate col Governo pregando che non si agisse contro questo pilota.
A parte le norme del Governo vietnamita di rispetto ai prigionieri, il pilota era figlio di un Ammiraglio dell’Armata degli Stati Uniti che aveva svolto un ruolo riconosciuto nella Seconda Guerra Mondiale e stava ancora occupando un importante incarico.
I vietnamiti avevano catturato un pezzo grosso in questo bombardamento e come è logico, pensando alle conversazioni inevitabili di pace che dovevano mettere fine alla guerra ingiusta che avevano imposto, hanno sviluppato un’amicizia con lui che era molto felice di trarre tutto il vantaggio possibile da questa avventura. Questo, naturalmente, non me l’ha raccontato nessun vietnamita, né io non l’avrei mai domandato. L’ho letto e si adatta completamente a determinati dettagli che ho conosciuto più tardi. Ho anche letto che un giorno Mister McCain aveva scritto che essendo prigioniero in Vietnam, mentre era torturato, ha ascoltato voci in spagnolo consigliando i torturatori che cosa dovevano fare e come farlo. Erano voci di cubani, secondo McCain. Cuba non è mai stata consulente in Vietnam. I suoi militari conoscono perfettamente bene come fare la guerra.
Il Generale Giap è stato uno dei capi più brillanti della nostra epoca che in Dien Bien Phu è stato capace di ubicare i cannoni in selve intricate e ripide, fatto che i militari yankee ed europei consideravano impossibile. Con questi cannoni sparavano da un punto tanto prossimo che era impossibile neutralizzarli senza che le bombe nucleari colpissero anche gli invasori. Gli altri passi pertinenti, tutti difficili e complessi, sono stati usati per imporre alle forze circondate europee una resa vergognosa.
La volpe di McCain ha tratto tutto il vantaggio possibile dalle sconfitte militari degli invasori yankee ed europei. Nixon non ha potuto persuadere il suo consigliere di Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, che accettasse l’idea suggerita dallo stesso Presidente quando in momenti di rilassamento gli diceva perché non gli lanciamo una di quelle bombe Henry? La vera bomba è arrivata quando gli uomini del Presidente hanno tentato di spiare i loro avversari del partito opposto. Questo sì che non si poteva tollerare!
Nonostante ciò, l’attuazione più cinica del Sig. McCain è stata quella nel Vicino Oriente. Il senatore McCain è l’alleato più incondizionato di Israele nei grovigli del Mossad, qualcosa che né i peggiori avversari sarebbero stati capaci di immaginare. McCain ha partecipato insieme a questo servizio segreto alla creazione dello Stato Islamico che si è impadronito di una parte considerabile e vitale dell’Iraq, come dicono, di un terzo del territorio della Siria. Tale Stato conta già con entrate miliardarie, e minaccia Arabia Saudita ed altri Stati di questa complessa regione che somministra la parte più importante del combustibile mondiale.
Non sarebbe preferibile, lottare per produrre più alimenti e prodotti industriali, costruire ospedali e scuole per le migliaia di milioni di esseri umani che ne hanno bisogno disperatamente, promuovere l’arte e la cultura, lottare contro malattie di massa che portano alla morte oltre la metà dei malati, lavoratori della salute o tecnici che, come sembra, potrebbero eliminare finalmente malattie come il cancro, l’ebola, la malaria, la dengue, la chikungunya, il diabete ed altre che colpiscono le funzioni vitali degli esseri umani?
Se oggi risulta possibile prolungare la vita, la salute ed il tempo utile delle persone, se è perfettamente possibile pianificare lo sviluppo della popolazione in virtù della produttività crescente, la cultura e lo sviluppo dei valori umani, che aspettano a farlo?
Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro.
Fidel Castro Ruz
31 agosto 2014.E questo è il resto.


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giovedì 7 agosto 2014

USAID - Umanitari double face.


Di Geraldina Colotti, il manifesto 06.8.2014
Secondo un’inchiesta dell’Associated Press, l’Agenzia sta­tu­ni­tense per lo svi­luppo internazio­nale (Usaid) ha inviato a Cuba gio­vani agenti sotto coper­tura, appa­ren­te­mente impe­gnati in pro­grammi sani­tari e di aiuto allo svi­luppo. Il loro com­pito era invece quello di reclu­tare «dis­si­denti» da impie­gare nella pro­pa­ganda anti­go­ver­na­tiva e nelle azioni destabilizzanti.
Gio­vani pro­ve­nienti dal Vene­zuela, dal Costa Rica e dal Perù, inviati a «pro­muo­vere la demo­cra­zia», come ha ammesso la Usaid (orga­ni­smo stret­ta­mente legato alla Cia) in un comu­ni­cato. Uno dei tanti pro­getti finan­ziati ogni anno dal con­gresso Usa con milioni di dol­lari, e nel caso spe­ci­fico giu­sti­fi­cato con un pro­gramma sulla pre­ven­zione dell’Hiv: «un obiet­tivo secon­da­rio», ha ammesso l’Agenzia Usa, negando però che si sia trat­tato di un «pro­gramma segreto» per quanto «discreto». E la con­gres­si­sta repub­bli­cana Ileana Ros Lehtinen, rap­pre­sen­tante della Flo­rida e accesa anti­cu­bana, ha dichia­rato: «Che l’Usaid stia pren­dendo misure per pro­muo­vere la demo­cra­zia a Cuba non è un segreto.
Dob­biamo man­te­nere la pres­sione sul regime castri­sta e con­ti­nuare ad appog­giare il popolo cubano, che ogni giorno subi­sce l’oppressione». Nes­sun com­mento, invece, dal governo Usa.
Agenti adde­strati alla buona, secondo l’inchiesta Ap, con solo trenta minuti di raccomandazioni su come aggi­rare i con­trolli sull’isola: con­tando sul fatto che «per quanto non vi sia cer­tezza totale, le auto­rità cer­che­ranno solo di inti­mo­rirti, per­ché il governo cubano pre­fe­ri­sce evi­tare pub­bli­cità nega­tiva dei media all’estero, e non ha con­ve­nienza a col­pire uno stra­niero». In tutto, una decina di ragazzi e ragazze, che — secondo Ap — hanno per­ce­pito un sala­rio di 5,41 dol­lari l’ora più il viaggio.
Un’attività che è andata avanti anche dopo la sco­perta di Alan Gross, il con­trac­tor della Usaid arre­stato all’Avana nel 2009 e con­dan­nato a 15 anni per atti­vità desta­bi­liz­zanti. Un dete­nuto non pro­prio al cen­tro delle prio­rità Usa, secondo quanto ha recen­te­mente denunciato egli stesso. Il governo cubano lo lasce­rebbe andare per ripor­tare a casa i suoi agenti, arre­stati il 12 set­tem­bre 1998 dall’Fbi, pro­ces­sati e con­dan­nati all’ergastolo o a lunghis­sime pene negli Usa ben­ché stes­sero svol­gendo atti­vità di pre­ven­zione fra gli antica­stri­sti di Miami (i Cin­que cubani).
Finora, però, nulla si è mosso, nono­stante le sol­le­ci­ta­zioni inviate a Obama dagli atti­vi­sti inter­na­zio­nali per chie­dere un suo inter­vento.
Nell’aprile scorso, Ap ha rive­lato l’esistenza di un’altra rete ever­siva orga­niz­zata con­tro l’isola dalla Usaid: il pro­getto Zun­Zu­neo, una sorta di twit­ter, il cui scopo era quello di diffon­dersi tra i gio­vani cubani per spin­gerli «alla dis­si­denza». Zun­Zu­neo era diretto da imprese di fac­ciata basate all’estero e finan­ziato da ban­che stra­niere. Dopo aver atti­rato i gio­vani su temi di loro inte­resse, dalla musica allo sport all’intrattenimento, Zun­Zu­neo inviava altro genere di sol­le­ci­ta­zioni, in vista di pro­muo­vere azioni con­tro il governo.
Nel secolo scorso, l’ossessione di Washing­ton con­tro la pic­cola isola, ali­men­tata dalle mafie anti­cu­bane di Miami, ha lasciato una scia di san­gue ma non ha rag­giunto l’obiettivo di far cadere il governo cubano: nono­stante le mici­diali pres­sioni eco­no­mi­che impo­ste attra­verso il blo­queo. Negli ultimi anni, i pro­getti del Pen­ta­gono e delle sue agen­zie sembrano volti soprat­tutto alla con­qui­sta dei set­tori gio­va­nili, come ha spie­gato al maniesto Raul Capote, agente dop­pio cubano reclu­tato dalla Cia. A lui, gio­vane scrit­tore e diri­gente sin­da­cale, è stato chie­sto di «indi­riz­zare» il pen­siero e la cul­tura in un senso più accettabile per il capi­ta­li­smo occi­den­tale. Capote e altri agenti doppi sono stati «bruciati» nel momento in cui le richie­ste della Cia si sono spo­state sull’organizzazione di fatti violenti. Ancora una volta, non c’è stata nes­suna sol­le­va­zione popo­lare con­tro il governo.
E oggi, dopo il cam­bio di regi­stro poli­tico avve­nuto in gran parte dell’America latina, le agen­zie di sicu­rezza Usa non hanno vita facile nel con­ti­nente: tan­to­meno dopo le rivelazioni dell’ex agente della Cia, Edward Sno­w­den, e del Data­gate. Le agen­zie per la sicu­rezza Usa — ha spie­gato Sno­w­den — spia­vano ille­gal­mente tutto il con­ti­nente e gestivano anche diverse posta­zioni clan­de­stine da cui orga­niz­zare ope­ra­zioni sotto coper­tura. Da allora, sono state cac­ciate insieme alle loro Ong-paravento: dalla Boli­via di Evo Mora­les, dall’Ecuador di Rafael Cor­rea, dal Vene­zuela di Nico­las Maduro.

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lunedì 21 luglio 2014

Fidel: "provocazione insolita"



Stamattina le informazioni telex erano saturate dall'insolita notizia che un aereo della linea Malaysia Airlines era stato colpito a 10.100 metri d’altezza mentre volava sul territorio dell’Ucraina, nella rotta sotto il controllo del governo guerrafondaio del re del cioccolato, Petro Poroshenko.
Cuba, che è sempre stata solidale con il popolo dell’Ucraina, e nei giorni difficili della tragedia di Chernobyl ha curato molti bambini colpiti dalle radiazioni nocive dell'incidente e sarà sempre disposta a continuare a farlo, non può non esprimere il suo ripudio per l'azione di questo governo anti-russo, anti-ucraino e pro-imperialista.
A sua volta, coincidendo col crimine dell'aereo della Malesia, il primo ministro di Israele Benjamín Netanyahu, capo di uno stato nucleare, ordinava al suo esercito di invadere la Striscia di Gaza, dove in pochi giorni erano già morti centina di palestinesi, molti di loro bambini. Il Presidente degli Stati Uniti ha appoggiato l'azione, qualificando il ripugnante crimine come atto di legittima difesa. Obama non appoggia David contro Golia, bensì Golia contro David.
Come si sa, uomini e donne giovani del popolo di Israele, ben preparati per il lavoro produttivo, saranno esposti a morire senza onore né gloria. Ignoro quale sarà la dottrina militare dei palestinesi, ma so che un combattente disposto a morire può difendere persino le rovine di un edificio finché ha il suo fucile, come dimostrarono gli eroici difensori di Stalingrado.
Desiderio solo fare presente la mia solidarietà con l'eroico popolo che difende l'ultimo brandello di quello che fu la sua patria per migliaia di anni.
Fidel Castro Ruz
17 luglio 2014


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giovedì 17 luglio 2014

Il diritto di autodifesa può comportare lo sterminio di un popolo?



COMUNICATO STAMPA

L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba esprime la propria ferma condanna per la strage che lo Stato di Israele sta realizzando nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza.
Il genocidio è un delitto riconosciuto come tale dal Diritto Internazionale. Ciononostante lo Stato di Israele appare indenne da qualunque forma di ritorsione degli organismi internazionali.
In modo meno cruento ma altrettanto cinico, Cuba da oltre 50 anni soffre le nefaste conseguenze di un blocco economico, commerciale, finanziario, culturale ecc. che mira attraverso il soffocamento delle condizioni materiali del suo popolo - un'altra forma di genocidio - al rovesciamento del sistema politico e sociale che autonomamente ha scelto di darsi.
Non è un caso che chi regolarmente sostiene gli Stati Uniti d'America nell'esercizio di questa forma di genocidio sia lo Stato di Israele, e chi sempre garantisce l'impunità dei massacratori del popolo palestinese siano gli Stati Uniti d'America.
A loro va la nostra più ferma condanna e a tutti gli organismi nazionali e internazionali la richiesta di opporsi immediatamente e concretamente alla guerra di aggressione e di fermare il massacro in corso.
L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba manifesta la propria totale solidarietà nei confronti del popolo palestinese e il suo sacrosanto diritto a una propria terra in cui poter vivere in pace e in piena autodeterminazione.

Segreteria Nazionale
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba


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venerdì 13 giugno 2014

Cuba aspetta i suoi figli.

dal sito altrenotizie - di Fabrizio Casari. 
Con una iniziativa di assoluto valore etico e politico, 37 parlamentari italiani hanno firmato una lettera rivolta al Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, per chiedergli di liberare Gerardo Hernandez, Ramon Labanino e Antonio Guerrero, i tre antiterroristi cubani ancora detenuti negli USA per aver esercitato attività investigativa in difesa di Cuba. Primo firmatario il Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione Straordinaria per la tutela e la difesa dei diritti umani, i 37 deputati e senatori autori della missiva compongono l’Intergruppo parlamentare, formatosi su iniziativa meritoria della senatrice del PD Daniela Valentini. La rappresentante dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, avvocato Tecla Faranda, attualmente a Washington per le "giornate di solidarietà" con la causa dei cubani, ha consegnato la lettera durante gli incontri tra la delegazione internazionale di parlamentari, giuristi e intellettuali con i congressisti statunitensi.Questo è l'inizio del post. Un gesto, quello dei 37 deputati e senatori, che rompe il velo di silenzio che in Italia avvolge la vicenda paradossale di questi uomini incarcerati per aver combattuto il terrorismo ma che, com’era da aspettarsi, non trova l’interesse dei media nostrani, intruppati ideologicamente nelle fila ordinate dell’impero a stelle e strisce. Si sommano così ai parlamentari di Gran Bretagna, Germania, Brasile, Messico, Belgio, Cile, Panama, Scozia, Giappone e tanti altri ancora che hanno chiesto con atti parlamentari la liberazione dei tre cubani ancora prigionieri. Nel nostro Paese si deve dare merito alla tenacia dell’Associazione Italia-Cuba e di tutti coloro che hanno voluto alzare la voce contro questa ignobile vicenda di abuso giudiziario, se le migliori firme della cultura italiana hanno aderito alla campagna per la loro liberazione. E l’iniziativa dei 37 parlamentari interrompe il silenzio apatico - quando non complice - delle nostre istituzioni. Un silenzio voluto in alcuni casi, conseguenza del provincialismo tutto italiano che fa dedicare montagne di pagine agli spifferi d'ogni politicante e tace su ciò che è dotato di rilievo più ampio. Eppure la vicenda, sotto ogni punto di vista, poteva e può considerarsi enorme; sia per gli aspetti politici, sia per quanto attiene alla mostruosità giuridica del caso, sia anche per la dimostrazione della mancanza totale d’indipendenza della magistratura statunitense nei confronti della Casa Bianca. Dal punto di vista strettamente giornalistico la storia avrebbe avuto innumerevoli spunti di riflessione e di denuncia e ben avrebbe meritato inchieste invece mai nemmeno iniziate, mentre sono stati scanditi uno ad uno sedici anni di silenzi. Gerardo Hernandez, Ramon Labanino, René Gonzalez, Fernando Gonzalez e Antonio Guerrero erano agenti dei servizi segreti dell'Avana impegnati in attività antiterroristiche. Fornirono al loro governo documentazioni precise su quanto avveniva a Miami. Cuba, nella convinzione che la guerra al terrorismo fosse diventata davvero una priorità per gli Stati Uniti, consegnò ad alti funzionari del FBI un lungo e dettagliato dossier sulle attività terroristiche anticubane organizzate in Florida. Iniziativa pagata cara, forse con la speranza che le relazioni bilaterali Cuba-USA potessero segnare una discontinuità positiva in materia di lotta al terrorismo. L'FBI, preso atto della documentazione fornitagli, agì immediatamente: lasciò liberi i terroristi e arrestò gli antiterroristi. Era il 12 settembre 1998 e cominciava la storia pubblica dei cinque eroi cubani. Vennero accusati con 26 capi d'imputazione relativi ad altrettante violazioni delle leggi federali USA. Ventiquattro di queste di ordine tecnico (dalla falsificazione di documenti alla mancata registrazione come agenti di servizi segreti stranieri) e, tutto sommato, lievi. Non c’erano accuse di porto abusivo di armi, né di atti violenti contro persone o cose. Eppure le condanne sono state abnormi. I cinque agenti cubani si trovavano negli Stati Uniti per infiltrarsi nelle organizzazioni terroristiche cubano-americane stanziate in Florida. Queste, che agiscono con la copertura ed il sostegno delle autorità federali della Florida e l'appoggio politico della Casa Bianca, sono responsabili di innumerevoli attentati ed assassinii di funzionari del governo cubano e cittadini dell'isola. Sono altresì responsabili di sequestri di aerei, navi ed attentati ad installazioni cubane dentro e fuori l'isola. I loro affiliati, coordinati e finanziati sia dalla CIA che dalla FNCA, la Fondazione Nazionale Cubano Americana, sono liberi. Non hanno subito mai nessun tipo di condanna per le loro azioni criminali e la loro cospirazione ai danni di un paese straniero, e godono della totale impunità da parte del governo statunitense, che gli permette persino di addestrarsi apertamente alla guerriglia nelle everglades della Florida. Sono la mano d’opera sporca per ogni operazione della Cia in America Latina, dunque vengono considerati patrimonio delle covert actions che dal Canada alla Terra del Fuoco gli Stati Uniti programmano e realizzano a difesa dei loro interessi. La storia della Rivoluzione cubana s'intreccia purtroppo di continuo con quella del terrorismo diretto e organizzato negli USA contro di lei; un terrorismo che dal 1959 ha prodotto una invasione militare (fallita), 3478 morti, 2099 feriti, 294 tentativi di dirottamenti marittimi ed aerei, 697 atti terroristici, 600 tentativi di assassinio del suo leader, 1821 miliardi di dollari di danni diretti e dimostrati procurati all'economia dell'isola. Il lavoro dei cinque cubani detenuti negli Stati Uniti aveva almeno impedito 44 attentati ulteriori attentati, salvando la vita a chissà quante persone. Se fossero stati cittadini statunitensi avrebbero ricevuto una medaglia e centinaia di reportages, ma sono cubani e dunque vanno in galera e sotto silenzio assoluto. Il processo, svoltosi in Florida, durò sette mesi, un record per i processi penali statunitensi. La difesa presentò più di 70 testimoni a favore, tra i quali due generali dell'esercito, un ammiraglio ora in pensione, ed un ex assistente presidenziale. Lo stesso Pubblico Ministero ammise che non venne trovato ai cinque nemmeno un foglio contenente informazioni riservate destinate alla sicurezza nazionale. Ciò nonostante, l'accusa fu quella di spionaggio. Vennero accusati del tentativo di carpire segreti militari agli USA e di attività contro la sicurezza nazionale. Ma il loro compito era quello, esclusivo, d'infiltrarsi nelle organizzazioni terroristiche cubano-americane e, quindi, nulla aveva a che vedere con lo spionaggio antistatunitense. Risulta perciò paradossale (o illuminante, dipende dai punti di vista) che proprio questa attività investigativa sia stata considerata dal tribunale una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Perché indagare sui terroristi diventa minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti? Più che le accuse nei confronti degli antiterroristi cubani, dalla loro vicenda emerge una verità storica e politica che surclassa quella della farsa processuale: i cinque cubani non furono condannati per violazione delle leggi degli Stati Uniti, ma per aver scoperto quelli che, sì, le vìolano. Si sono infiltrati in una rete terroristica che, per il fatto di poter essere infiltrata, evidentemente esiste e non è inviolabile. Se si vuole. La detenzione dei cinque cubani, come la sentenza di condanna, è stata molto al di sotto degli standard minimi di decenza. In barba alla tanto osannata indipendenza dei media verso il potere, giornali e Tv statunitensi decisero di oscurare completamente la vicenda, che per la loro assurdità e per il suo valore simbolico avrebbe potuto creare danni notevoli alla retorica della leadership statunitense. Ma la sabbia sotto la quale hanno tentato di nascondere la vergogna dell’operazione non ha impedito a Cuba e a quanti, fuori da Cuba, si sono impegnati nella denuncia delle violazioni dei diritti umani, di sollevare il caso e imporlo all’attenzione internazionale. Anche grazie alla mobilitazione di una rete di solidarietà internazionale, alla quale hanno aderito intellettuali, artisti, giuristi, personaggi della cultura e della politica di tanti paesi, ben dieci Premi Nobel e Amnesty International, il 27 Maggio del 2005, il Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU, dichiarò "arbitraria" la loro detenzione e chiese al governo USA di adottare immediate misure per risolvere la situazione. Oggi, quando Renè e Fernando Gonzalez sono di nuovo a Cuba, dopo aver scontato la loro condanna, Antonio, Ramon e Gerardo sono ancora prigionieri. In numerose occasioni Cuba ha fatto presente che si potrebbe aprire una trattativa bilaterale che porti alla loro liberazione in cambio di quella di Alan Gross, spia statunitense sotto copertura della NED, arrestato a L’Avana per spionaggio nel 2009 e condannato a 15 anni di prigione. Da Washington non arrivano segnali di disponibilità, per ora rifiutano l’idea di dover trattare con L’Avana; eppure, solo pochi giorni orsono, con i Talebani hanno scambiato un soldato statunitense con quattro jahidisti detenuti a Guantanamo. Ai Talebani evidentemente la Casa Bianca riconosce una possibilità d’interlocuzione che invece nega a Cuba. Sul piano giuridico formale lo scambio potrebbe essere semplice e rapido. Obama dispone della facoltà di usare il “perdono presidenziale” per i condannati in via definitiva e rilasciare i tre cubani detenuti ingiustamente avrebbe come effetto immediato il ritorno a casa di Alan Gross. Si chiuderebbe in questo modo una vicenda vergognosa per la giustizia statunitense e potrebbe aprirsi uno spiraglio nelle relazioni tra Washington e L’Avana. Gli avvenimenti recenti, però, nonostante la reiterata disponibilità di Cuba ad avviare una nuova fase nei rapporti con gli USA, non dispongono all’ottimismo. La recente vicenda della multa alla banca francese BNP Paribas, accusata dagli USA di aver effettuato transazioni finanziarie con Cuba e altri paesi presenti nella ridicola lista dei cattivi che Washington stila ogni anno, non sembra indicare un cambio di rotta nella Casa Bianca. Pare semmai che Washington insista nel trasformare le proprie iniziative politiche in giurisprudenza internazionale, estendendo a tutto il mondo le sue leggi interne, a voler ribadire chi governa il mondo. E nemmeno sul fronte dell’aggressione terroristica sembra potersi proiettare un film diverso da quello degli ultimi 53 anni. Gli arresti del 6 Maggio scorso a L’Avana dei mercenari José Ortega Amador, Obdulio Rodríguez González, Raibel Pacheco Santos y Félix Monzón Álvarez, tutti procedenti da Miami e reo confessi di organizzazione di atti terroristici, indicano che l’attività dei gruppi terroristici della Florida proseguono e che Washington non ha nessuna intenzione di rinunciare all’uso del terrorismo nello scontro politico con l’isola socialista. Obama o Bush, in questo senso cambia poco: se gli avversari degli Usa diventano automaticamente terroristi e i terroristi amici degli USA vengono definiti "combattenti per la libertà", allora diventa difficile separare lo stretto interesse politico della Casa Bianca dall’ipocrita guerra al terrore planetario.E questo è il resto. Leggi tutto...

martedì 27 maggio 2014

Ciao Josè Luis

Comunichiamo con dolore che è venuto a mancare Josè Luis il compagno di Isabella Brega nostra iscritta che vive a Cuba, un abbraccio affettuoso alla cara Isabella in questo triste momento. Le compagne e i compagni del circolo Italia-Cuba di Senigallia Leggi tutto...