domenica 20 marzo 2016

Obama a Cuba.



di Fabrizio Casari
Ottantotto anni dopo l’ultima visita di un Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama arriva a Cuba. Un viaggio il cui svolgimento in sé rappresenta un evento storico che in qualche modo ne relativizza la stessa agenda, per quanto importante. La visita di Obama prevede infatti incontri con Raul Castro ed attività di varia natura, compresi un intervento pubblico che la Tv cubana manderà in onda integralmente e anche un breve incontro con i cosiddetti “dissidenti”. Ma nulla a che vedere con la forza delle immagini che illustreranno l’omaggio del Presidente degli Stati Uniti al mausoleo di Josè Martì, padre della Cuba ribelle e simbolo della lotta per l’indipendenza dell’isola e dell’intera America Latina.
Cuba si appresta a ricevere l’illustre ospite con serenità e disponibilità al dialogo, il suo arrivo segna comunque una tappa importante nel processo di normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Tappa che, da parte di Cuba, ci si aspetta possa determinare una spallata importante al blocco economico e commerciale che gli Stati Uniti hanno deciso unilateralmente dal 1961. Ma, nei desiderata di Obama, il suo viaggio dovrebbe rappresentare anche una scossa robusta all’impianto del sistema politico cubano, ipotetica  medaglietta con la quale lasciare la Casa Bianca passando direttamente alla storia.
E’ però facile pronosticare come entrambi gli auspici siano destinati a rimanere tali, sebbene nel caso del blocco è evidente che l’arrivo di Obama potrà comportare un ulteriore impulso verso la sua revisione totale. Revisione e non cancellazione, dal momento che lo strumento legislativo è per ora inibito, non godendo Obama di maggioranza né al Congresso né al Senato e non avendo dimostrato, fino ad ora, l’intenzione di aprire un vero e proprio confronto con il partito repubblicano (e anche buona parte del partito democratico) alla ricerca di una soluzione politica all’obbrobrio giuridico che compone il blocco più inutile ed anacronistico mai visto nella storia del consesso delle nazioni.
Un blocco che agli Stati Uniti è costato sì la condanna dell’intero pianeta, ma a Cuba il prezzo pagato é stato di migliaia di vittime e centinaia di miliardi di dollari in danni diretti ed indiretti. Tanti da ipotecarne il modello di sviluppo, costringendo il paese a drenare risorse importantissime per destinarle ad arginare gli effetti del blocco.
In attesa di conoscere quali saranno le conseguenze politiche della visita di Obama, si può intanto notare l’intensificarsi degli sbarchi di imprenditori e uomini d’affari, accompagnati dal consueto stuolo di avvocati, maneggioni e squali d’ogni genere che fiutano il business che verrà. C’é da dire che la vista e l’olfatto cubano non sono da meno e dunque, in assenza di normalizzazione delle procedure finanziarie, dello sblocco del sistema bancario cubano e della riammissione delle transazioni internazionali in divisa, fino ad ora oggetto di pesanti multe extraterritoriali inflitte da Washington ai paesi terzi, cocktail e interpreti saranno gli unici ad agitarsi.
Molti degli osservatori si domandano cosa dirà Obama avendo l’occasione di parlare al popolo cubano e sembrano nutrire illusioni mal riposte circa l’impatto che le sue parole potranno avere sulla popolazione dell’isola. Sognano catarsi improbabili e s’immaginano scenari fantascientifici. Sarebbe ingenuo, da parte di Obama, pensare di riuscire dove nemmeno Woytila poté, ovvero fornire una spalla ideale per utilizzare le difficoltà e le contraddizioni di un paese alle prese con il suo rinnovamento per trasformarle in dissenso politico di massa.
Non a caso il governo ha deciso di lasciare microfoni e telecamere aperte; segno evidente di quanto sia ampio il sostegno politico di cui gode. Ovviamente Obama ribadirà i suoi concetti, la sua idea di democrazia, ma gli argomenti di cui dispone sono fiacchi e ampiamente collaudati nel loro fallimentare realismo. E del resto, che cosa potrebbe dire Obama ai cubani? Qual lezione di democrazia potrebbe impartire?
Rivendicare le elezioni multipartitiche come segno di democrazia? Difficile, visto che negli USA è illegale la presenza politica per comunisti, socialisti e anarchici. Potrà spacciare il suo modello elettorale come migliore, quando votano a malapena il 35% degli aventi diritto contro il 96% dei cubani che esercitano il voto con regolarità? Eviterà accenni sull’indipendenza del potere politico dal potere finanziario?
Difficile possa convincere qualcuno, visto che i poteri forti e Wall Street decidono chi e come governa, mentre a Cuba lo decidono i cittadini. Potrà raccontare di un modello sociale migliore? Improbabile, visto che le percentuali di disoccupati, homeless, malati psichiatrici, tossicodipendenti e carcerati negli USA sono le più alte del mondo e quelle di Cuba sono al punto più basso delle statistiche internazionali.
Potrà identificare il suo modello di protezione sociale come rispondente all’universalità dei diritti? Farebbe comicità involontaria, mentre a Cuba l’inclusione sociale è l’essenza pura del modello politico. O potrebbe parlare di diritti umani, quando Cuba rappresenta uno dei pochi paesi a rispettare l’indice GINI? Meno che mai di repressione, quando lo normalità per le forze dell’ordine statunitensi è uccidere i neri, la tortura è denunciata da molti organismi indipendenti e Guantanamo rappresenta l’essenza del modello. O magari potrebbe lanciarsi in discorsi sulla libertà di espressione, quando gli Stati Uniti con il Patrioct Act hanno raggiunto il punto più alto del controllo di massa della loro popolazione?
E potrà rivendicare il contributo alla pace del mondo di un paese come gli Stati Uniti che hanno promosso e sostenuto 63 guerre negli ultimi trent’anni, e che nella loro storia poco più che bicentenaria hanno lanciato le loro truppe in operazioni all’estero per 221 volte?
Cuba, invece, può vantare le missioni internazionaliste che hanno contribuito in maniera determinante alla decolonizzazione dell’Africa dal colonialismo europeo. Di quale ruolo nel mondo potrebbe parlare Obama a Cuba, con i suoi droni che scaricano bombe, quando L’Avana può ricordare l’opera gratuita dei medici cubani che si recano nei luoghi più sperduti della terra e che sono oggi numericamente più numerosi che tutti quelli inviati dall’OMS?
O potrebbe parlare del sistema sanitario? A Cuba è tra i primi del mondo, per antonomasia il più includente, mentre in un ospedale statunitense si può morire se sprovvisti di assicurazione medica. E potrà invece Obama sottolineare il rispetto per la sovranità nazionale dei paesi terzi con l’NSA che spia tutti i governi, amici compresi, di fronte alla Cuba che altro non ha fatto se non difendersi dall’attività di spionaggio statunitense? O disserterà sul rispetto della volontà popolare quando da 61 anni gli USA destinano una parte del bilancio statale alla promozione della sovversione interna a Cuba?
I colloqui tra Obama e Raul si fonderanno su quello che i rispettivi staff discutono da ormai un anno, ovvero dei modi e dei tempi con i quali favorire progressivamente il processo di normalizzazione. D’altra parte, paradossalmente, Cuba ha fretta, ma Obama ancor di più. Il Presidente degli Stati Uniti ha poco più di sette mesi di mandato innanzi a sé e se non vuole annoverare un'altra incompiuta dei suoi otto anni, deve per forza chiudere le questioni salienti con Cuba entro la prossima estate.
Cuba, dal canto suo, ritiene di dover concludere un accordo generale prima del voto di Novembre, dal momento che se una eventuale vittoria di Hillary vedrebbe Washington sulla stessa scia di Obama per quanto attiene al dossier Cuba, diversissimo sarebbe lo scenario di fronte ad una ipotetica vittoria di Trump.
E dunque lo sforzo dovrà essere reciproco, ma non va dimenticato che lo scenario di questa normalizzazione si è dato perché gli Stati Uniti hanno cambiato la loro politica verso Cuba prendendo atto del suo fallimento, mentre L’Avana non ha cambiato nemmeno una virgola della sua posizione. Dunque toccherà a Obama fare un ulteriore passo verso l’apertura: suo é il problema, non cubano.
Se per Obama questa visita rappresenta direttamente ed indirettamente l’ammissione di una politica cieca ed inconcludente, discorso opposto vale per Raul Castro. In questo senso, anche la scelta di aprire i voli statunitensi per Cuba ma impedire ancora i voli cubani per gli USA, non aiuta, perché rappresenta una idea cialtrona e mercantile di quello che gli USA intendono per reciprocità. E’ solo un esempio di una mentalità coloniale che difficilmente il viaggio di Obama riuscirà ad estirpare. Un annuncio in direzione di un ulteriore cambio di atteggiamento sarebbe però auspicabile e segnerebbe con decisione una impronta politica realista e sostenibile anche negli stessi USA.
Cuba dal canto suo ha le idee chiare su quali debbano essere i passaggi per arrivare alla normalizzazione completa delle relazioni diplomatiche e pone alcune precondizioni affinché di possa procedere speditamente verso la strada della collaborazione. In premessa va garantito il principio di reciprocità tra i due paesi e il rispetto delle diversità e specificità di ordine politico e culturale, ovvero il reciproco rispetto di due sistemi che sono per natura opposti ma che possono riconoscersi e rispettarsi.
Nel concreto Cuba chiede la fine delle politiche destinate a produrre sovversione nell’isola; la restituzione di Guantanamo, l’abolizione progressiva delle misure finanziarie che impediscono lo sviluppo delle attività commerciali import/export dell’isola sono passi che, nella loro concretezza, segnerebbero davvero la svolta attesa.
Cuba vive da qualche anno un processo profondo di cambiamento. L’applicazione delle riforme economiche fa dell’isola un laboratorio aperto nella sperimentazione di un percorso di rinnovamento pur nella conservazione del sistema. I processi produttivi, l’organizzazione del mercato del lavoro, l’ampliamento significativo dei settori destinati all’economia privata, si sposa però indissolubilmente con il carattere pubblico ed universale della sfera dei diritti sociali e questo conferisce autorevolezza e credibilità ad un processo che in molti si ostinano a leggere come un progressivo cedimento.
Difficile poter definire in base alle teorie economiche classiche il modello in corso di sperimentazione; per la prima volta, sembra che possa delinearsi un modello tutto cubano, calibrato sulle necessità e possibilità del paese e non importato dalle dottrine altrove pensate ed applicate. Una forma di sperimentazione suscettibile di cambiamenti continui, ma con una bussola che orienta bene. Che mostra con chiarezza senza renderli incompatibili il Nord e il Sud nel disegno di un futuro possibile.
L’isola del resto non fa mistero, anzi lo ripete quotidianamente, di essere la Cuba che ha resistito con la forza delle sue idee a 61 anni di guerra non dichiarati, non mancando mai al suo dovere storico in patria e fuori da essa. Qualunque ipotesi esterna che prevedesse lo scambio tra normalizzazione con gli USA al costo della messa in disparte del sistema di valori che dal 1959 l’ha formata e determinata, sarebbe una pura illusione.
Per Cuba la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti rappresenta di per sé un ulteriore conferma di come 55 anni di resistenza non sono stati vani; le aperture già determinatesi con l’evoluzione del socialismo cubano troveranno ulteriore rafforzamento da questo passaggio. Il cui significato sarà soprattutto politico, fino a quando non si accompagnerà alla fine formale del blocco economico, ma il cui valore simbolico rappresenta la fine di un’era e l’inizio di un nuovo corso della storia.


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domenica 6 marzo 2016

FESTA CUBANA - Sabato 12 marzo ore 20:30




al Circolo “La Marina” a Cesano di Senigallia
Via Strada Settima, 60 (lato monte della rotatoria Bar Tabaccheria Uliassi)
CENA con il seguente menù:
Maccheroncini al fumè
Spezzatino di carne con patate, insalata mista
Dolce
Vino Lacrima o Verdicchio, acqua, e naturalmente Ron Cubano!
BALLO con  Frank dei Achevere de Cuba
Il costo della serata è di € 20  menù alternativo per vegetariani da richiedere al momento della prenotazione

Per evitare sprechi siete pregati di prenotare entro GIOVEDI 10 MARZO telefonando ai seguenti nr:
Peppe 339/8242575 – Maurizio 333/3745938 – Albinella 333/3806715

 Chi lo vorrà potrà inoltre cogliere l'occasione per sottoscrivere la tessera 2016.


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domenica 24 gennaio 2016

¡NO PASARAN! Una firma contro il fascismo

Cari compagni,
nel primo articolo del nostro statuto è riportato che l'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si ispira agli ideali della Resistenza italiana e della Rivoluzione cubana.
Questo è il motivo per cui la nostra Associazione è tra i promotori di un appello alle massime cariche istituzionali Italiane (Presidenza, Senato e Camera) affinché vengano messe fuori legge le organizzazioni neofasciste e neonaziste che negli ultimi anni stanno avendo sempre più spazi, in contrasto da quanto stabilito dalla nostra Costituzione.
Cliccando sulla foto qui a lato potrete apporre la vostra firma per via telematica.
Vi chiediamo pertanto, data l'importanza dell'argomento, la massima collaborazione per raggiungere un considerevole numero di adesioni anche nel nostro territorio.

Italia-Cuba Senigallia

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sabato 2 gennaio 2016

Washington-L'Avana svolta ad ostacoli



Enrique Lòpez Oliva - il manifesto del 31/12/15
Quali sono le conseguenze della fine della più che cinquantennale guerra fredda tra Washington e l’Avana e della distensione iniziata un anno fa? Quali sono le prospettive e quali gli ostacoli? Quale il ruolo dei cubano-americani e della Chiesa cattolica? Su questi temi Enrique López Oliva, professore di storia delle religioni, indipendente di formazione cristiana e collaboratore del «manifesto» si confronta con questa intervista col professore di economia di origine afro-cubana, esperto di politica statunitense (sull’argomento ha scritto cinque libri) e membro del Partito comunista di Cuba, Esteban Morales Dominguez.
È passato un anno dalla storica dichiarazione dei due presidenti, Barak Obama e Raúl Castro, sulla decisione di iniziare un processo di distensione e dialogo politico. Come valuti i risultati fino a qui ottenuti?
Una valutazione positiva. Alla fine, dopo più di cinquantanni di guerra fredda, gli Stati Uniti hanno riconosciuto Cuba come un interlocutore e sulla base delle condizioni poste dall’Avana. Ovvero di discutere nel pieno rispetto della sovranità e indipendenza nazionale, dunque su una base di eguaglianza. Ora è importante che il dialogo politico continui e si rafforzi. In modo che l’anno prossimo, l’elezione di un nuovo presidente statunitense non possa provocare un roll back, una marcia indietro. Ed è su questa base che sta lavorando il governo cubano.
Non pensi che sia un paradosso che Cuba, primo paese socialista dell’America latina, che professa un ateismo di stato, sia ricorso al Papa e alla Chiesa cattolica per — usando le parole di Francesco — «creare un ponte con Washington»?
L’atteggiamento del governo cubano verso la religione e, in particolare, verso la Chiesa cattolica è andato progressivamente cambiando. Fino a giungere a un riavvicinamento con il vertice cattolico cubano che ha dato buoni frutti. Lo dimostra il fatto che Cuba è l’unico paese della regione che ha ricevuto la visita di tre pontefici. L’ultimo, Francesco, ha avuto un impatto positivo, sia per la sua politica in favore dei poveri, sia per la volontà di riformare la Chiesa. Per questo ha potuto svolgere un ruolo chiave nel favorire l’inizio della distensione con gli Usa.
Anche nell’atteggiamento della comunità cubano-americana, della Florida soprattutto, è in corso un importante cambiamento. Ora buona parte della diaspora appoggia la distensione, tanto che alcuni imprenditori di origine cubana si dicono pronti a ritornare e investire a Cuba. Qual è la tua valutazione?
Sono d’accordo. Certo vi è una parte della comunità cubano-americana di destra che si oppone. Ma la maggioranza ha cambiato e svolge un ruolo positivo: ha cessato di essere uno strumento nella politica di aggressione a Cuba ed è favorevole alla politica di distensione e dialogo con l’Avana. Dunque si è convertita in un gruppo di appoggio alla linea di Obama. Vi sono imprenditori, come la famiglia Fanjul che sono favorevoli a ritornare e investire nell’isola. E lo fanno anche per i loro interessi, Cuba è l’unico paese dove non devi affrontare la concorrenza dei nordamericani.
Il presidente Obama si è detto disponibile a viaggiare a Cuba l’anno prossimo e alcuni analisti dicono che si sta trattando per una visita ad aprile. Che impatto pensi possa avere questa visita?
La mia opinione è che tale viaggio sia più importante per Obama –per il prestigio che ne può trarre– che per Cuba. Per questa ragione, mi sembra che il suo atteggiamento, ovvero porre la condizione di poter dialogare con il popolo cubano, in realtà con la dissidenza, sia un po’ uno sfoggio di prepotenza. Ritengo dunque che la posizione del governo cubano sia giusta: se Obama vuol venire per dialogare è il benvenuto, ma non se vuole intromettersi nella politica interna del Paese. Se insiste nel mettere la questione della democrazia, dei diritti umani e civili nel cesto delle trattative, allora Obama deve essere disposto a discutere anche della situazione dei diritti umani e civili negli Stati Uniti, situazione che, soprattutto per quanto riguarda i cittadini afrodiscendenti, non è esente da critiche.
All’inizio del 2016 è previsto il Congresso del Partito comunista. Tu pensi che, dopo le riforme economiche in corso, venga affrontata la questione delle riforme politiche? Specie per preparare il terreno al cambio generazionale, visto che il presidente Raúl ha annunciato che lascerà nel febbraio 2018?
Non credo che a Cuba siano in corso cambiamenti nella linea economica e sociale senza che questi comportino riflessi politici. Certo non viene messo in discussione il socialismo, anzi viene specificato che si vuole costruire un «socialismo prospero e sostenibile». Credo che Cuba si stia avviando verso un’economia mista con investimenti stranieri e con il controllo statale della macroeconomia. Il prossimo Congresso del Pcc sarà assai importante. Per tre motivi. Innanzi tutto per la nuova fase delle relazione con gli Stati Uniti e per quello che comporta. In secondo luogo, come hai detto, per il cambio generazionale in vista. E infine perché stiamo cercando di costruire un nuovo modello economico.
Sulla nuova fase di distensione con gli Usa, essa non è certo un processo lineare e privo di ostacoli. Anzi. Siamo in attesa di nuove misure da parte del presidente Obama, ma il bloqueo/embargo rimane in vigore. Come pure l’occupazione della base di Guantanamo. Tu pensi che sia possibile rimuovere questi e altri ostacoli per un pieno ristabilimento delle relazioni tra i due paesi?
È vero, Obama ha reiterato la sua richiesta che il Congresso metta fine all’embargo. Ma in realtà, se volesse, il presidente ha poteri tali da poter alleviare questo blocco finanziario, economico e commerciale in attesa che negli Usa si concretizzi uno schieramento politico per eliminarlo. Io penso, e l’ho scritto, che Obama divida in due l’embargo. È pronto a misure unilaterali — come quelle del 18 settembre scorso — che intaccano l’embargo con lo scopo di rafforzare quella che egli definisce società civile cubana, ma che in realtà, nei piani dei gruppi di potere nordamericani, dovrebbe essere un settore sociale capace di opporsi alla politica socialista del governo cubano e, in prospettiva, di creare un’alternativa politica. Obama, invece, non sembra disposto a intervenire con misure che possano rafforzare l’economia statale di Cuba, dunque che aiutino il governo. In sostanza, mi sembra che, pur con mezzi diversi e pur negando che questo sia il suo l’obiettivo, continui la politica di voler cambiare governo, di voler mettere fine al socialismo cubano. Gli altri ostacoli all’avanzare delle trattative, come ha specificato il presidente Raúl sono: la base di Guantanamo, mantenuta illegalmente, che costituisce come un pugnale infisso nella schiena di Cuba; il proseguire degli attacchi mediatici attraverso Radio e Tv Martí — che mantiene la sua linea aggressiva anche se ne hanno cambiato la direzione– e il continuare a stanziare fondi –quest’anno mi sembra 300 milioni di dollari– per finanziare la dissidenza cubana. E infine la questione delle compensazioni per i beni nordamericani confiscati dalla Rivoluzione dopo il suo trionfo nel 1959. A queste rischieste Cuba risponde con la richiesta di risarcimento del «costo dell’embargo», ovvero dei danni materiali subiti a causa del blocco finanziario, economico e commerciale più i danni «umani», le vittime causate dalla tentata invasione della Baia dei Porci, le morti causate dagli attentati collegabili alla Cia, i danni subiti a causa della scarsezza di medicinali ecc. Naturalmente, anche questa questione ha una base politica: basta essere d’accordo a voler risolvere il contenzioso e le soluzioni si troveranno.
(a cura di Roberto Livi)



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venerdì 11 dicembre 2015

"no se puede confiar en el imperialismo ni un tantito así, nada!"

da Cuba, un'isola che resiste
Le notizie con cui ci siamo svegliati la mattina del sette dicembre, mi hanno lasciato senza parole. Difficile trovare una spiegazione convincente per i risultati elettorali di Francia e Venezuela in cui le destre hanno stravinto. Ma una frase mi andavo ripetendo come un mantra, una frase che contiene una verità lampante: “non si può aver fiducia nell’imperialismo neanche un pochino così, niente (no se puede confiar en el imperialismo ni un tantito así, nada)”.
L’ha pronunciata un Ernesto Guevara furente e addolorato subito dopo aver saputo che la statua di Patrice Lumumba in Africa, era stata distrutta. Per il Che, il movimento di decolonizzazione dell’Africa era come una resurrezione degli sfruttati, l’ora della verità negli equilibri del mondo. Invece abbiamo dovuto assistere, in pochi anni, alla morte violenta di tutti i leaders che avevano incendiato quel continente, in Lumumba, in particolare, il Che aveva individuato un grande leader in grado di trasformare il Congo.
Quella frase del Che, pronunciata in anni lontani e in un altro contesto, mi sembra oggi l’unico commento possibile agli avvenimenti recenti.
Mancano pochi giorni al 17 dicembre, il giorno in cui ci si è illusi che la grande superpotenza imperialista, nella figura del suo primo presidente di origini africane, potesse trattare alla pari con uno storico combattente rivoluzionario alla guida della piccola Cuba, la più irritante spina nel fianco per il capitalismo, il neoliberismo, il neocolonialismo, l’imperialismo e per tutti gli ismi che alludono all’esclusione, al classismo, allo sfruttamento del ricco sul povero, del potente sull’indifeso. Ci si illudeva che aver riconosciuto il fallimento di una politica intimidatoria e punitiva portasse come conseguenza la sensatezza di un tavolo di negoziato senza pregiudizi e senza tranelli.
Per un attimo, abbiamo dimenticato quell’avvertimento del Che.
In questi mesi, il problema dei migranti cubani (ormai si parla di più di quattromila) ammassati in Costarica alle frontiere con Panama e Nicaragua, minaccia di diventare esplosivo; e mentre ci duole che questi cittadini (qual è la percentuale su 11 milioni di abitanti?) dimostrano di essere disposti ad affrontare le più crudeli odissee pur di mettere piede negli Stati Uniti e godere di tutti i privilegi di cui –unici al mondo- godono in quanto prova provata di quanto è duro vivere nell’”inferno” castrista; mentre ci duole questo triste spettacolo, ci chiediamo anche come sia possibile che i potenti Stati Uniti non mostrino la minima intenzione di mandare una nave, qualche aereo, una carovana di autobus, a raccogliere quei cubani scontenti e a portarli nella loro patria, generosa con chi fugge da una rivoluzione marxista. E ci chiediamo soprattutto come ci sia chi non veda la scandalosa ipocrisia della politica estera USA.
E’ di qualche settimana fa lo smacco elettorale della sinistra argentina, un paese che ha avuto il privilegio (a mio parere) di essere retto per una decina di anni prima da Néstor Kirchner e poi da Cristina Fernández. Contro le loro presidenze si è scatenata una offensiva finanziaria disgustosa, una campagna mediatica ipocrita.
Adesso in Venezuela, dopo tentativi di ogni genere, la destra ce l’ha fatta. Il prossimo in agenda, temo, sarà il Brasile di Dilma Roussef.
Così si cerca (con successo) di minare il cammino verso l’integrazione latinoamericana, una delle più grandi novità e speranze per il mondo in questi primi anni del terzo millennio. Il pericolo più grave per il controllo imperialista del mondo.
Quali che siano le colpe, gli errori, gli insuccessi di questi governi, è sconcertante constatare in che mari procellosi, instabili e insidiosi navighi l’utopia di un mondo dell’inclusione, della sovranità dei popoli, della non ingerenza, della giustizia e della uguaglianza.
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