martedì 26 febbraio 2019

Venezuela, la figuraccia dell’impero


Di Fabrizio Casari
E’ miseramente fallita l’operazione “23 Febbraio”, ovvero il tentativo di violare le frontiere venezuelane con tir e camion contenenti “aiuti umanitari”. Di umanitario non c’era niente e gli aiuti erano destinati all’opposizione di ultradestra: infatti i camion servivano a trasportare in territorio venezuelano armi, munizioni e sabotatori, cioè personaggi e materiali utili allo scatenamento della guerra civile sullo schema già visto in diversi altri paesi, tra i più noti Ucraina e Siria.
 Il format era quello classico, che aveva visto la sua inaugurazione nella ex-Jugoslavia e si era ottimizzato in Romania, quindi applicato con alterni successi in Medio Oriente e America Latina, dove però ha avuto la sua disfatta più cocente proprio in Venezuela prima e in Nicaragua successivamente.
 Soprattutto, l’obiettivo di sabato scorso era quello di violare le frontiere venezuelane come dimostrazione dello scollamento del sistema, di una presunta incapacità del governo di mantenere il controllo su Forze Armate e Guardia Nazionale, blandite e minacciate da Casa Bianca e Guaidò. L’errore clamoroso è stato quello di credere alle menzogne della loro stessa propaganda, che racconta di una emergenza umanitaria e di un governo privo di consenso e tecnicamente non in grado di controllare il Paese.
 Ma la tenuta sociale e territoriale del governo è saldissima, il sostegno politico viene reiterato da milioni di venezuelani che nelle città come alla frontiera difendono il progetto bolivariano e l’integrità della patria. L’emergenza umanitaria non c’è, se si eccettuano le continue rapine delle risorse venezuelane operate dai paesi-guida del capitalismo che per loro prevedono la sacralità delle proprietà ma per i loro avversari applicano invece il furto e il saccheggio sfacciato e continuato.
La giornata di sabato doveva essere accompagnata da un concerto nella zona di frontiera tra Colombia e Venezuela. Si dovevano esibire cantanti trasformati per l’occasione in ipotetiche star. Un concerto ridicolo finanziato da un miliardario che, non per caso, ha disposto duecento metri di spazio vigilato tra i ricchi e i poveri che vi assistevano. Uno spettacolo francamente penoso e per colmo sponsorizzato dalla Colombia. Ovvero, un narco-stato simbolo di ogni abominio in termini di violazione dei diritti umani, che uccide a migliaia gli esponenti dell’opposizione, che è detentrice del maggior numero di sfollati in un paese in pace e che ha generato la fuga di 6 milioni di colombiani in Venezuela.
 Detto quindi della mobilitazione straordinaria che ha reso ridicola l’adunanza golpista, due sono state le novità sostanziali di sabato. La prima è stata la rottura delle relazioni politiche e diplomatiche con la Colombia, decisa unilateralmente dal Venezuela. La seconda è che Juan Guaidò, l’autoproclamato presidente del nulla, è scappato dall’ambasciata colombiana a Caracas a bordo di un elicottero che lo ha portato nella zona colombiana della frontiera.
 L’idea era quella di farlo entrare trionfante in Venezuela dopo lo sfondamento “umanitario” della frontiera ma, alla fine, si è dovuto accontentare di una mesta riunione con il presidente colombiano Duque, quello cileno Pinera e Luis Almagro, il funzionario USA al vertice degli OSA. Le immagini di questa conventicola golpista riunita con espressione attonita raccontano più di qualunque report la sconfitta patita.
 Come è noto Guaidò non potrà rientrare in Venezuela, dove lo attende l’arresto. C’è dunque adesso da stabilire cosa fare con un personaggio da operetta che si è reso ridicolo di fronte al mondo. Domani si riunirà con il Gruppo di Lima e valuterà opzioni diplomatiche ridicole, come tutte le iniziative fin qui prese.
 Infatti, pur concio di non contare nulla, in più di 30 giorni ha dato ordini perentori, firmato lettere, scambiato telefonate e preso impegni immaginari ed ora si trova nella poco invidiabile situazione di inutile ingombro senza più nemmeno una residenza fissa. Perché lui è l’emblema della sconfitta. Su di lui, addestrato da anni e finanziato a dovere, aveva puntato la Casa Bianca, convinta che avrebbe prodotto una sollevazione popolare. In realtà nemmeno la stessa opposizione gli ha dato credito e l’unica cosa che si è sollevata è stata la polvere generata dalle pale dell’elicottero che lo ha portato via dal Venezuela.
 Fallita l’ennesima spallata al governo resta ormai l’opzione militare, tutt'ora sul tavolo per quanto di difficile realizzazione, che prevede l’intervento diretto di truppe colombiane e/o brasiliane. In alternativa, la prosecuzione dello strangolamento economico e commerciale. L’opzione militare è decisamente quella più pericolosa perché la pace e la stabilità della regione verrebbero minate definitivamente.
 Ma le controindicazioni non mancano. La Colombia non ha le capacità militari sufficienti per vincere e il Brasile ha nei suoi stessi militari il primo No che s’annuncia uno scoglio difficile da superare. Bolsonaro non ha ancora finito di capire come ci si muove nel Planalto e difficilmente può dichiarare guerra ad un paese storicamente amico. Dunque la Colombia potrebbe anche iniziare il conflitto e recitare il ruolo che i turchi ebbero in Siria, ma poi senza il coinvolgimento diretto degli USA, a breve-medio termine il Venezuela avrebbe la meglio e le conseguenze sarebbero imprevedibili per il sistema di potere misto di narcos e politica che governa Bogotà. Dovrebbero quindi, da subito o poco dopo, entrare in gioco le truppe statunitensi.
 E qui nascono i problemi, perché i terroristi riuniti nello studio ovale possono anche continuare a sognare una simile ipotesi, ma il Pentagono ha perfettamente chiaro che portare soldati USA in Venezuela sarebbe un disastro politico e militare per Washington. Il Congresso ha già dato l’alt ad ogni opzione militare ed anche lo scenario internazionale è sfavorevole all'ipotesi: Onu, OSA e Caricom sostengono Maduro, la UE ha espresso il suo rifiuto ad un’azione militare e il Gruppo di Montevideo ha ripreso i suoi lavori per una soluzione diplomatica della crisi.
 Russia e Cina hanno ripetutamente ammonito Washington dal provare ad attaccare il Venezuela e sono entrambe storie e culture poco inclini a sparate propagandistiche. Si può discutere su quale sarebbe il livello del loro sostegno al Venezuela, ma non che ci sarebbe e nemmeno del peso notevole che avrebbe.
 E' tutto meno che conclusa la vicenda, ma intanto si può dire che non è andata come Washington pensava e voleva che andasse. La Casa Bianca si lecca le ferite: nessuno ha fatto caso alle sue minacce e alle sue offerte. Nessuno ha preso sul serio una amministrazione composta da delinquenti internazionali di convinzioni nazistoidi e, dopo la sconfitta in Siria, l’abbandono dell’Afghanistan e il fiasco in Nicaragua, il fracasso in Venezuela rappresenta l’ennesima sconfitta di una presidenza ridicola.
Quanto ai paesi europei che avevano dato ultimatum e riconoscimenti illegittimi e precoci, nessuna sartoria internazionale sarà in grado di rattoppare i buchi sulle ginocchia, così stupidamente genuflesse davanti ad una amministrazione di criminali incapaci Leggi tutto...

sabato 26 gennaio 2019

La prova di golpe puzza di petrolio.

di Guido Moltedo - il Manifesto del 25/01/19.

Usa/Venezuela. Con la cessazione delle esportazioni petrolifere verso gli Stati uniti, la Cina e l’ India, come avverte l’agenzia Bloomberg sono pronte a farsi avanti per acquistare a buon prezzo il petrolio di Nicolás Maduro. Anche la Corea del sud. Grandi paesi affamati di energia. E in competizione, aperta o latente, con gli Usa. Anche per questo Donald Trump sta puntando il tutto per tutto per sbarazzarsi di Maduro

È per il petrolio e sul petrolio che si gioca l’incauta sfida lanciata da Donald Trump al governo di Caracas. Le raffinerie statunitensi sono le clienti principali del grezzo venezuelano. E sarà sempre più evidente se la tensione, come sembra, dovesse innalzarsi, tra Washington e Caracas.
Perché, con la cessazione delle esportazioni petrolifere verso gli Stati uniti, la Cina e l’ India, come avverte l’agenzia Bloomberg sono pronte a farsi avanti per acquistare a buon prezzo il petrolio di Nicolás Maduro. Anche la Corea del sud. Grandi paesi affamati di energia. E in competizione, aperta o latente, con gli Usa.
Anche per questo Donald Trump sta puntando il tutto per tutto per sbarazzarsi di Maduro. Per portare i flussi petroliferi verso gli Stati uniti e arrivare a impadronirsi, di fatto, dei pozzi. E per tagliare le forniture verso i paesi che considera avversari.
Peraltro, il Venezuela è tra le grandi potenze petrolifere mondiali – nel 2019 è il presidente di turno dell’Opec – e, pertanto, ogni variazione significativa della sua produzione e delle sue esportazioni ha più che evidenti riflessi sul già instabile mercato mondiale del greggio.
Anche per questo, per il momento almeno, l’arroganza di Trump non s’è spinta fino al punto di non cogliere le conseguenze, innanzitutto per la stessa economia statunitense, di un’escalation incontrollata, dall’esito non necessariamente positivo per gli Usa, del conflitto aperto con Caracas, tanto che non ha ancora bloccato l’export verso il Venezuela dei prodotti americani per diluire il denso petrolio venezuelano, né l’import verso le raffinerie statunitensi.
A dispetto dei modi spicci con cui la Casa bianca, e ancor più Mike Pompeo, hanno benedetto l’autonomina a presidente di Juan Guaidó e hanno liquidato come illegittime le ineccepibili misure di reazione decise da Maduro nei confronti della rappresentanza diplomatica americana, è evidente che Trump si tiene pronto sia allo scenario di un rapido precipitare della situazione, con l’eliminazione di Maduro, sia allo scenario opposto, l’ennesima prova, da parte di Maduro, di una capacità di tenuta e di risposta, grazie al sostegno di una parte significativa della popolazione.
Trump è molto più che uno spettatore interessato. L’America e i suoi alleati della regione si stanno dando parecchio da fare perché prevalga il primo scenario.
Che si vada verso una lunga e cruenta guerra civile, e non verso un rapido esito della prova di forza, è il terzo scenario possibile. Forse il più probabile. Con effetti drammatici su un paese stremato, ma anche con enormi conseguenze nella regione e nel mondo. Oltre ai riflessi sul mercato energetico e ai rimbalzi sull’economia mondiale, la lacerazione di un paese chiave come il Venezuela avrebbe ripercussioni domino nel continente latino, fino ad arrivare agli stessi Stati Uniti.
 Gli Usa nel 2017 hanno importato 674.000 barili al giorno di petrolio dal Venezuela, il 46% dell’export totale – fonte eia.gov
Assurdamente Trump cerca con infantile e crudele ottusità di contenere le migrazioni provenienti dall’America latina con stupidi quanto inutili muri, e intanto cerca di delegittimare l’opposizione al Congresso e trova sponda in personaggi come Bolsonaro e Macri nel tentativo di ripristinare in America latina vecchie e odiose forme autoritarie e liberiste, con l’eliminazione politica e, se necessario fisica, di quel che resta delle leadership progressiste. Operazione indecente politicamente che produrrà affamati e disperati disposti a tutto per emigrare. Dove? Negli Usa, naturalmente.
Aprendo a Cuba, Barack Obama aveva dato il segnale di un inizio di cambiamento, nella direzione di un superamento della condizione del continente latino-americano come «cortile di casa». Proprio nei confronti di Cuba, poi nei confronti del Messico, quindi verso il Nicaragua e ora verso il Venezuela si è diretta l’opera di disfacimento del faticoso lavoro diplomatico condotto da Obama.
La novità messicana della presidenza di López Obrador “Amlo” indica che la vis distruttiva di Donal Trump trova considerevoli ostacoli. Mentre la resilienza di Cuba è straordinaria. Ora si vedrà a Caracas.
È importante che il tentativo di rovesciare Nicolás Maduro non riesca, non solo per il Venezuela ma per la tenuta di quel che resta in piedi di un’America latina padrona del suo destino.

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mercoledì 2 gennaio 2019

Buon compleanno Cuba di Fabrizio Casari


Compie sessant’anni la Rivoluzione Cubana. Sessant’anni orsono, guerriglieri chiamati Barbudos divennero liberatori. Un’isola che era diventata un bordello a cielo aperto, con le fiches che valevano più degli esseri umani, ascoltò la deliziosa sinfonia del passo guerrigliero, che superava con la velocità di cui a volte si picca la storia, un’epoca di ingiustizia, violenza, sfruttamento ed ignominia.
Cuba era un’isola cubana diventata proprietà statunitense, gestita da Fulgencio Batista, un sergentino ignorante quanto sanguinolento, messo sul trono dai feudatari di Miami. Ma Fidel Castro, avvocato cubano dall’oratoria brillante e  dalla visione profonda, decise di fare della libertà di Cuba la sua unica causa e condannò lo sbirro alla sconfitta eterna.
Sessant’anni fa, con l’arrivo delle truppe guerrigliere, L’Avana divenne una città cubana. I grattacieli delle banche si apprestarono a divenire ospedali e le strade dove si respirava terrore divennero residenza dei giusti. Gli architetti della rinascita vestivano verde olivo, portavano barbe incolte e sfrontatezza, sprezzo per il pericolo e acume tattico.
Gli occhi del mondo dovettero posarsi sulla bellezza autentica, quella che disegna i volti degli ultimi quando diventano i primi. Persino il vento decise di cambiare direzione e dalla Sierra Maestra iniziò a soffiare forte verso Miami, condannata a divenire immondezzaio della storia, incubatrice degli avanzi di ogni tirannia, fogna contenente ogni terrore.
Mafiosi, ladri e biscazzieri dovettero fuggire in fretta dall’Avana, divenendo così i primi balseros. Le strade fecero luce, i sorrisi illuminarono l’incedere liberatore. Persino negli anfratti del porto l’odore che si respirava era diverso. La capitale, tornata cubana, espettorava, i suoi polmoni si aprivano all’aria nuova proveniente dalla Sierra Maestra.
Quel 1° Gennaio del 1959, Cuba divenne qualcosa più grande di se stessa: smise di essere solo un’isola e divenne sinonimo di impossibile, parafrasi di liberazione, auspicio e speranza di tutte le vittime dell’ingiustizia e dello sfruttamento ovunque sparse. Il Dio Denaro venne messo agli ordini degli uomini e delle donne divenuti Dei della ribellione, il futuro smise di essere termine proibito nelle declinazioni delle speranze. I fucili si girarono, i sadici in uniforme fuggirono o si arresero; i giusti con barbe lunghe e valori alti s’incaricarono di mettere le cose al loro posto: gli ultimi diventarono primi, perché la categoria degli ultimi veniva abolita.
A Cuba in sessanta anni sono avvenuti mutamenti dell’ordine e del disordine. Sono state ribaltate le priorità, è stato sovvertito l’ordine logico, rivoluzionati persino lo spazio e il tempo. Le persone hanno ragione delle cose e il ragionare sconfigge il pensiero debole. Un nuovo vocabolario si è imposto e l’Io si pronuncia Noi. La gente è diventata popolo e il popolo è divenuto nazione.
Da sessanta anni a Cuba il tempo litiga con le lancette degli orologi. Lui preferisce farsi scandire dalla sovranità riconquistata e difesa. La nozione delle ore è stata superata da quella del cambiamento, nessuna lancetta può stabilire il quando, ma solo il dove e il come. L’unica ora è quella legale.
Da sessant’anni immersa in un calice di passioni, dove non trova spazio il veleno del nemico, Cuba si picca di essere il primo territorio libero d’America. E’ così, lo è stato e continua ad esserlo, perché quell’isola a forma di coccodrillo, esportatrice di valori e incubatrice di sogni, resiste, cambia, vince e sferra un ghigno di cubania di fronte ai poderosi.
 Da quasi sessanta anni subisce il più criminale e lungo blocco economico e commerciale della storia, al quale ha risposto con i migliori risultati sociali del continente. Ha sopportato il terrorismo ed è divenuta bastione inespugnabile, luogo sicuro per chiunque. Ha versato sangue in Africa e in America Latina, liberando popoli e paesi e ancora non conosce l’onta della sconfitta. Produttrice di emozioni e scontri ideologici, è stata odiata e osteggiata, temuta, rispettata, tradita e amata; nulla della sua storia è rimasto sottotraccia, immunizzata da banalità e indifferenza.
Sessanta anni sono un tempo di ragione e pacatezza. Non chiudono l’ardore ma misurano la ragione. Non s’arrampicano sui fasti, preparano il da farsi. In alcuni casi sono fase di ricordi del passato e timori per il futuro. Arrivata alla sua piena maturità, Cuba non è il paradiso terrestre che qualcuno immagina, meno che mai l’inferno che l’impero delle menzogne racconta.
Cuba è semplicemente il luogo meno diseguale della terra. Quello nel quale l’uguaglianza nei diritti è sancita dalla legge e rispettata ogni giorno. Approdo sicuro per ogni ribelle, esempio e scuola di ogni insurrezione, università vivente di sovranità e indipendenza, Cuba esporta medici e vaccini, saggezza e sacrifici. E’ sinonimo di resistenza, è luogo dove tutto è in movimento. Un movimento indirizzato verso il perfezionamento di quanto costruito, verso l’ottimizzazione di quanto realizzato, perché le nuove sfide hanno bisogno di nuove sfrontatezze.
Sessant’anni dopo la sua vittoria, Cuba si regala la sua nuova Costituzione. Un manifesto di principi e di valori scritto da milioni di cubani che scandiscono nella Carta Magna della loro nazione l’idea di un paese diverso dagli altri, destinato dalla storia ad aprire cammini inesplorati.
Fidel, il suo Comandante in Capo, statista fra i più grandi, capo di popolo tra i più amati, Presidente tra i più rispettati e avversario tra i più temuti, pur se nullatenente in vita ha lasciato una eredità immensa: Cuba è socialista e il socialismo è per sempre, perché rivoluzionare il mondo è l’unico modo di salvarlo.
da  www.altrenotizie.org
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domenica 25 novembre 2018

Comandando


Fidel non ha bisogno di essere ricordato, viene replicato da noi cubani nel modo di affrontare quotidianamente le piccole e grandi prove umane, essere virtuosi significa rinnovare ogni giorno la Rivoluzione, la sua trascendenza è di vitale importanza; l'uomo e il capo comandano ancora, nel tempo, nonostante gli annuari.
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venerdì 2 novembre 2018

Cuba, il mondo contro il blocco USA di Fabrizio Casari

Care/i compagne/i
di seguito l'inizio dell'articolo di Fabriazio Casari pubblicato sul sito ALTRENOTIZIE sull'ennesima condanna da parte dell'ONU del blocco economico a cui gli USA sottopongono Cuba da oltre sessant'anni. Buona lettura.
Hasta siempre!
Italia-Cuba Senigallia

Cuba, il mondo contro il blocco USA di Fabrizio Casari

Per la ventisettesima volta, ed ogni volta in forma più netta, la comunità internazionale, rappresentata nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha condannato il blocco politico, commerciale, diplomatico e finanziario con il quale, da oltre sessanta anni, gli Stati Uniti martirizzano il popolo cubano. La condanna del mondo intero ha indossato le vesti dell’indiscutibile: centottantanove paesi hanno infatti votato a favore della mozione presentata da Cuba che chiedeva l’immediata revoca dell’embargo statunitense. Gli unici due voti a favore degli Stati Uniti sono stati quello di Israele e degli stessi Stati Uniti, uniti in un sentiment ideale che da Guantanamo a Gaza esprime con chiarezza il senso dei due paesi per i diritti umani.
Diversamente dalle 26 precedenti occasioni, benché l’Amministrazione Trump ritenga le Nazioni Unite un luogo inutile quando non dannoso, gli USA hanno deciso di tentare di uscire dall’angolo nel quale sanno di trovarsi ed hanno proposto otto emendamenti. L’intento evidente era di trovare un pertugio, un canale, per stretto che fosse, che portasse dalla loro parte almeno un paese degno di essere indicato come significativo nella comunità internazionale. Operazione fallita: nemmeno i suoi alleati latinoamericani hanno seguito Washington, anche all’obbedienza c’è un limite.

l'articolo completo su http://www.altrenotizie.org/primo-piano/8205-cuba-il-mondo-contro-il-blocco-usa.html Leggi tutto...