mercoledì 14 ottobre 2009



Cari compagni,
con questo messaggio voglio ringraziare tutti i nostri Circoli
e i singoli compagni che hanno partecipato a Milano alla
manifestazione del 10 ottobre.
E' stato un grande successo, testimoniato dai complimenti
ricevuti e che estendo a tutti voi - dall'Ambasciatore cubano,
dal Consolato cubano di Milano, da diversi rappresentanti
di partiti e di organizzazioni politiche.
Nonostante l'attuale periodo politico non favorevole,
ancora una volta la nostra Associazione ha dimostrato
di saper lavorare compatta e di non temere
la conta al momento di scendere in piazza.
E' stata una manifestazione piena di colori e di allegria.
Le stime, nostra e della polizia, sulla partecipazione
questa volta sono state coincidenti nel valutare in circa
4.000 il numero delle presenze.
Anche la parte finale, qualla dello spettacolo, è stata
di buon livello artistico e ha avuto un buon gradimento.
Una bella giornata che non deve essere considerata
un punto di arrivo, ma un invito a lottare ancora
con maggior impegno a fianco del popolo cubano per
la liberazione dei Cinque.
Un saluto e di nuovo grazie a tutti.

Sergio Marinoni
presidente Leggi tutto...

martedì 22 settembre 2009

10 OTTOBRE TUTTI A MILANO!



SABATO 10 OTTOBRE 2009
MANIFESTAZIONE Nazionale in favore dei 5 cubani
___
STIAMO RACCOGLIENDO LE ADESIONI PER IL PULLMAN CHE CI PORTERA' A MILANO ALLA MANIFESTAZIONE del 10 Ottobre 2009 per INFO
:
mail: italiacuba.senig@gmail.com
tel.
Albinella 333 3806715
Peppe 339 8242575
Rosalba 335 423701
Gianclaudio 334 5478822 Leggi tutto...

giovedì 17 settembre 2009

Grazie e arrivederci presto.


Salutiamo i compagni del Mezza Canaja che oggi hanno dovuto lasciare i locali delle colonie ex-ENEL in cui tante volte hanno ospitato il nostro banchetto e le nostre iniziative di solidarietà con Cuba.
Oggi lasciano l’edificio del Lungomare Da Vinci ma, come scrivono in una bella lettera sul loro sito (http://csoamezzacanaja.noblogs.org/), non abbandonano le loro battaglie che, ci sentiamo di dire, sono anche le nostre battaglie.
Ad ulteriore prova che la lotta continua è rimasta a sventolare sul terrazzo dell’ex ENEL la bandiera cubana con la scritta HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!
Grazie e arrivederci nel prossimo spazio che occuperete e renderete comune.
Il direttivo del circolo “Sado Sadovski” di Senigallia. Leggi tutto...

mercoledì 16 settembre 2009

Aquì no se rinde nadie! Ciao Comandante!


Venerdì notte si è spento uno dei pilastri della Rivoluzione Cubana, il comandante Juan Almeida Bosque, un combattente la cui vita rappresenta un paradigma della determinazione e della forza di un intero popolo. Valga per tutti un aneddoto. Subito dopo lo sbarco del Granma, quando gran parte degli 82 componenti della spedizione era già stata falciata dalle mitragliatrici dell’aviazione di Batista, a chi superstite e sotto il fuoco nemico ipotizzava la resa disse perentorio: aquì no se rinde nadie. Qui non si arrende nessuno. E quei dodici rivoluzionari scampati alle pallottole della dittatura furono in grado di dar vita ad una guerriglia che in soli tre anni sbaragliò l’esercito meglio armato dell’America Latina. Ancora oggi e per sempre un esempio e un monito per chiunque e in qualunque parte del mondo proverà a dire: non si può fare. E allora Comandante, a noi piace immaginare che in questo momento tu stia ricostituendo una colonna guerrigliera, da qualche parte, magari col Che e Camilo, pronti a ritentare l’assalto alla caserma dell’ingiustizia.

Che la terra ti sia lieve, Comandante.

Di seguito il comunicato del PCC
È morto il Comandante della Rivoluzione Juan Almeida Bosque.
Con profondo dolore, la Direzione del Partito e dello Stato comunicano al nostro popolo che il Comandante della Rivoluzione Juan Almeida Bosque, membro dell’Ufficio Politico e Vicepresidente del Consiglio di Stato, è morto a La Habana, alle 23.30 dell’11 settembre in seguito ad un arresto cardiorespiratorio.
Il compagno Almeida era nato nella capitale il 17 febbraio del 1927. Tra le molte privazioni di una famiglia e umile e numerosa, con i suoi genitori come guide, si formò con alti valori patriottici ed apprese dalla vita stessa che la lotta è il solo cammino dei poveri per conquistare i propri diritti calpestati. Dopo il colpo di Stato del 1952, si unì alla lotta contro la tirannia, vincolandosi al compagno Fidel. Fu un muratore sino all’assalto alla caserma Moncada nel 1953, il secondo di dodici fratelli, che aiutò il padre a mantenere la numerosa famiglia. Nei 57 anni trascorsi da allora, il Comandante Almeida è stato sempre nella prima linea di combattimento assieme al Capo della Rivoluzione, coraggioso, deciso e fedele sino alle ultime conseguenze.
Il suo atteggiamento è stato sempre quello invariabile di uno degli assaltatori della Caserma Moncada; del prigioniero politico nell’isola de Pinos; del rivoluzionario esiliato in Messico; della spedizione del Granma, di cui fu uno dei tre capiplotone; dell’ufficiale nei giorni della fondazione dell’Esercito Ribelle, quando fu ferito due volte nel combattimento a El Uvero; del Comandante del Terzo Fronte Guerrigliero e del capo militare e dirigente rivoluzionario con numerose ed elevate responsabilità dopo il trionfo del Primo gennaio del 1959.
Ha fatto parte del Burò Politico del Comitato Centrale del Partito dalla sua fondazione nel 1965, responsabilità ratificata in tutti i suoi Congressi.
Fu eletto Deputato dell’Assemblea Nazionale e Vicepresidente del Consiglio di Stato, dalla prima legislatura del nostro Parlamento.
La sua speciale sensibilità umana ed artistica rese possibile il difficile compito di rendere simultanei il suo intenso, responsabile e fecondo lavoro come dirigente rivoluzionario, con una profonda e numerosa opera artistica che comprende più di 300 canzoni ed una dozzina di libri, che costituiscono un prezioso apposto alla conoscenza della nostra storia.
Con particolare amore ed impegno assunse il compito di presiedere l’Associazione dei Combattenti della Rivoluzione cubana e dedicò le sue ultime energie a garantire che l’Organizzazione rappresentasse un solido ed efficace baluardo della Patria.
Il nome del Comandante della Rivoluzione Juan Almeida Bosque resterà per sempre nei cuori e nella mente dei suoi compatrioti, come paradigma della fermezza rivoluzionaria, delle solide convinzioni, del coraggio, del patriottismo e dell’impegno con il popolo.
Per i suoi molteplici ed importante meriti, aveva ricevuto molte decorazioni nazionali e internazionali, tra le quali il Titolo Onorifico di Eroe della Repubblica di Cuba e l’Ordine Maximo Gomez di Primo Grado il 27 febbraio del 1998, in occasione del 40º anniversario della sua nomina a Comandante nella Sierra Maestra.
Rispettando la sua volontà, i resti mortali del compagno Juan Almeida Bosque non saranno esposti. Saranno inumati successivamente con onori militari, in una data che si annuncerà, nel Mausoleo del III Fronte Orientale Mario Muñoz Monroy, del quale fu fondatore e unico capo e dove riposano i resti degli eroici combattenti di questo agguerrito Fronte.
Domenica 13, tra le 8.00 di mattina e le 20.00, giornata di lutto ufficiale, il nostro popolo potrà rendere omaggio di riconoscimento e d’affetto alla sua memoria nel Memoriale José Martí di questa capitale, che fu la sua culla, e nel Salone delle Vetrate alla base del monumento ad Antonio Maceo, a Santiago di Cuba, città eroica che amò molto profondamente, dove lottò contro le forze della tirannia e quindi lavorò al fronte del Partito come delegato del Burò Politico nell’antica provincia d’Oriente e nei capoluoghi di tutte le province, includendo l’Isola della Gioventù, dove fu recluso dopo l’assalto alla caserma Moncada.

UFFICIO POLITICO DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DI CUBA
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mercoledì 9 settembre 2009

Osimo, 11-12-13 Settembre.


Il Circolo Sado Sadovski di Senigallia sarà presente con un proprio stand all' XI Festival "A Pugno chiuso" di Osimo. Leggi tutto...

venerdì 7 agosto 2009

Thomas Sankara.


Idealista, genuino, irriverente, sognatore. Sono tanti gli aggettivi usati per parlare di Thomas Sankara, il presidente-ribelle del Burkina Faso, assassinato nel 1987. Oggi la figura di questo giovane rivoluzionario sopravvive nella memoria di milioni di africani. Scopriamo il perché nel 3° appuntamento di "utopia", la nostra operazione sulla memoria.

Thomas Sankara è stato l’eroe della rivoluzione popolare che nel 1983 cambiò i destini dell’Alto Volta, un povero paese saheliano, poi ribattezzato col nome di Burkina Faso (nella lingua locale significa “terra degli uomini liberi e integri”).
Giovane ufficiale dell’esercito, ambizioso e determinato, Sankara si impadronì del potere con un golpe. All’età di soli 34 anni si trovò a governare una nazione assediata dalla desertificazione e dalla carestia, che da decenni conviveva con colpi di stato, scioperi selvaggi e una miseria dilagante. In soli quattro anni di governo, Sankara riuscì a realizzare riforme sociali epocali e cambiò il volto del Paese.
Sankara era un idealista ma pure un uomo di azione, un insaziabile stacanovista. Si dedicava solo a programmi ambiziosi e intensivi: in meno di tre settimane, il suo Governo riuscì a far vaccinare contro il morbillo, la meningite e la febbre gialla il 60% dei bambini del paese (secondo l’Unicef fu una delle più belle imprese mai realizzate in Africa). In ogni villaggio Sankara fece costruire nuove scuole (in quattro anni la percentuale di bambini scolarizzati del Burkina salì di un terzo), ambulatori, piccoli dispensari e magazzini per i raccolti.
Molta gente si offriva volontaria per realizzare i programmi della rivoluzione, ma Sankara non esitava ad usare le maniere forti pur di centrare i suoi obiettivi: obbligò i capi-villaggio a seguire corsi di formazione per infermieri di primo soccorso. Impose una campagna di alfabetizzazione rapida nelle campagne (tutti, per 50 giorni consecutivi, furono costretti a frequentare la scuola) ed arrivò persino a promulgare l’obbligo di partecipare ad un’ora di ginnastica collettiva tutti i giovedì pomeriggio.
Senza peli sulla lingua
Sankara gestì il potere in modo decisamente poco convenzionale. Cercò di ridare vigore all’arretrata economia rurale, nella speranza di far raggiungere al Paese l’autosufficienza alimentare. Ma rifiutò polemicamente gli aiuti internazionali e le politiche di aggiustamento promosse dal Fondo monetario. «L’Africa si salverà da sola. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno sta nella nostra terra e nelle nostre mani» usava ripetere nei suoi comizi.
Non contento, Sankara scosse le cancellerie occidentali facendosi promotore di una campagna contro il debito estero contratto dai paesi africani: «Dopo essere stati schiavi, siamo ora schiavi finanziari. Dobbiamo avere il coraggio di dire ai creditori: siete voi ad avere ancora dei debiti, tutto il sangue preso all’Africa».
A preoccupare le potenze occidentali erano anche le “amicizie” di Sankara: il presidente burkinabè frequentava “gente pericolosa” come Gheddafi, Fidel Castro, Menghistu e il mozambicano Samora Machel. La Francia, in particolare, temeva che il proselitismo di questo giovane rivoluzionario potesse contribuire all’erosione dell’influenza politica ed economica di Parigi in Africa.
Un presidente in bicicletta
La diplomazia e la realpolitik non erano il suo forte (il padre-fondatore della Costa d’Avorio, Houphouet-Boigny, lo chiamava scherzosamente «il figlio ribelle») ma, da umile e populista qual era, viveva per primo il modello di vita proposto alla sua gente. Occorreva che tutti facessero dei sacrifici e lui non si tirava indietro.
Rifiutava di vivere al di sopra delle possibilità della gente comune, per le vie della capitale Ouagadougou lo si vedeva spesso girare in bicicletta. Per abbattere i privilegi della classe dirigente fece vendere le auto blu ministeriali, sostituendole con semplici utilitarie (il presidente guidava personalmente una Renault 5).
Nel 1985 licenziò gran parte dei membri del suo gabinetto e li inviò a lavorare nelle cooperative agricole, nello stesso anno decise un taglio del 15% dei salari del governo. Impose una radicale politica di austerità a tutti i funzionari pubblici, compreso a se stesso.
La frattura col passato
In effetti la rivoluzione richiedeva sacrifici. Tutti erano coinvolti nei progetti contro la desertificazione: ogni straniero che arrivava in Burkina era obbligato a piantare un albero. Studenti, operai, ministri e persino diplomatici europei furono “inviati” (un termine eufemistico: il regime non sopportava i dissidenti) a dare una mano per la costruzione della ferrovia che avrebbe dovuto collegare la capitale Ouagadougou alla città di Tambao, dove si trovano ricchi giacimenti di manganese e di calcare (gli economisti avevano calcolato che il progetto non avrebbe mai potuto produrre reddito e ancora oggi i lavori non sono stati ultimati).
Sankara era anche questo. Non tutti lo prendevano sul serio, soprattutto all’estero, ritenendolo ingenuo e sognatore. Gli oppositori politici lo accusavano di autoritarismo e di demagogia. Ma il suo fascino era contagioso: soprattutto i giovani vedevano in lui un nuovo leader, non assetato di potere, saggio e idealista. Sul piano sociale e culturale Sankara creò una frattura netta col passato. Si oppose fermamente a quella sorta di feudalesimo rurale che permetteva ai capi-villaggio di sfruttare i contadini. Puntò con forza sull’emancipazione delle donne. Si occupò di moralizzare la vita pubblica e lottò attivamente contro la prostituzione e la corruzione.
A livello economico perseguì una politica protezionistica. Quando non indossava l’uniforme militare, Sankara vestiva il tipico abito verde della fabbrica di tessuti Faso dan Fani, fatto col cotone ruvido burkinabé (era l’uniforme imposta ai funzionari). Anche il pane veniva in parte fatto con la farina di miglio perché il mais costava troppo e doveva essere importato. Certo non fu facile, ma in quattro anni il presidente cambiò il volto del Paese. E il Burkina Faso divenne fiero della propria diversità.
Ucciso dagli “amici” più cari
Thomas Sankara venne assassinato nel 1987 durante un colpo di stato organizzato da alcuni ufficiali dell’esercito, tutti vecchi amici del presidente. La nuova giunta militare venne guidata dal capitano Blaise Compaoré (l’attuale presidente del Burkina Faso), un tempo compagno di lotta di Sankara, che cercò invano di screditare l’immagine dell’ex leader con un’intensa propaganda destinata solo a far rimpiangere il precedente regime. Sotto il governo di Sankara l’economia del Burkina ritrovò vigore, i conti pubblici vennero gestiti con oculatezza e la corruzione fu ridotta a livelli bassissimi (un caso quasi unico in Africa). Tutti i principali indici della qualità della vita - mortalità infantile, età media, scolarizzazione, ecc. - migliorarono. Ma soprattutto la popolazione burkinabé sviluppò un genuino senso di patriottismo che permise di superare le divisioni tribali e di guardare al futuro con rinnovato ottimismo .
Un’eredità ingombrante
A quasi ventidue anni dalla sua morte, la figura di Thomas Sankara sopravvive nella memoria di milioni di africani: ogni 15 ottobre, nell’anniversario del colpo di stato che gli tolse il potere, una grande folla rende omaggio alla sua tomba a Ouagadougou. A tributargli gli onori non sono solo i nostalgici che hanno vissuto la sua rivoluzione, ma anche tanti giovani che lo hanno conosciuto coi racconti dei genitori e i libri di storia. A tutt’oggi rimangono numerosi interrogativi circa i motivi e i mandanti del suo omicidio.
Sankara si era procurato diversi nemici a cui dava molto fastidio. Pur godendo dell’appoggio delle masse, entrò sempre più in contrasto con alcuni gruppi di potere molto influenti fra cui i sindacati, i proprietari terrieri, i capi tradizionali.
Aspri dissidi si erano creati anche con alcuni paesi occidentali, specie gli Stati Uniti e la Francia, rispetto ai quali il Burkina Faso era stato per lungo tempo in una posizione di dipendenza economica e di sudditanza politica. Sankara era solo, troppo debole per avere la meglio su tutti. Ma l’immagine di questo giovane rivoluzionario che osò sfidare i grandi del mondo, e che seppe incarnare le speranze di liberazione di un intero continente, resta un esempio di integrità e di coraggio che riempie di orgoglio milioni di africani.
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giovedì 23 luglio 2009

Festeggia con noi i 50 anni della Rivoluzione Cubana!



Sabato 1° Agosto 2009
P.SSO COLONIA CAPOTONDI RINO
VIA F.LLI KENNEDY 53 BARBARA
(MUSEO AGRICOLO)

Festeggia con noi i 50 anni della Rivoluzione Cubana!

Ore 19: Parliamo di Cuba, 50 anni di Resistenza e Socialismo con il giornalista cubano Pedro Paolo Gomez Hernandez.
Ore 20: Cena sociale con gnocchi al sugo di papera, anatra e pollo arrosto, contorni, dolce e rum cubano il tutto a 20 euro.
Ore 22: Rodolfo Dal Pane del Circolo di Ravenna farà il punto della situazione sui progetti informatici in corso a Cuba a cui collaboriamo da anni.

PER PRENOTAZIONI TEL. AI SEGUENTI N.ri: Albinella 333/3806715 - Rosalba 335/423701
Giuseppe 339/8242575 Gianclaudio 334/5478822 - Barbara 347/9721406 - Maurizio 333/3745938 Leggi tutto...

giovedì 9 luglio 2009

Festa dei Popoli - Forte Altavilla Ancona 16-17-18 Luglio



Il Circolo Sado Sadovski di Senigallia sarà presente con un proprio stand e presenterà due mostre fotografiche "Habana blues" e "la Revolucion soy yo" che si terranno nell'ambito della festa.


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domenica 5 luglio 2009

TESTIMONIANZA DALL’HONDURAS. LA GENTE VOTA. GLI INDIGENI MARCIANO SULLA CAPITALE. VIOLENZE SUI MEDICI CUBANI.


da www.gennarocarotenuto.it
Dopo ore di tentativi finalmente Giornalismo partecipativo riesce a comunicare con P. T. cooperante di un paese europeo residente da anni in Honduras. “E’ che il primo segnale che stava succedendo qualcosa è che i militari hanno staccato la luce in tutta la città. Solo da poco ci siamo procurati un generatore, ma abbiamo pochissima benzina perché è razionata, non si vende, e quindi posso restare collegata pochissimo tempo”.Quando avete saputo del golpe? “in mattinata prestissimo si è saputa la notizia che hanno preso il presidente con la forza. La capitale ha iniziato a reagire, mentre dalle altri parti del paese si è animata la gente a continuare a votare per il referendum. Anzi le ultime notizie sono che anche nella capitale dove può sta votando in massa”.
Si sta votando che tu sappia? “Qui dove mi trovo sono arrivati i militari e hanno sequestrato le urne per impedire il voto. Nella capitale è successo in molti posti ma ho molte testimonianze che in tutto il resto del paese e anche in alcune zone della capitale la gente sta correndo a votare come forma di dire NO al golpe”.
I media funzionano? “Hanno spento tutto. Appena hanno sequestrato il presidente Zelaya hanno chiuso il Canal 8, l’unico favorevole al governo e poi anche tutti gli altri. Adesso credo funzioni solo una radio della destra golpista HRN”.
Che tipo di reazione c’è da parte dei movimenti? “ti dico solo che i popoli indigeni hanno iniziato una marcia a piedi verso la capitale. Inoltre molte persone sono andate al palazzo presidenziale. Ma non ho informazioni verificate”. Riuscite a comunicare? “la mancanza di corrente fa che i cellulari sono quasi tutti scarichi. Qui dove sono li possiamo ricaricare ma le centinaia di persone nascoste non hanno maniera di farlo”.
Ci sono le notizie di violenza? “Gira voce di almeno un morto, ma non posso confermartela. Le uniche violenze sicure che ho io sono quelle contro i medici cubani. Alcuni sono stati aggrediti, gli altri li stiamo nascondendo. Inoltre qui da noi quando hanno sequestrato le urne del referendum hanno detenuto tre persone ma sono stati costretti a rilasciarli quasi subito. Inoltre ho notizie di liste nere di dirigenti popolari che vengono ricercati, soprattutto quelli che hanno lavorato al referendum. Non ho notizie di persone precise arrestate. Ma centinaia se non migliaia di persone si sono dovute nascondere”.
Sei uscita? Com’è la città? Che idea ti sei fatta sui rapporti di forza? “Ho girato per il quartiere ma come straniera non mi sono avvicinata al punto dove si votava. I militari sono estremamente aggressivi, puntano le armi in faccia alla gente. La gente sta chiamando alla calma e cerca di parlare loro e si stanno facendo azioni pacifiche in tutto il paese. Il messaggio è calma, pace e non opporre altre forme di resistenza”.
Che messaggio puoi lasciarmi in conclusione? “Faccio un appello internazionale a non lasciare solo l’Honduras e a fare informazione su quello che sta succedendo in Honduras. Non credete ai media ufficiali”. Leggi tutto...

giovedì 2 luglio 2009

Solidarietà di Fidel a Zelaya.


Un errore suicida.
Nella riflessione scritta la notte del giovedì 25 ho detto "Non sappiamo che cosa accadrà stanotte o domani in Honduras, ma il comportamento valoroso di Zelaya passerà alla storia."
Due paragrafi prima avevo segnalato:
“Quello che accadrà sarà una prova per la OEA e per l'attuale amministrazione degli Stati Uniti."
Il giorno successivo, la preistorica istituzione interamericana si riuniva a Washington e in una spenta e tiepida risoluzione, ha promesso di svolgere immediatamente le pratiche pertinenti per cercare un'armonia tra le parti in lotta. Cioè, una negoziazione tra i golpisti ed il Presidente Costituzionale dell’Honduras.
L'alto capo militare che continuava alla testa delle Forze armate honduregne, faceva pronunciamenti pubblici in differenza con le posizioni del Presidente, intanto riconosceva la sua autorità in modo meramente formale.
I golpisti non avevano bisogno di un'altra cosa dalla OEA. Gli importava poco la presenza di un gran numero di osservatori internazionali che si erano spostati al suddetto Paese per dare fede di una consultazione popolare, con i quali Zelaya ha parlato fino a notte inoltrata. Oggi, prima dell'alba circa 200 soldati professionisti, ben allenati e armati, sono stati lanciati contro la residenza del Presidente, i quali, allontanando rudemente la squadra della
Guardia di Onore, hanno sequestrato Zelaya che dormiva in quello momento, l’hanno portato alla base aerea, l’hanno fatto salire per la forza in un aereo e l’hanno trasportato a un aeroporto della Costa Rica.
Alle ore 8 e 30 del mattino, abbiamo conosciuto da TeleSur la notizia dell'assalto alla Casa Presidenziale e il sequestro. Il Presidente non ha potuto partecipare all'atto iniziale della consultazione popolare che si sarebbe tenuta questa domenica. S’ignorava quello che avevano fatto con lui.
La stazione di televisione ufficiale è stata taciuta. Desideravano ostacolare la divulgazione prematura della traditrice azione attraverso TeleSur e Cubavisión
Internazionale che informavano sui fatti. Hanno sospeso, quindi, i centri di trasmissione e perfino hanno tolto l'elettricità a tutto il Paese. Il Congresso e gli alti tribunali coinvolti nella cospirazione non avevano ancora pubblicato le decisioni che giustificavano la congiura. Per primo hanno portato a termine l'inqualificabile colpo militare e dopo l’hanno legalizzato.
Il popolo si è svegliato con i fatti consumati e ha cominciato a reagire con crescente indignazione. Non si sapeva il destino di Zelaya. Tre ore più tardi, la reazione popolare era tale che si è visto delle donne battendo con il pugno i soldati, i cui fucili cadevano quasi delle loro mani per mero sconcerto e nervosismo. Inizialmente i loro movimenti sembravano quelli di un bizzarro combattimento contro fantasmi, più tardi tentavano di coprire con le mani le cineprese di TeleSur, miravano tremuli i loro fucili contro i reporter, e a volte, quando la gente andava avanti, i soldati venivano in dietro. Hanno inviato veicoli blindati con cannoni e mitragliatrici. La popolazione discuteva senza paura con le dotazioni dei blindati; la reazione popolare era sorprendente.
Circa alle ore 2 pomeridiane, in coordinamento con i golpisti, una maggioranza addomesticata del Congresso ha destituito Zelaya, Presidente Costituzionale dell’Honduras, e ha nominato un nuovo Capo di Stato, affermando al mondo che quello aveva rinunciato, presentando una firma falsificata. Alcuni minuti dopo, Zelaya, da un aeroporto della Costa Rica, informava di quanto accaduto e smentiva categoricamente la notizia della sua rinuncia. I cospiratori hanno fatto una figuraccia davanti al mondo.
Molte altre cose sono successe oggi. Cubavisión si è dedicata interamento a smascherare il colpo, informando continuamente la nostra popolazione.
Dei fatti nettamente fascisti si sono verificati, e anche se gli aspettavamo, ci hanno comunque stupito.
Patricia Rodas, ministro degli Affari Esteri dell’Honduras, è stata, dopo Zelaya, l'obiettivo fondamentale dei golpisti. Un altro distaccamento è stato inviato alla sua residenza. Lei, coraggiosa e decisa, a agito velocemente, non ha perso neanche un minuto per denunciare il colpo per tutte le vie possibili.
Il nostro ambasciatore aveva contattato Patricia per conoscere la situazione, così come altri ambasciatori. A un certo punto ha chiesto ai rappresentanti diplomatici del Venezuela, Nicaragua e Cuba di riunirsi con lei che, ferocemente assillata, aveva bisogno di protezione diplomatica. Il nostro ambasciatore, che dal primo momento era stato autorizzato da offrire il massimo appoggio al Ministro costituzionale e legale, è andato a visitarla alla sua residenza.
Quando erano già nella sua casa, il comando golpista ha inviato il maggiore Oceguera per arrestarla. Loro si sono messi davanti alla donna e hanno detto che era sotto la protezione diplomatica, e che solo si poteva muovere in compagnia degli ambasciatori. Oceguera discute con loro e lo fa rispettosamente. Poco dopo entrano nella casa 12 o 15 uomini in divisa ed incappucciati.
I tre ambasciatori si abbracciano a Patricia; gli incappucciati agiscono in modo brutale e riescono a separare gli ambasciatori del Venezuela e Nicaragua; Hernández l’ha presso tanto fortemente per uno delle braccia che i mascherati hanno trascinato loro fino a un furgoncino; gli portano alla base aerea, dove riescono a separarli, e gliela portano via. Stando lì detenuto, Bruno, che aveva notizie del sequestro, si comunica con lui attraverso il telefonino; un mascherato tratta di strappargli rudemente il telefonino; l'ambasciatore cubano che era stato già battuto a casa di Patricia, gli grida: Non mi spingere, coglione! Non ricordo se la parola che ha pronunciato sia stata utilizzata qualche volta da Cervantes, ma senza dubbio l'ambasciatore Juan Carlos Hernández ha arricchito la nostra lingua.
Poi l’hanno lasciato in una strada lontano dalla missione e prima di abbandonarlo gli hanno detto che, se parlava, poteva succedergli qualcosa di peggio. "Niente è peggiore della morte!", gli ha risposto con dignità, "e non per quello ho paura di voi. I vicini della zona l'hanno aiutato a ritornare all'ambasciata, da dove si è comunicato subito, un'altra volta, con Bruno.
Con quell'alto comando golpista non si può negoziare, bisogna esigergli la rinuncia e che altri ufficiali più giovani e non compromessi con l'oligarchia occupino il comando militare, o non ci sarà mai un governo "con popolo, dal popolo e per il popolo" in Honduras.
I golpisti, messi alle strette e isolati, non hanno salvazione possibile se si confronta con fermezza il problema.
Perfino la signora Clinton ha già dichiarato nel pomeriggio che Zelaya è l'unico Presidente dell’Honduras, e i golpisti honduregni non possono neanche respirare senza l'appoggio degli Stati Uniti.
In camicia da notte fino ad alcune ore fa, Zelaya sarà riconosciuto dal mondo come l'unico Presidente Costituzionale del Honduras.
Fidel Castro Ruz
- 28 giugno 2009
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