lunedì 31 gennaio 2011

L'attualità di Marx.



Un operaio FIAT che lavora alla catena di montaggio percepisce mediamente un salario lordo mensile di 1750 euro. Il che equivale a dire che quell’operaio a fine anno si mette in tasca (si fa per dire) approssimativamente 22750 euro (tredicesima compresa). Stando ai dati sulla produttività FIAT, il nuovo totem padronale a cui sacrificare i diritti e salari, quello stesso operaio lavorando 40 ore a settimana nello stabilimento di Mirafiori in un anno costruisce l’equivalente di 24 Punto. Mettiamo ora il caso che al nostro operaio durante l’anno preso in esame non vengano fatte pagare le tasse (per par condicio con i padroni che lo fanno sistematicamente), che riesca a non spendere per (sopra)vivere nemmeno un centesimo del suo salario e che dopo tante rinunce decida di comprare le automobili che ha materialmente prodotto. Col suo salario annuale quante Punto riuscirà ad acquistare? Stando ai prezzi di listino attuali ognuna delle 24 macchine che lui ha prodotto vengono vendute a 11.900 euro (modello base), per cui a conti fatti non se ne potrebbe portare a casa nemmeno 2 (per la precisione 1,91). E le altre 22 che fine fanno? Ovviamente se le intasca il padrone perchè quello è il plusvalore che è riuscito ad estorcere a quell’operaio. Ora, sempre stando ai dati diffusi da Marchionne nello stabilimento polacco di Tichy, quello che questa estate veniva agitato come uno spauracchio su cui far convergere gli investimenti in caso di mancato accordo a Pomigliano, un operaio in un anno produce circa 98 Fiat-500. Rifacciamo dunque gli stessi conti visti prima tenendo però presente a quanto corrisponde il salario annuo lordo di un operaio polacco con una discreta anzianità (32523 Zloty = 8400 euro) e quant’è il prezzo di listino del modello base della Fiat-500 in Polonia (50500 Zloty = 13043 euro). Quindi a fine anno l’operaio polacco di auto se ne potrebbe comprare al massimo 0,5, mentre la quota di plusvalore estorta dal padrone sale a 96,5 automobili. Questa differenza del livello di sfruttamento (dietro cui ci sono ritmi più o meno intensi, orari più o meno lunghi, turni più o meno umani…) è il portato di decenni di lotte operaie, di scontro tra Capitale e Lavoro, ed è proprio questo il gap che Marchionne si propone di colmare. Al di la della falsa retorica efficientista e modernizzatrice l’orizzonte verso cui muove l’ad della FIAT è quello della completa restaurazione del modello ottocentesco delle relazioni industriali, e nel far questo il buon Marchionne si pone di fatto come testa di ponte per il resto del padronato italiano. Questo spiega anche il valore e la centralità non solo e non prettamente simbolica dello scontro in atto alla FIAT, e spiega pure l’importanza che assume in questo momento lo sciopero di ieri al di la delle sigle e delle appartenenze sindacali. Uno sciopero di categoria che dev’essere interpretato come un passaggio verso lo sciopero generale (e generalizzato).

PS prima che qualche purista del marxismo si risenta è ovvio che la definizione del concetto di plusvalore che abbiamo fornito è estremamente semplificata e rozza, del resto è anche vero che tutti gli esempi lo sono. Leggi tutto...

domenica 16 gennaio 2011

Seremos como el Che! Grazie compagni di Mirafiori.

Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia. Ernesto 'Che' Guevara (da Opere, v. 3, pt. 1)


Nonostante il ricatto di Marchionne, la campagna mediatica monocorde e l’appoggio bipartisan di PD e PDL GLI OPERAI DI MIRAFIORI HANNO VOTATO NO. Su 5139 votanti 2735 si sono espressi per il SI, 2325 per il NO, mentre le schede bianche o nulle sono state 79. Ma se a questi numeri sottraiamo il voto dei colletti bianchi, dei capi, degli ingegneri, dei cronometristi, insomma di chi campa sulle spalle di chi lavora, allora la situazione si ribalta. Perchè, dati alla mano, gli impiegati hanno votato compatti per il SI, 421 contro 20. Per cui se sottraiamo questi numeri a quelli complessivi si possono facilmente esplicitare i dati del voto operaio: 2305 NO e 2314 SI. Crediamo che questo sia un risultato enorme, soprattutto se si considerano le condizioni di ricatto in cui è maturato, un punto da cui ripartire. Per il padronato e per i suoi servi si tratta invece di una vittoria di Pirro, uno smacco. Perchè al di la delle dichiarazioni di facciata questi signori sanno bene che in una situazione del genere la fabbrica è difficilmente governabile. Perchè anche chi ha votato a favore dell’accordo lo ha fatto perchè costretto dalla paura e perchè il sindacalismo giallo ha dimostrato ancora una volta di non rappresentare o controllare quasi nessuno. L’imperatore Marchionne sarà quindi costretto a fare i conti con i ribelli, come nella cartografia dell’antica Roma negli uffici del Lingotto dopo Pomigliano compariranno leoni anche sopra Mirafiori, per indicare che quella fabbrica non è stata pacificata, che dentro ci sono operai che hanno lottato e che continueranno a farlo.Venceremos!

Dal sito www.ilmanifesto.it – di Rocco Di Michele.

Il risultato che il “fronte del no”, prima del voto, avrebbe sottoscritto senza problemi come una vittoria. Ma che dopo i quattro seggi del reparto montaggio – i “no” avevano prevalso in modo decisamente inatteso col 53% – suona come una beffa. Alla fine i “sì” hanno prevalso solo grazie al voto degli impiegati (421 favore, 20 contro), i meno toccati dall”accordo” nelle condizioni di lavoro.
La conclusione è giunta verso le sette di mattina, dopo una lunga notte in cui le operazioni sono andate decisamente a rilento anche a causa del “giallo” della sparizione di 58 schede al seggio numero 8, uno dei quattro del reparto montaggio. Poi si è visto che in realtà la commissione elettorale aveva sbagliato al momento della vidimazione delle schede, timbrandone appunto 58 in più. Questo dato cambia anche quello sull'affluenza: invece del 96,07% registrato inizialmente, in totale ha votato il 94,89 degli aventi diritto (5,154 lavoratori).
Dunque, come ha detto a caldo il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo, «bisogna apprezzare il grande coraggio e l'onestà di una grandissima parte dei lavoratori di Mirafiori che hanno detto di no all'accordo. Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte capi e struttura gerarchica».
Come e meglio di Pomigliano (dove i “no” avevano raggiunto un 36% impensabile all'inizio), il risultato non permette a Marchionne di prendere cappello e chiudere la fabbrica, ma gli consegna un corpo sociale che nella sua maggioranza “vera” (gli operai di linea, quelli che “fanno” la macchina) non è affatto piegato al suo volere e lo ha detto con forza.
Per poter dare una valutazione seria di questo risultato occore ricordare che il fronte dei sindacati pro-accordo (Fim Cisl, Uilm, Ugl, Fismic) aveva prima di ieri il 71% dei voti nelle Rsu, mentre il “fronte del no” (Fiom, in primo luogo, più Cobas e Usb) soltanto il 29. Si è quindi verificato un “quasi” perfetto rovesciamento degli equilibri interni a questa fabbrica, da molti anni dipinta come “rassegnata” e ormai estranea al conflitto sociale.
Se riguardiamo il film dei giorni scorsi, fino al voto, dobbiamo ricordare le centinaia di persone, uomini e donne spesso in lacrime, che spiegavano alle telecamere che avrebbero detto “sì” solo perché messi di fronte a un ricatto in piena regola, un autentico “o la borsa o la vita”. Dobbiamo quindi sapere tutti – Marchionne, i “sindacati complici”, l'inguardabile classe politica di questo paese – che persino in questo microcosmo di 5.400 persone messe con le spalle al muro non trova “consenso” autentico uno imbarbarimento delle vite e un annullamento dei diritti che vuol riportare il lavoro nelle condizioni degli inizi dell'800.
Di fatto dunque, e non per paradosso, si tratta del risultato peggiore possibile per i sostenitori di questa “modernizzazione” a rovescio: dovete fare quel che avete detto, ma sapendo di avere la maggioranza contro. Qui, nel paese del bunga-bunga e dell'affidarsi a qualche santo.
Da questo dato prende una spinta decisiva anche tutto il movimento che va preparando lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio: “vincere è possibile”, come aveva spiegato Maurizio Landini prima del voto. Bisogna smetterla di farsi inchiodare dalla paura e dal pessimismo sistematico. In fondo, ci sono già riusciti a Tunisi...

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mercoledì 12 gennaio 2011

L'aiuto di Cuba ad Haiti.


Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha ucciso 250000 haitiani. Un uragano ha colpito la popolazione il 5 novembre lasciando almeno 1,5 milioni di persone senza un tetto sulle loro teste. Il colera è arrivato nella metà di Ottobre infettando oltre 80000 persone e uccidendone almeno 2100. Gli esperti dicono che in sei mesi il colera infetterà mezzo milione di persone.
I medici cubani sono in prima linea nel curare le vittime del terremoto inoltre, fino ad ora, si sono presi cura di più del 40% degli ammalati di colera. Sono infatti più di 900 i dottori e gli operatori sanitari impiegati nei 36 centri per la cura del colera. Un portavoce delle Nazioni Unite, Niguel Fisher, ha comunicato che gli operatori cubani lavorano in quasi tutti questi centri.
Hanno salvato delle vite. Complessivamente il 2,3% di 69.776 persone sono morte, ma tra le 25521 curate dai medici cubani la percentuale scende al di sotto dell’1%. Il medico argentino Emiliano Marisca, specializzatosi a Cuba e ora volontario ad Haiti, attribuisce questo successo alla fiducia che i medici cubani hanno guadagnato dopo 12 anni di presenza ad Haiti, dove si sono avventurati anche nelle località più remote per curare le persone.
[...] Il silenzio dei media corporativi fa innervosire Angel Guerra Cabrera, giornalista del giornale messicano La jornada: “Ho perso il conto di tutte le interviste e i report con [...] ong dentro e fuori di Haiti nelle quali la parte dell’aiuto cubano viene completamente dimenticata”.
Tralasciando il colera la popolazione haitiani sta vivendo nelle più atroci delle condizioni. Solo il 2% dei detriti lasciati dal terremoto sono stati rimossi da Port au Prince. La maggior parte degli haitiani, senza lavoro e senza educazione formale vive nella povertà estrema. La speranza innalzata nella popolazione dopo la vittoria elettorale del 2000 del Presidente Jean-Bertrand Aristide fu cancellata dal colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti solo quattro anni più tardi.
[...] Degli oltre 5.3 miliardi di dollari, promessi per la ricostruzione dalle nazioni più ricche del mondo, soltanto il 2% di essi è stato consegnato. [...] Leggi tutto...

domenica 2 gennaio 2011

VERSO IL VI CONGRESSO/COSTRUENDO IL SOCIALISMO DEL TERZO MILLENNIO..


L’anno che è appena cominciato segna il 50° anniversario della nostra Associazione nata nelle principali città italiane nei giorni in cui una forza mercenaria di 1.500 uomini finanziata, addestrata e armata dagli Stati Uniti tentò di invadere Cuba attraverso la Baia dei Porci per rovesciare la Rivoluzione. In sole 66 ore l’unità del popolo cubano respinse gli invasori, infliggendo agli Stati Uniti la prima sconfitta militare in America Latina.
ll nuovo anno vedrà qui da noi consolidarsi una logica liberista e autoritaria messa in campo da un manager filo-americano spalleggiato da sindacati venduti. La classe politica di sinistra è incapace di intravedere la deriva che si sta prospettando, pertanto ognuno di noi dovrebbe sentirsi chiamato in causa contro questo vile ricatto perpetrato ora sui Compagni delle Fiat, ma inesorabilmente orientato a investire l’intero mondo del Lavoro italiano. Se non ritroviamo subito unità e senso della lotta ci verranno rapidamente cancellati diritti faticosamente acquisiti.
Anche per Cuba il 2011 sarà un anno cruciale, è stato infatti convocato per Aprile il VI congresso del Partito Comunista Cubano che vedrà un inevitabile riassetto socio-economico e segnerà una svolta decisiva nella storia della Revolucion. A differenza che nei paesi capitalisti però a Cuba cambiare non significa tornare indietro e siamo certi che la “battaglia economica” che verrà intrapresa mirerà a preservare e sostenere un modello di società diversa.


Per approfondire l’argomento vi inviamo l’interessante articolo di Fabrizio Casari tratto da www.altrenotizie.org

ll VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, convocato per il prossimo Aprile, non sarà un congresso di routine.
Segnerà, in qualche modo, una decisa svolta nella storia della Rivoluzione cubana, che ha scelto di non rimanere ferma davanti all’inevitabile riassetto socio-economico, per salvaguardare la continuità del processo politico. E, come sempre, diversamente da quanto afferma la vulgata generale circa una scarsa democrazia in voga sull’isola, l’appuntamento congressuale stà pervadendo in lungo e largo il Paese, non si tratta certo una discussione tra le elites. Prima si sono svolti seminari nazionali con dirigenti e specialisti dei temi economici, quindi seminari in tutti i municipi dell’isola per preparare i quadri che parteciperanno alle riunioni con le comunità popolari. Dal 1° Dicembre fino al 28 febbraio, la discussione stà attraversando tutta la popolazione per poi raccogliere, entro l’11 marzo, proposte, emendamenti e opinioni sulla base delle quali si procederà alla stipula del documento congressuale. La discussione congressuale entrerà nel merito dei provvedimenti in qualche modo già annunciati. L’attualizzazione del modello economico e le sue inevitabili ripercussioni su quello sociale, saranno affrontate con una discussione le cui linee saranno indicate dal documento programmatico.
Nell’annunciare il Congresso, il Presidente Raul Castro ha indicato nella “ battaglia economica” il centro nevralgico della discussione, perché da essa dipendono sostenibilità e preservazione del sistema sociale cubano.
I media internazionali stampati su carta dell’impero, specializzati nel non voler riconoscere l’isola e le sue ragioni, hanno scritto a profusione su improbabili mutazioni genetiche del socialismo cubano. Cuba, infatti, accusata fino a ieri di essere inguaribilmente socialista, da qualche giorno è accusata di non esserlo più abbastanza. Le annunciate, profonde modifiche dell’organizzazione del lavoro sull’isola, hanno avuto, come effetto secondario, quello di spiazzare gli autocelebrati “esperti” che, dai bar di Little Habana a Miami, scrivono di Cuba.
Almeno nelle critiche c’è un tratto di coerenza: rimproverata per non aver mai aderito alla moda imperante del modello unico, l’isola subisce ora le reprimende per voler continuare a perseguire un unico modello. I suoi detrattori – almeno quelli non ingaggiati armi e bagagli dalla mafia di Miami – la accusavano fino a ieri come minimo di insostenibilità del modello, prodotto inevitabile dell’inapplicabilità del sistema. In sostanza, le colonne dei giornali che fino a ieri spiegavano l’inutilità di un’economia sussidiata dall’estero e sussidiante verso l’interno, oggi grondano di nostalgia per i sussidi.
Tra le tante obiezioni dei critici a tempo indeterminato, una delle più frequenti si riferiva all’insopportabilità sistemica della piena occupazione e del livellamento salariale, considerati due tra gli elementi da imputare all’utopia. Seppure simbolici di una concezione egualitaria e socialista della società, proprio in ragione della loro insostenibilità essi sarebbero luogo privilegiato della crisi della struttura economica del paese e, con ciò, primi nemici proprio delle aspirazioni di partenza.
Ponendo ipocritamente Cuba in alternativa a Cina e Vietnam, la sovrapposizione del sistema socialista e del modello cubano era utilizzata strumentalmente per declamare ragione e conseguenza della crisi del progetto di società scelto dall’isola caraibica. Confondendo fino ad ora i due termini (modello e sistema) e ciò che essi significano, i critici di cui sopra dimostrano di capire poco del sistema, del modello e di Cuba stessa.
La riforma del mercato del lavoro cubano, pur ripetutamente annunciata da ormai qualche anno, è certamente un fatto nuovo; apre scenari difficili da prevedere in tutta la loro portata e rompe schemi consolidati, cari all’ortodossia di nemici e amici. Ma appare, in buona sostanza, come un tentativo necessario di far fronte ad una crisi economica che va aggredita. L’intenzione evidente è semplice: far funzionare quello che non funziona. Inefficienze e disorganizzazione pesano troppo su un’economia che già patisce un blocco economico di quasi cinquant’anni, inumano ed anacronistico, che ha provocato oltre 751 miliardi di dollari di danni diretti e molti di più indiretti.
L’impossibilità di realizzare affari con Cuba, se si vuole farlo anche con gli Stati Uniti, produce una contorsione ulteriore della già difficile partita dell’import-export tra l’isola e i fornitori di prodotti. Le importazioni di Cuba (che non gode di linee di credito a medio e lungo termine garantite dagli organismi finanziari internazionali) sono pagate subito e a caro prezzo, mentre le esportazioni dei suoi prodotti, sulla base dei prezzi internazionalmente imposti dal Wto, risentono sia del livellamento verso il basso del valore di scambio dei prodotti, che della diminuzione della produzione nazionale, risultato di un’organizzazione interna del mercato del lavoro ormai insufficiente e superata.
Questo è uno dei punti chiave del problema. Con i nuovi provvedimenti, i privati, organizzati in cooperative, potranno lavorare nell’edilizia, nella falegnameria, nei trasporti nei servizi in generale; insomma potranno fare tutto quello che già – illegalmente e affrontando il rischio di multe – fanno. Si trasformerà insomma in diritto ciò che è già presente in fatto, eliminando sostanzialmente il mercato nero dei prodotti e delle prestazioni, che pure tanto danno reca alla già fragile economia e che tanta diseguaglianza intrinseca produce proprio nella patria dell’egualitarismo.
E se con la riforma del sistema valutario (nel 1994, quando fu legalizzato il possesso dei dollari) si mise una pietra tombale sul mercato nero della valuta, ora si spera che la legalizzazione di attività lavorative esercitate da privati riduca al minimo lo svolgimento delle stesse attività in nero. L’obiettivo finale è che tutto questo contribuisca a rendere minore la distanza tra la domanda di beni e servizi della popolazione e la possibilità dello Stato di soddisfarla. Sprechi, inefficienze e abusi possono essere fortemente ridotti proprio da politiche economiche premianti e calibrate sulle necessità del consumo interno. In particolare il trasporto pubblico e la manutenzione degli edifici, due tra i maggiori problemi dei cubani, possono ricevere una soluzione da queste aperture. Se per esempio si estendesse anche alle auto di recente fabbricazione e ai microbus quello che è già permesso da alcuni anni per le auto d’epoca e cioè l’utilizzo della propria vettura come mezzo adibito al trasporto pubblico, potrebbe generare impiego e ridurre le file.
E’ chiaro che cambiare molto non sarà semplice né rapido. Milioni di cubani andranno formati ed ulteriori ampliamenti della presenza internazionale negli investimenti sull’isola saranno inevitabili. Il welfare stesso – fiore all’occhiello del socialismo cubano – dovrà essere parzialmente finanziato dall’aumento delle entrate tributarie derivante dal lavoro privato, giacché il proseguimento del livello (altissimo) di assistenza non può poggiare solo sulla fiscalità generale che, unica al mondo ha nelle entrate una dimensione ridicola rispetto alle uscite. Cuba ha bisogno di riassestare in profondità l’organizzazione del lavoro e deve farlo incamminandosi verso un’economia mista (pubblica e privata) che generi il gettito fiscale necessario anche per la copertura del welfare. Verranno quindi concesse licenze per lo svolgimento di attività private destinate ai servizi e ogni impresa che assumerà lavoratori dovrà pagare la quota stabilita di salario, assistenza e previdenza. I profitti verranno tassati per aumentare le entrate statali. A questo si aggiunge la necessità di riprogrammare il cosa e il quanto lo Stato deve produrre e, quindi, la forza lavoro che ha bisogno d’impiegare. Perché in nessun manuale di socialismo é scritto che il lavoro artigianale non possa essere privato. Che un barbiere sia un impiegato pubblico, invece che un artigiano privato, non assegna patenti di autenticità socialista o, viceversa, ne riduce. Affidare ai privati la produzione di servizi destinati al consumo interno appare invece come un utile passo verso una modernizzazione del paese in un contesto di rinnovamento senza abiure.
Sarà un cammino faticoso, doloroso, irto di ostacoli, suscettibile di sollecitazioni ora difficili da prevedere e anche di ulteriori cambi di passo in corsa. L’istruzione, la salute, la difesa e la grande produzione industriale rimarranno nelle mani dello Stato, ma andrà formata una cultura del lavoro che non preveda l’impiego “a prescindere” dalle mansioni effettivamente svolte e che le stesse siano indifferenti alla domanda di consumo interno. Per questo Cuba è oggi obbligata a ristabilire un principio: il valore del lavoro dev’essere riflesso in quello del salario.
Ed è proprio la chiara intenzione di modernizzare e adeguare, invece che demolire, l’aspetto che scatena il sarcasmo e il livore scribacchino dei columnist che non trovano pace con Cuba e nemmeno con se stessi. Avrebbero preferito che Cuba dichiarasse la fine del suo sistema, l’insostenibilità del suo modello, il venir meno della sua utopia; tra le tante, l’unica ad aver avuto applicazione concreta. Si aspettavano, insomma, una resa senza condizioni, l’abdicazione dei princìpi prima ancora che l’azzeramento di un sistema. Sono delusi, da ciò dipende l’acrimonia.
Cuba ha scelto di rinnovarsi invece che di restare sotto l’albero con le mani in mano. Ha scelto di cambiare quello che non funziona proprio per non essere costretta a cambiare tutto. Ha scelto, insomma, di accettare la sfida solitaria. Una sfida che prevede l’adeguamento del suo modello economico alle necessità interne e alla congiuntura internazionale e che offre un’apertura di credito verso la capacità di rendere il modello più efficiente, è segno di profonda fiducia nello stesso.
Il socialismo cubano, che potrebbe essere definito un combinato disposto di giustizia sociale e indipendenza nazionale, ha bisogno di essere in linea con questi due elementi proprio per rilanciare il suo modello; perché il miglioramento dell’economia è un passaggio inevitabile per il mantenimento del modello e perché, salvare il sistema, passa proprio dal riuscire a riformare il modello.
Riformare, sburocratizzare, modernizzare: niente di tutto ciò significa tornare indietro. Al contrario, modernizzare e sbloccare, innovare e riformare, sono propedeutici al perdurare. Per tutto quello che ha significato e significa Cuba, per tutto quello che significa la presenza di un modello di società diversa, vale quindi la pena provarci. Cambiare non significa tornare indietro. L’isola socialista si vestirà elegante per questo appuntamento con la terza fase della sua storia, mentre a Miami continueranno a sognare un’impossibile restaurazione. Ma moriranno di rancore e di nostalgia guardando la baia dell’Avana nelle notti prive di foschia.E questo è il resto.
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sabato 25 dicembre 2010

BUON 2011.


AUGURI DI UN 2011 RIVOLUZIONARIO!
Italia-Cuba Senigallia.
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lunedì 20 dicembre 2010

Riflessioni di Fidel - 16 dicembre 2010.


Le menzogne di Clinton
(DA CUBADEBATE)
Realmente mi dispiace doverlo smentire. Oggi è ormai un uomo d’aspetto bonaccione dedicato al legato storico, come se la storia dell’impero e anche di qualcosa più importante: il destino dell’umanità fosse garantito, al di là di alcune decine di anni senza che in Corea, Iran o qualsiasi altro punto dil conflitti, scoppi una guerra nucleare.
Come si conosce, l’Organizzazione delle Nazioni Unite lo ha designato suo "inviato speciale" in Haiti.
Clinton ? Certo, è stato Presidente degli Stati Uniti dopo George H. W. Bush e prima di George W. Bush; per ridicole gelosie politiche impedì che l’ex presidente Carter partecipasse ai negoziati sulla migrazione con Cuba; ha promosso la Legge Helms-Burton e fu complice delle azioni della Fondazione Cubano-Americana contro la nostraPatria.
Su questa condotta esistono fin troppi testimoni, ma non per questo lo prendiamo troppo sul serio, nè eravamo ostili alle sue attività attorno alla missione che per ovvie ragioni gli ha assegnato la ONU.
Cooperiamo con questo paese da molti anni in vari campi, soprattutto nella formazione di medici e nella prestazione di servizi alla sua popolazione e Clinton non ci molestava per niente. Se gli interessava ottenere qualche successo, non vedevamo ragioni per ostacolare la nostra cooperazione in un terreno così sensibile come Haiti. È arrivato l’inaspettato terremoto che tanta morte e distruzione ha provocato, e poi l’epidemia.
Alcuni giorni fa, c’è stata una riunione realizzata nella capitale dominicana sulla ricostruzione di Haiti ha complicato le cose. Circa 80 persone, tra le quali vari ambasciatori rappresentanti dei donanti di più di 100 milioni di dollari, numerosi membri della Fondazione Clinton del governo degli Stati Uniti e di quello di Haiti vi hanno partecipato.
Poche persone hanno parlato, tra queste l’ambasciatore del Venezuela, perchè è uno dei donanti più importanti, che ha espresso brevemente chiare e sentite parole.
Quasi tutto il tempo lo ha utilizzato Clinton, in un incontro che è cominciato alle 17.30 ed è terminato a mezzanotte. Lì c’era, come invitato di pietra, l’ambasciatore di Cuba, su richiesta di Haiti e di Santo Domingo. Non gli si è concesso il diritto di dire una parola, ma solo l’essere testimone di un evento che non ha risolto assolutamente nulla.
Si supponeva che l’incontro sarebbe durato anche il giorno dopo. Ma niente di tutto questo è avvenuto.
La riunione in Repubblica Dominicana è stata una manovra d’inganno. L’indignazione degli haitiani era assolutamente giustificata. Il paese distrutto dal terremoto, avvenuto da quasi un anno, in realtà è stato abbandonato alla sua sorte.
Oggi, giovedì 16 dicembre, un dispaccio dell’agenzia nordamericana di notizie AP, ha pubblicato quanto segue:
"L’ex presidente Bill Clinton ha dichiarato la sua fiducia a proposito dello sforzo di ricostruzione di Haiti, durante una visita di un giorno, nel mezzo di disordini civili, un male endemico ed una crisi politica inestricabile”.
"L’inviato speciale della ONU ad Haiti è andato nell’afflitto paese il giorno dopo in cui la commissione di ricostruzione interina, di cui divide la presidenza, è stata obbligata a svolgere una riunione nella vicina Repubblica Dominicana per la violenza che è scoppiata dopo le disputate elezioni presidenziali del 28 novembre”.
"Clinton ha visitato una clinica specializzata per pazienti contagiati dal colera amministrata da "Medici senza Frontiere", dove sono state assistite 100.000 persone colpite dall’epidemia che è scoppiata in ottobre. Poi ha visitato la principale base di pacificazione della ONU, per sostenere riunioni con funzionari haitiani e internazionali.
Nella riunione del giorno precedente erano stati approvati progetti per 430 milioni di dollari. Ma la cosa più notevole sono state le espressioni d’indignazione per il lento rimo della ricostruzione e per una lettera invita da frustrati membri haitiani che affermano d’essere emarginati dalle decisioni e lamentano che i progetti approvati non contribuiscono alla ricostruzione di Haiti nè allo sviluppo a lungo tempo”.
Va osservato quello che Clinton, secondo il dispaccio, ha aggiunto poi in una conferenza stampa:
“Condivido la loro frustrazione”.
"... centinaia di migliaia di haitiani avranno una casa l’anno prossimo e molti altri smetteranno di vivere sotto le tende da campo in cui vivono circa un milione di persone dal terremoto del 12 gennaio”.
“Senza dubbio queste promesse erano state fatte prima [...] Sono stati consegnati solamente 897 milioni di dollari degli aiuti promessi dei più di 5.700 milioni de dollari per il 2010-11."
Gli 897 milioni di cui si parla non si vedono da nessuna parte.
Costituisce inoltre un’assoluta mancanza di rispetto alla verità affermare che in una clinica gestita da "Medici senza frontiere" sono state assistite 100.000 persone.
Una dichiarazione alla stampa della dottoressa Lea Guido, rappresentante della OPS-OMS ad Haiti, ha informato oggi che il numero dei contagiati sino all’11 dicembre era di 104.918 persone, una cifra realmente senza precedenti, che non potevano essere assistiti in una clinica di “Medici senza Frontiere”.
È evidente, e gli consta al signor Clinton, che Europa, Stati Uniti e Canada sottraggono medici, infermiere, terapisti per la riabilitazione ed altri tecnici della salute ai paesi dei Carabi, e mancano del personale necessario per compiere questi compiti, salvo onorevoli eccezioni.
Ovviamente, Clinton con le sue menzogne pretende d’ignorare il lavoro dei più di mille medici, infermiere e tecnici cubani e latinoamericani che stanno sopportando il peso principale della battaglia per eliminare l’epidemia, nell’unica forma possibile, che è penetrando sino ai più appartati angoli del paese. La metà dei quasi 10 milioni di abitanti vive nelle aree rurali.
Un così elevato numero di persone in queste condizioni non si poteva assistere senza l’appoggio dell’eminente latinoamericana che rappresenta la OPS-OMS in Cuba e ad Haiti.
Il nostro paese si è impegnato a mobilitare il personale umano necessario per compiere questo nobile compito.
Come lei ha indicato, le risorse umane che Cuba sta inviando, si stanno dirigendo in questi momenti nelle zone più isolate di questa nazione e questo è molto opportuno.
Stanno già arrivando e presto starà là il personale necessario.
Nel giorno di ieri la Brigata Medica Cubana ha assistito 931 pazienti, con due morti, per un tasso di mortalità, in questo giorno, dello 0,2%.

Fidel Castro Ruz
16 Dicembre del 2010
Ore 21.14
(Traduzione Gioia Minuti)
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lunedì 8 novembre 2010

Documento politico conclusivo del X° Congresso Nazionale dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba.


Valutato anche il contributo dei Circoli, il X Congresso dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, riunito a Milano il 30-31 ottobre e 1° novembre 2010 approva i documenti congressuali e la relazione del presidente.
Il Congresso ritiene necessario contrastare la campagna denigratoria contro Cuba sulle vicende del cosiddetto “dissenso” e sui provvedimenti relativi al riassetto dell’economia cubana. Allo stesso tempo denuncia il silenzio sull’ennesima condanna del blocco e sull’illegale detenzione dei Cinque patrioti cubani, condannata il 27 maggio 2005 da una sentenza del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni Arbitrarie.
La Rivoluzione cubana è riuscita a costruire un avvenire per il proprio popolo e tuttora rappresenta un punto di riferimento per nuove forme di aggregazione e di integrazione tra i popoli latinoamericani – come l’ALBA – per i processi di emancipazione dei paesi del Terzo Mondo e per tutti coloro che nel mondo operano per una qualità della vita più equa e più a misura d’uomo.
L’Associazione si identifica nel pensiero di José Martí che “Patria è Umanità”, che ha accompagnato la solidarietà cubana verso i popoli del Terzo Mondo.

Dopo oltre 50 anni dalla sua vittoria la Rivoluzione cubana è ancora viva, presente e sempre meno isolata nella lotta per un mondo migliore anticapitalista e antimperialista.
Nel 2004 Cuba e Venezuela avevano dato vita all’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina e i paesi caraibici, a cui con il passar del tempo si sono affiancate altre strutture organizzative. Dopo lunghe trattative è stata fondato il “Banco du Sur” con lo scopo di finanziare quei progetti congiunti di sviluppo tra diversi paesi dell’America Latina (Cuba, Bolivia, Venezuela, Ecuador e altri) che richiedono ingenti investimenti, primi fra tutti quelli relativi al mercato energetico e delle materie prime per una loro gestione pubblica e non legata alle varie multinazionali.
Il MERCOSUR, accordo di sostegno commerciale creato per ridurre gli squilibri tra i paesi dell’America latina e caraibica, è ormai una realtà con cui l’economia mondiale si deve confrontare.
Questo processo, che sta cercando di far avanzare un nuovo tipo di economia, è frutto di continui e ripetuti attacchi imperialisti.
Il colpo di Stato in Honduras – oltre a 7 basi statunitensi nel narco-Stato della Colombia, 9 basi a Panama, 2 nelle Antille Olandesi, Haiti occupata e trasformata in base militare a due passi da Cuba, operazioni di secessione innescate facendo leva su settori reazionari in Nicaragua, Ecuador, Paraguay, provocazioni contro il Venezuela con l’invasione del suo spazio aereo - è frutto della cospirazione imperialista per combattere e distruggere la costruzione di un modello di giustizia sociale, uguaglianza, salvaguardia dell’ambiente, sovranità nazionale, solidarietà tra i popoli che sta avvenendo nell’America Latina e tutto questo nel silenzio o nella demonizzazione dei media mondiali.
E’ un silenzio che abbiamo la responsabilità storica di rompere. L’avanzata dei popoli dell’America Latina è la garanzia di una possibile e indispensabile sconfitta del capitalismo, dei suoi genocidi ed ecocidi.
I media commerciali di tutto il mondo, europei e italiani compresi, si sono sistematicamente dedicati a demonizzare i Governi democratici di Cuba, Venezuela e Bolivia. Riguardo all’Ecuador i disinformatori sono al lavoro presentando il tentato golpe come un semplice conflitto sindacale sfuggito di mano.
L’America Latina è il continente del futuro perché è una regione unita. Il popolo di Cuba e Fidel sono la rivoluzione e il futuro dell’America Latina è integrazione, salute, educazione, giustizia, case, pace, democrazia. E’ socialismo, che Cuba difende e sviluppa.
Cuba è stata giudicata positivamente dall’UNESCO, dalla FAO, dall’UNICEF, dall’OMS e dall’UNISIDA per la sua politica su educazione, salute, rispetto per l’ambiente, ma tutto questo non appare nella stampa internazionale, priva di etica e pronta a pubblicare notizie false o parziali. La stessa stampa non scrive mai che Cuba è costretta a combattere una guerra non dichiarata da più di 50 anni, condotta dalla nazione più potente al mondo, ma nonostante questo Cuba è riuscita a costruire una propria economia, ha aiutato decine di nazioni bisognose, ha assistito migliaia di persone con le sue missioni internazionaliste, ha permesso a migliaia di ragazzi di famiglie povere, anche degli Stati Uniti, di studiare nelle sue università.
Cuba è dalle parte dei popoli che si vogliono riprendere la storia, che vogliono una vita più dignitosa e che stanno ridando un senso a valori che in Europa, in Italia e in tutto il mondo stanno scomparendo: uguaglianza e giustizia sociale.
Noi stiamo con Cuba e con la sua Rivoluzione.
L’Associazione promuove iniziative di solidarietà con i popoli in lotta per l’autodeterminazione e per il riconoscimento dei loro diritti.

Il Congresso chiede alla Unione Europea di eliminare la Posizione Comune in coerenza con il voto espresso all’ONU sul blocco.
Chiede al Governo italiano - a fronte dell’ennesima votazione da parte dell’ONU sul blocco economico, commerciale e finanziario a Cuba, con voto contrario solo da parte di Stati Uniti e Israele – la coerenza su questo suo voto, portando avanti in sedi nazionali ed europee atti e iniziative per il superamento di questa illegale misura.
Siamo contro le guerre e il terrorismo internazionale di Stato, condanniamo ogni atto di violenza e azioni terroristiche finalizzate al rovesciamento di governi democratici, condanniamo le ingiustizie e le diseguaglianze esistenti. Chiediamo la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite eliminando il diritto di veto, al fine di garantire la pari dignità tra i popoli e i governi. E’ indispensabile la soluzione politica, e non militare, dei contrasti tra le nazioni.
Auspica che il Governo italiano si faccia promotore della richiesta di estradizione in Italia del terrorista Luis Posada Carriles, reo confesso e responsabile degli attentati a Cuba nel 1997 contro strutture alberghiere, in cui è stato ucciso il nostro connazionale Fabio Di Celmo.
Nel rispetto della legalità internazionale chiediamo e lavoriamo per:
- rispetto alla sovranità e autodeterminazione di Cuba
- la fine del blocco economico, commerciale e finanziario
- liberazione dei Cinque patrioti detenuti illegalmente negli Stati Uniti
- la restituzione della Base di Guantánamo usurpata da oltre un secolo.

Riguardo all’attività della nostra Associazione dobbiamo recuperare e sviluppare i rapporti con la società reale. La visibilità della nostra Associazione è dovuta alle iniziative che promuove; pertanto è necessario costruire una rete di rapporti con associazioni, partiti, sindacati, istituzioni e mondo dell’informazione che ne favoriscano il riconoscimento quale soggetto che, operando nel campo della Promozione Sociale, è parte importante del tessuto democratico nazionale.
In base a quanto appena esposto, il Congresso assume l’impegno per un’adeguata presenza dell’Associazione all’iniziativa di “Genova 2011”, incaricando il nuovo Direttivo Nazionale sulle modalità di partecipazione e di organizzazione.

Per tutto questo occorre che i Coordinamenti Regionali riprendano il ruolo politico per cui sono stati costituiti:
- garantire l’integrazione fra i Circoli a livello regionale, nel rispetto degli obiettivi nazionali;
- supportare la nascita e lo sviluppo dei Circoli;
- curare politicamente i contatti con le istituzioni locali e regionali
- mantenere i rapporti politici con le province cubane gemellate
- promuovere iniziative politiche di solidarietà.
I Circoli sono l’elemento base dell’Associazione, per questo vanno sostenuti e motivati dal Coordinamento Regionale o dal Nazionale nelle regioni prive di Coordinamento, anche con corsi di formazione sulla conduzione amministrativa. In quest’ottica anche la nostra rivista El Moncada può riservare un maggior spazio alle loro attività.
Proponiamo, nell’arco di tempo tra due Congressi, la realizzazione di assemblee che coinvolgano tutti i Circoli, o almeno quelli di più regioni limitrofe, per lo scambio di informazioni ed esperienze.
Un compito dei Circoli deve essere anche quello di lavorare per avvicinare i giovani all’Associazione, promovendo ad esempio le brigate di lavoro, in modo che attraverso una conoscenza di Cuba diretta possano poi diventare nostri attivisti.
Dato che i punti deboli dell’Associazione sono la scarsa presenza al Sud e la scarsa presenza di giovani militanti, il Congresso invita i nuovi organismi dirigenti a creare gruppi di lavoro che si occupino di questi aspetti.
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giovedì 28 ottobre 2010

La solitudine del governo nordamericano e la vittoria di Cuba.


L’ONU ha ratificato oggi per la 19esima volta (!), il rifiuto mondiale all'embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba da quasi mezzo secolo e l’isolamento di Washington nel mantenere questo assedio. La solitudine del governo nordamericano è stata messa in evidenza durante le votazioni – all’Assemblea Generale - della risoluzione chiamata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.
L’organo principale dell’ONU ha ripudiato la continuazione del blocco con 187 voti a favore, 2 contrari (USA e Israele) e 3 astensioni (Isole Marshall, Micronesia e Palau).
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mercoledì 27 ottobre 2010

Giovanni Ardizzone 22 anni, assassinato dalla polizia.


ll 27 ottobre 1962, nel periodo della Crisi dei Missili, durante una grande e pacifica manifestazione organizzata a Milano dalla CGIL a favore della pace nel mondo e contro un possibile attacco da parte degli Stati Uniti a Cuba con armi nucleari, una jeep della polizia uccise il giovane studente di medicina Giovanni Ardizzone.

L’assurda morte di questo ragazzo di 22 anni provocò uno sdegno immenso in tutta Italia e due giorni dopo, lunedì 29 ottobre, i lavoratori di tutte le fabbriche dell’area di Milano proclamarono uno sciopero generale in segno di protesta, raggiungendo in molti casi il 100% di astensioni dal lavoro.

Da quel giorno sono trascorsi 48 anni, ma crediamo che la memoria di questo avvenimento a difesa della pace nel mondo non debba andar persa.

Facciamo appello alla cittadinanza a partecipare a una semplice cerimonia di commemorazione mercoledì 27 ottobre - alle ore 18.00 nel luogo in cui cadde Giovanni Ardizzone, in Via Giuseppe Mengoni - angolo Via Carlo Cattaneo, dove sarà deposto un omaggio floreale.

Sempre mercoledì 27, alle ore 21.00, Giovanni Ardizzone verrà ricordato in un incontro presso la sala Buozzi della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano – Corso Porta Vittoria, 43.

ANPI Milano
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
CGIL Milano
Coordinamento di Associazioni - Memoria Antifascista
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lunedì 11 ottobre 2010

GRACIAS POR LA SOLIDARIDAD!



Sabato 9 ottobre, subito dopo l’assemblea dei nostri iscritti, si è svolta una cena a sostegno della campagna per l’acquisto e l’invio a Cuba dell’Actinomicina-D (info: http://www.italia-cuba.it/).
La risposta a questa ennesima ingiusta privazione che l’embargo economico USA impone alla popolazione civile cubana non ha tardato a farsi sentire, infatti il Circolo ARCI Capanna di Senigallia che ha ospitato la cena era stracolmo di persone venute per offrire la loro solidarietà.
La serata si è svolta in un allegro clima di festa, accompagnata dai succulenti manicaretti di Franco e Maurizio.
Al termine della cena Peppe ha organizzato l’ormai tradizionale “riffa” il cui intero ricavato, come per la cena, è stato devoluto al nazionale per l’acquisto del farmaco (da un primo rapido conteggio invieremo una cifra vicina ai 500 €).
Vogliamo ringraziare tutti quelli che hanno partecipato all’iniziativa e quelli che, pur non potendo intervenire ci hanno comunicato il loro sostegno. E’ stata l’ennesima dimostrazione di quanto siano ancora sensibili e presenti tante persone delle nostre città e paesi.
Tra gli impegni presi dal neo-eletto direttivo, che ha riconfermato Albinella come segretaria, da segnalare la prosecuzione del progetto “reti informatiche” alla cui realizzazione il Circolo di Senigallia partecipa da diversi anni e soprattutto dare nuovo impulso all’attività politica per rompere il muro di gomma dell’informazione mainstream su Cuba.

Il direttivo del Circolo “Sado Sadovski” di Senigallia.
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