domenica 21 dicembre 2014

Cuba, Obama cambia verso



di Fabrizio Casari
La notizia che tutte le persone dotate di buon senso attendevano da decadi è arrivata. Gli Stati Uniti rivedono in forma e sostanza la loro politica verso l’isola socialista. Sebbene non sarà facile l'abrogazione del blocco, che potrà darsi solo con il voto del Congresso a maggioranza repubblicana, i poteri presidenziali permetteranno all'Amministrazione Obama di procedere verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Cuba.
Da subito, insieme ad una serie di misure destinate a svuotare il blocco, come primo significativo atto della nuova fase, Obama ha accolto la proposta di Cuba di uno scambio tra Alan Gross, detenuto a L’Avana e i tre cubani prigionieri negli Stati Uniti. Un gesto auspicato da diverso tempo da Cuba e che rappresenta ora un importante inizio di questa nuova fase delle relazioni tra i due paesi.
Fidel l’aveva promesso al suo popolo e così è stato. Volveran (torneranno) era stata la parola che in questi anni aveva accompagnato ogni presa di posizione in ogni parte del mondo che chiedeva il ritorno a Cuba dei suoi eroi antiterroristi imprigionati negli Stati Uniti, giudicati da processi farsa e condannati sulla base dell’odio politico degli USA verso l’isola caraibica. E ora sono liberi e a casa, premio finale di una politica che il governo cubano ha saputo costruire miscelando dialogo e fermezza, decisionismo politico e aperture costanti.
Un atteggiamento che ha reso chiaro all’interlocutore statunitense come il confronto era tra pari e che la soluzione del conflitto su tema degli attacchi terroristici contro Cuba e il diritto di essa a difendersi non avrebbe trovato altro terreno possibile che non vedesse le parti trattare sulla base dell’eguaglianza, come si deve a due paesi che reciprocamente riconoscono il loro diritto alla sicurezza.
A simbolizzare l'accordo, persino nelle comunicazioni ai rispettivi popoli c’è stata uguaglianza, visto il contemporaneo intervento del presidente Usa e di quello cubano a commentare il nuovo cammino intrapreso. Dopo aver entrambi ringraziato Papa Francesco e il governo del Canada per l’opera di mediazione svolta, il Presidente Obama si è detto convinto che “non si possa procedere per sempre con politiche identiche sperando che diano risultati differenti”, riconoscendo quanto meno l'inutilità delle misure adottate fino ad oggi. Affermando in spagnolo “tutti siamo americani” (disarticolando così la Dottrina Monroe), e dicendosi convinto che “dobbiamo imparare l’arte di convivere civilmente con le nostre differenze”, il presidente USA ha chiamato il Congresso “a rimuovere ostacoli ed impedimenti che restringano i vincoli tra i nostri popoli” chiedendo così di approvare rapidamente la fine del blocco contro Cuba.
Concetti simili quelli esposti dal Presidente cubano Raul Castro, che in un discorso alla nazione ha affermato che “L’Avana è pronta a stabilire livelli di cooperazione negli ambiti multilaterali come le Nazioni Unite” e, pur ricordando come i due paesi abbiano “visioni differenti sul tema dei diritti umani e politica estera, da parte di Cuba c’è la volontà di dialogare con gli Usa su questi temi”.
Immediati i complimenti per il cambio di politica da parte di Washington da parte di Papa Francesco e del Segretario delle Nazioni Unite Bank Ki Moon, così come da diversi leader latinoamericani, primo dei quali il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, che ha affermato si debba riconoscere al Presidente Obama “un gesto valoroso”.
La liberazione di Alan Gross, il contrattista dell’USAID arrivato a Cuba per contribuire alla costruzione di una rete clandestina sovversiva, nell’ambito del progetto governativo statunitense di “attività per lo sviluppo della democrazia a Cuba”, (cioè l’interferenza a scopo di destabilizzazione del clima politico nell’isola), è stata da alcuni anni la richiesta di Washington a L’Avana come viatico per l’apertura di un processo che portasse gradualmente alla “normalizzazione delle relazioni”.
Da parte sua, Cuba - che nell’ambito dell’accordo ha deciso di liberare altri 53 detenuti per sovversione ed una spia statunitense di origine cubana - aveva sempre proposto lo scambio del detenuto statunitense con i tre eroi cubani prigionieri con un duplice obiettivo: il primo, ovviamente, era quello di riportare a casa uomini che a buon diritto e senza nessuna retorica è possibile chiamare eroi.
Seppelliti sotto pene detentive pazzesche, in nessun momento hanno accettato di sottomettersi alle esigenze politiche statunitensi fornendo versioni che avrebbero potuto risparmiargli la detenzione. Hanno continuato a subire ogni privazione ed ogni affronto ma gridando al mondo la verità della loro missione: infiltrarsi nella rete terroristico-mafiosa della FNCA e smascherare i loro piani terroristici contro l’isola.
La liberazione di due di essi era già arrivata nei mesi scorsi per lo scadere delle loro condanne, mentre tre rimanevano ancora prigionieri. Contro l’assurdità delle condanne e per la loro liberazione, in ogni dove del mondo si sono pronunciati parlamenti e singole personalità politiche, intellettuali, artisti, uomini e donne di ogni categoria e professione, giuristi ed organi di stampa. Ed è evidente come questa campagna internazionale abbia ottenuto l’effetto di rendere ogni giorno più difficile mantenerli prigionieri e, dunque, ogni giorno più possibile avviare un dialogo che prevedesse la loro liberazione.
Il secondo obbiettivo cubano era invece tutto politico: mettere sulla bilancia la liberazione di Alan Gross e quella dei tre prigionieri cubani significava chiarire al mondo che chi da Miami combatteva le infiltrazioni terroristiche contro Cuba aveva ben ragione di farlo, dato che dette operazioni venivano realizzate anche dalle agenzie statali USA, nell’ambito del progetto di sovvertire l’ordine sociopolitico cubano.
Mettere sullo stesso piano Gross e i tre cubani significava costringere gli Stati Uniti ad ammettere che Gross era a Cuba per conto del governo USA, così come Renè Gonzalez, Gerardo Hernandez, Fernando Gonzalez, Antonio Guerrero e Ramon Labanino erano negli Usa per conto di Cuba. Tutti avevano una missione da compiere
Assai diverse tra loro, però. I cinque lavoravano per fermare gli attentati che in 55 anni sono costati all’isola centinaia di morti e feriti e miliardi di dollari di danni, mentre Gross era a Cuba come soggetto attivo nelle più recenti operazioni di destabilizzazione contro l’isola, realizzate tramite la manipolazione della Rete internet, il sostegno ai cosiddetti “dissidenti”, le attività spionistiche realizzate dalle ONG fintamente indipendenti. Operazioni che si sommavano al blocco economico e commerciale, all’aggressione diplomatica e alla propaganda anticubana, formando i tanti - non tutti - tasselli del puzzle che disegna l’ostilità degli USA verso Cuba.
Da parte cubana si registra una inevitabile soddisfazione per l’esito auspicato in questi anni. Non si tratta, peraltro, solo del riconoscimento implicito da parte degli USA del diritto di Cuba a difendersi ed ottenere comunque un risultato politico indiscutibile nel tenere allo stesso tavolo, con pari dignità, Davide e Golia, ma anche di vedere ora, in una prospettiva politica di breve termine, la fine di una ostilità ed un odio anacronistico che può aprire per entrambi i paesi un cammino diverso.
Per Cuba la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti rappresenta di per sé un ulteriore conferma di come 55 anni di resistenza non sono stati vani; le aperture già determinatesi con l’evoluzione del socialismo cubano troveranno ulteriore rafforzamento da questo passaggio. Il cui significato sarà, fino a quando non si accompagnerà alla fine formale del blocco economico, soprattutto politico, ma il cui valore simbolico rappresenta la fine di un’era e l’inizio di un nuovo corso della storia.
Per gli Stati Uniti, il riconoscimento dell’interlocuzione politica con Cuba, sollecitato dai suoi mass media più prestigiosi, apre uno scenario interno inedito, giacché riporta per la prima volta in 50 anni la titolarità della politica verso Cuba nelle mani della Casa Bianca. I repubblicani daranno battaglia affinchè il Congresso non approvi la fine del blocco contro Cuba, e d'altra parte ciò dal punto di vista dei loro interessi è comprensibile. Non solo uno dei capisaldi della loro politica viene messo in crisi, e per di più con Congresso e Senato nelle loro mani, ma la Casa Bianca pone il partito repubblicano in totale isolamento nei confronti dell'opinione pubblica interna ed internazionale.
Inoltre, l'iniziativa di Obama riduce enormemente, in un colpo solo, l’influenza della lobby affaristico-mafiosa diretta dalla FNCA in Florida e mette i parlamentari eletti grazie ai suoi voti in una posizione secondaria. Assesta un ulteriore colpo all’area più reazionaria e recalcitrante del partito repubblicano e pone la Florida, uno degli stati-chiave per l’elezione del Presidente, di fronte ad uno scenario che vedrà ripercussioni enormi sul piano dell’equilibrio dei poteri locali quando le leggi anticubane e l’intero blocco dovessero cessare di esistere.
Basti pensare a cosa sarebbe dei colossali affari che la FNCA realizza con l’immigrazione clandestina il giorno che la Ley del pie mojado (“legge del piede bagnato”, con la quale si stabilisce che ogni cubano che arrivi a toccare il territorio americano sia immediatamente residente, mentre di ogni altra nazionalità viene arrestato). Sul traffico di clandestini tra Cuba e Usa la FNCA ha costruito una parte consistente delle sue fortune, con le quali ha continuato a finanziare la sua corte di terroristi anticubani.
Non è un caso che il Senatore Marco Rubio, che rappresenta il volto nuovo della lobby parlamentare anticubana diretta dalla FNCA di Miami, abbia dichiarato immediatamente che “lo scambio rappresenta un precedente pericoloso che mette a rischio gli statunitensi nel mondo”, che la visione di Obama è “ingenua e ignorante e tradisce i valori statunitensi” e la sua ventriloqua, Yoani Sanchez, abbia commentato che “il castrismo ha vinto”. Per lei, come per i suoi compari nell’isola, il vento sarà indubbiamente diverso: la normalizzazione delle relazioni non potrà non determinare la fine degli stanziamenti verso la sovversione, o comunque una sua significativa riduzione.
Per l’analfabeta politica che gli Usa avevano scelto come bandiera della democrazia, si apre una fase diversa, dove i milioni di dollari accumulati avranno bisogno di oculatezza negli investimenti, visto il futuro che si prospetta meno generoso. Nel momento in cui Washington dovesse ritenere superflua la sua esistenza, non basterebbero certo gli Aznar o i Vaclav Havel a garantirle le ricchezze ricevute in cambio delle sue menzogne strampalate diffuse in tutto il mondo con l’aurea di verità indiscutibili.
Sotto il profilo della politica interna USA, poi, c’è da sottolineare come il processo di normalizzazione delle relazioni con Cuba sia sempre stato un proposito di Hillary Clinton e che lo stesso Obama, all’inizio del suo mandato, sei anni orsono, aveva ritenuto dover mettere in agenda.
Il compito di rivedere la presenza di Cuba nella lista dei paesi che patrocinano il terrorismo spetterà a John Kerry, che in passato - va ricordato - fu uno dei senatori che denunciarono il loro scetticismo sui finanziamenti statunitensi alla “dissidenza”, arrivando a dubitare fortemente non solo dell’efficacia ma soprattutto della gestione poco trasparente di quei finanziamenti.
Obama ha quindi deciso di assecondare le pressioni che imprese, media e cittadini statunitensi hanno diffuso da ormai molti anni, liberando la Casa Bianca dalla morsa ricattatoria della comunità cubano americana, che dalla Baia dei Porci ad oggi ha rappresentato il più emblematico caso di esercizio lobbistico dannoso per il paese e, cosa altrettanto importante, sul piano dell’immagine sceglie di chiudere uno dei buchi neri storici della politica estera USA.
Evidentemente liberatosi dalla cautela, vista la fase finale del suo ultimo mandato, Barak Obama ha deciso di dare un segnale forte alla sua amministrazione, di passare in qualche modo alla storia come il presidente che mise fine ad una posizione politica ridicola e condannata dal mondo intero, abbattendo così l'ultimo pezzo d'intonaco del muro ereditato dalla guerra fredda. E, così facendo, guadagnandosi almeno una parte di quel Nobel per la pace prematuramente offertogli all’inizio del suo primo mandato.
dal sito altrenotizie.org

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