mercoledì 24 dicembre 2014

TUTTI I CINQUE EROI DI NUOVO A CASA


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domenica 21 dicembre 2014

Cuba, Obama cambia verso



di Fabrizio Casari
La notizia che tutte le persone dotate di buon senso attendevano da decadi è arrivata. Gli Stati Uniti rivedono in forma e sostanza la loro politica verso l’isola socialista. Sebbene non sarà facile l'abrogazione del blocco, che potrà darsi solo con il voto del Congresso a maggioranza repubblicana, i poteri presidenziali permetteranno all'Amministrazione Obama di procedere verso la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Cuba.
Da subito, insieme ad una serie di misure destinate a svuotare il blocco, come primo significativo atto della nuova fase, Obama ha accolto la proposta di Cuba di uno scambio tra Alan Gross, detenuto a L’Avana e i tre cubani prigionieri negli Stati Uniti. Un gesto auspicato da diverso tempo da Cuba e che rappresenta ora un importante inizio di questa nuova fase delle relazioni tra i due paesi.
Fidel l’aveva promesso al suo popolo e così è stato. Volveran (torneranno) era stata la parola che in questi anni aveva accompagnato ogni presa di posizione in ogni parte del mondo che chiedeva il ritorno a Cuba dei suoi eroi antiterroristi imprigionati negli Stati Uniti, giudicati da processi farsa e condannati sulla base dell’odio politico degli USA verso l’isola caraibica. E ora sono liberi e a casa, premio finale di una politica che il governo cubano ha saputo costruire miscelando dialogo e fermezza, decisionismo politico e aperture costanti.
Un atteggiamento che ha reso chiaro all’interlocutore statunitense come il confronto era tra pari e che la soluzione del conflitto su tema degli attacchi terroristici contro Cuba e il diritto di essa a difendersi non avrebbe trovato altro terreno possibile che non vedesse le parti trattare sulla base dell’eguaglianza, come si deve a due paesi che reciprocamente riconoscono il loro diritto alla sicurezza.
A simbolizzare l'accordo, persino nelle comunicazioni ai rispettivi popoli c’è stata uguaglianza, visto il contemporaneo intervento del presidente Usa e di quello cubano a commentare il nuovo cammino intrapreso. Dopo aver entrambi ringraziato Papa Francesco e il governo del Canada per l’opera di mediazione svolta, il Presidente Obama si è detto convinto che “non si possa procedere per sempre con politiche identiche sperando che diano risultati differenti”, riconoscendo quanto meno l'inutilità delle misure adottate fino ad oggi. Affermando in spagnolo “tutti siamo americani” (disarticolando così la Dottrina Monroe), e dicendosi convinto che “dobbiamo imparare l’arte di convivere civilmente con le nostre differenze”, il presidente USA ha chiamato il Congresso “a rimuovere ostacoli ed impedimenti che restringano i vincoli tra i nostri popoli” chiedendo così di approvare rapidamente la fine del blocco contro Cuba.
Concetti simili quelli esposti dal Presidente cubano Raul Castro, che in un discorso alla nazione ha affermato che “L’Avana è pronta a stabilire livelli di cooperazione negli ambiti multilaterali come le Nazioni Unite” e, pur ricordando come i due paesi abbiano “visioni differenti sul tema dei diritti umani e politica estera, da parte di Cuba c’è la volontà di dialogare con gli Usa su questi temi”.
Immediati i complimenti per il cambio di politica da parte di Washington da parte di Papa Francesco e del Segretario delle Nazioni Unite Bank Ki Moon, così come da diversi leader latinoamericani, primo dei quali il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, che ha affermato si debba riconoscere al Presidente Obama “un gesto valoroso”.
La liberazione di Alan Gross, il contrattista dell’USAID arrivato a Cuba per contribuire alla costruzione di una rete clandestina sovversiva, nell’ambito del progetto governativo statunitense di “attività per lo sviluppo della democrazia a Cuba”, (cioè l’interferenza a scopo di destabilizzazione del clima politico nell’isola), è stata da alcuni anni la richiesta di Washington a L’Avana come viatico per l’apertura di un processo che portasse gradualmente alla “normalizzazione delle relazioni”.
Da parte sua, Cuba - che nell’ambito dell’accordo ha deciso di liberare altri 53 detenuti per sovversione ed una spia statunitense di origine cubana - aveva sempre proposto lo scambio del detenuto statunitense con i tre eroi cubani prigionieri con un duplice obiettivo: il primo, ovviamente, era quello di riportare a casa uomini che a buon diritto e senza nessuna retorica è possibile chiamare eroi.
Seppelliti sotto pene detentive pazzesche, in nessun momento hanno accettato di sottomettersi alle esigenze politiche statunitensi fornendo versioni che avrebbero potuto risparmiargli la detenzione. Hanno continuato a subire ogni privazione ed ogni affronto ma gridando al mondo la verità della loro missione: infiltrarsi nella rete terroristico-mafiosa della FNCA e smascherare i loro piani terroristici contro l’isola.
La liberazione di due di essi era già arrivata nei mesi scorsi per lo scadere delle loro condanne, mentre tre rimanevano ancora prigionieri. Contro l’assurdità delle condanne e per la loro liberazione, in ogni dove del mondo si sono pronunciati parlamenti e singole personalità politiche, intellettuali, artisti, uomini e donne di ogni categoria e professione, giuristi ed organi di stampa. Ed è evidente come questa campagna internazionale abbia ottenuto l’effetto di rendere ogni giorno più difficile mantenerli prigionieri e, dunque, ogni giorno più possibile avviare un dialogo che prevedesse la loro liberazione.
Il secondo obbiettivo cubano era invece tutto politico: mettere sulla bilancia la liberazione di Alan Gross e quella dei tre prigionieri cubani significava chiarire al mondo che chi da Miami combatteva le infiltrazioni terroristiche contro Cuba aveva ben ragione di farlo, dato che dette operazioni venivano realizzate anche dalle agenzie statali USA, nell’ambito del progetto di sovvertire l’ordine sociopolitico cubano.
Mettere sullo stesso piano Gross e i tre cubani significava costringere gli Stati Uniti ad ammettere che Gross era a Cuba per conto del governo USA, così come Renè Gonzalez, Gerardo Hernandez, Fernando Gonzalez, Antonio Guerrero e Ramon Labanino erano negli Usa per conto di Cuba. Tutti avevano una missione da compiere
Assai diverse tra loro, però. I cinque lavoravano per fermare gli attentati che in 55 anni sono costati all’isola centinaia di morti e feriti e miliardi di dollari di danni, mentre Gross era a Cuba come soggetto attivo nelle più recenti operazioni di destabilizzazione contro l’isola, realizzate tramite la manipolazione della Rete internet, il sostegno ai cosiddetti “dissidenti”, le attività spionistiche realizzate dalle ONG fintamente indipendenti. Operazioni che si sommavano al blocco economico e commerciale, all’aggressione diplomatica e alla propaganda anticubana, formando i tanti - non tutti - tasselli del puzzle che disegna l’ostilità degli USA verso Cuba.
Da parte cubana si registra una inevitabile soddisfazione per l’esito auspicato in questi anni. Non si tratta, peraltro, solo del riconoscimento implicito da parte degli USA del diritto di Cuba a difendersi ed ottenere comunque un risultato politico indiscutibile nel tenere allo stesso tavolo, con pari dignità, Davide e Golia, ma anche di vedere ora, in una prospettiva politica di breve termine, la fine di una ostilità ed un odio anacronistico che può aprire per entrambi i paesi un cammino diverso.
Per Cuba la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti rappresenta di per sé un ulteriore conferma di come 55 anni di resistenza non sono stati vani; le aperture già determinatesi con l’evoluzione del socialismo cubano troveranno ulteriore rafforzamento da questo passaggio. Il cui significato sarà, fino a quando non si accompagnerà alla fine formale del blocco economico, soprattutto politico, ma il cui valore simbolico rappresenta la fine di un’era e l’inizio di un nuovo corso della storia.
Per gli Stati Uniti, il riconoscimento dell’interlocuzione politica con Cuba, sollecitato dai suoi mass media più prestigiosi, apre uno scenario interno inedito, giacché riporta per la prima volta in 50 anni la titolarità della politica verso Cuba nelle mani della Casa Bianca. I repubblicani daranno battaglia affinchè il Congresso non approvi la fine del blocco contro Cuba, e d'altra parte ciò dal punto di vista dei loro interessi è comprensibile. Non solo uno dei capisaldi della loro politica viene messo in crisi, e per di più con Congresso e Senato nelle loro mani, ma la Casa Bianca pone il partito repubblicano in totale isolamento nei confronti dell'opinione pubblica interna ed internazionale.
Inoltre, l'iniziativa di Obama riduce enormemente, in un colpo solo, l’influenza della lobby affaristico-mafiosa diretta dalla FNCA in Florida e mette i parlamentari eletti grazie ai suoi voti in una posizione secondaria. Assesta un ulteriore colpo all’area più reazionaria e recalcitrante del partito repubblicano e pone la Florida, uno degli stati-chiave per l’elezione del Presidente, di fronte ad uno scenario che vedrà ripercussioni enormi sul piano dell’equilibrio dei poteri locali quando le leggi anticubane e l’intero blocco dovessero cessare di esistere.
Basti pensare a cosa sarebbe dei colossali affari che la FNCA realizza con l’immigrazione clandestina il giorno che la Ley del pie mojado (“legge del piede bagnato”, con la quale si stabilisce che ogni cubano che arrivi a toccare il territorio americano sia immediatamente residente, mentre di ogni altra nazionalità viene arrestato). Sul traffico di clandestini tra Cuba e Usa la FNCA ha costruito una parte consistente delle sue fortune, con le quali ha continuato a finanziare la sua corte di terroristi anticubani.
Non è un caso che il Senatore Marco Rubio, che rappresenta il volto nuovo della lobby parlamentare anticubana diretta dalla FNCA di Miami, abbia dichiarato immediatamente che “lo scambio rappresenta un precedente pericoloso che mette a rischio gli statunitensi nel mondo”, che la visione di Obama è “ingenua e ignorante e tradisce i valori statunitensi” e la sua ventriloqua, Yoani Sanchez, abbia commentato che “il castrismo ha vinto”. Per lei, come per i suoi compari nell’isola, il vento sarà indubbiamente diverso: la normalizzazione delle relazioni non potrà non determinare la fine degli stanziamenti verso la sovversione, o comunque una sua significativa riduzione.
Per l’analfabeta politica che gli Usa avevano scelto come bandiera della democrazia, si apre una fase diversa, dove i milioni di dollari accumulati avranno bisogno di oculatezza negli investimenti, visto il futuro che si prospetta meno generoso. Nel momento in cui Washington dovesse ritenere superflua la sua esistenza, non basterebbero certo gli Aznar o i Vaclav Havel a garantirle le ricchezze ricevute in cambio delle sue menzogne strampalate diffuse in tutto il mondo con l’aurea di verità indiscutibili.
Sotto il profilo della politica interna USA, poi, c’è da sottolineare come il processo di normalizzazione delle relazioni con Cuba sia sempre stato un proposito di Hillary Clinton e che lo stesso Obama, all’inizio del suo mandato, sei anni orsono, aveva ritenuto dover mettere in agenda.
Il compito di rivedere la presenza di Cuba nella lista dei paesi che patrocinano il terrorismo spetterà a John Kerry, che in passato - va ricordato - fu uno dei senatori che denunciarono il loro scetticismo sui finanziamenti statunitensi alla “dissidenza”, arrivando a dubitare fortemente non solo dell’efficacia ma soprattutto della gestione poco trasparente di quei finanziamenti.
Obama ha quindi deciso di assecondare le pressioni che imprese, media e cittadini statunitensi hanno diffuso da ormai molti anni, liberando la Casa Bianca dalla morsa ricattatoria della comunità cubano americana, che dalla Baia dei Porci ad oggi ha rappresentato il più emblematico caso di esercizio lobbistico dannoso per il paese e, cosa altrettanto importante, sul piano dell’immagine sceglie di chiudere uno dei buchi neri storici della politica estera USA.
Evidentemente liberatosi dalla cautela, vista la fase finale del suo ultimo mandato, Barak Obama ha deciso di dare un segnale forte alla sua amministrazione, di passare in qualche modo alla storia come il presidente che mise fine ad una posizione politica ridicola e condannata dal mondo intero, abbattendo così l'ultimo pezzo d'intonaco del muro ereditato dalla guerra fredda. E, così facendo, guadagnandosi almeno una parte di quel Nobel per la pace prematuramente offertogli all’inizio del suo primo mandato.
dal sito altrenotizie.org

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giovedì 18 dicembre 2014

Finalmente liberi!


Prigionieri dal 12 settembre 1998 dopo oltre sedici anni di ingiusta detenzione negli Stati Uniti sono stati finalmente liberati Gerardo Hernandez, Ramon Labañino ed Antonio Guerrero, i tre dei cinque combattenti antiterroristi cubani ancora in carcere (René Gonzalez e Fernando Gonzalez erano stati già liberati nel corso dell’ultimo anno).
Accogliamo con gioia questa bella notizia.
Hanno resistito a torture e pressioni psicologiche e preferito rimanere da innocenti in prigione piuttosto che tradire il proprio paese e il socialismo.
Hasta la victoria siempre!

Il direttivo del Circolo Italia-Cuba di Senigallia.

Di seguito il comunicato della nostra segreteria nazionale.

Milano, 17 dicembre 2014
Dopo sedici anni di incessanti battaglie di Cuba e tutto il suo popolo, a cui si è unito un enorme movimento di solidarietà a livello mondiale del quale orgogliosamente la nostra Associazione fa parte, è arrivata la notizia che tutti abbiamo tanto atteso: sono ritornati finalmente in libertà gli ultimi tre prigionieri dei Cinque eroi cubani ingiustamente detenuti nelle carceri degli Stati Uniti!
La soluzione politica di questa lunga vicenda dimostra quello che tutti abbiamo sostenuto: i Cinque eroi sono stati prigionieri politici e non criminali come la destra e la mafia cubano-americana hanno sempre voluto far credere.
Esprimiamo tutta la nostra felicità per questo epilogo e la nostra solidarietà con i Cinque Eroi e tutto il popolo cubano.

Segreteria Nazionale

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martedì 9 dicembre 2014

Cena di solidarietà.



Sabato 13 dicembre ore 20:30
al Circolo Uisp Cesanella di Senigallia
Bocciodromo di via Mantegna, 2 (dietro la SACCARIA)
CENA con il seguente menù:
·        Tris di bruschette
·        Spezzatino con fagioli (o con patate)
·        Pinzimonio
·        Dolce
·        Vino Lacrima, acqua, e naturalmente Ron Cubano!
BALLO con il gruppo di Pizzica Salentina
“MUSICA DELL’ANIMA”
Il costo della serata ad offerta a partire da € 15
(bambini €10)
L’intero ricavato sarà destinato all’acquisto di un farmaco antitumorale pediatrico da inviare a Cuba
info su http://www.italia-cuba.it/cuba/salute/medicuba/medicuba.htm  per evitare sprechi è necessario poter calcolare bene le quantità, chi volesse partecipare è quindi pregato di prenotarsi
entro giovedì 11 dicembre telefonando ai seguenti numeri:

Albinella 333/3806715 - Peppe 340/9652373 - 
Rosalba 335/423701 - Maurizio 333/3745938

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lunedì 20 ottobre 2014

Ebola, Cuba risponde all’allarme Onu.



 Cuba. La piccola isola si mobilita contro l’Ebola.  Al via il vertice speciale dei paesi dell’Alba
Roberto Livi - il manifesto del 19/10/14.

Più di 4.000 morti in Africa occidentale  ma secondo gli esperti la cifra dovrebbe essere raddoppiata. Di fronte a questo tragico bilancio di vittime dell’Ebola l’Onu ha suonato l’allarme internazionale, chiedendo alle grandi potenze e alle ex colonie una mobilitazione straordinaria per contrastare il morbo. Però i grandi attori internazionali sono restii a far seguire i fatti agli allarmi.
E ancor di più a inviare personale medico in Africa. Così il compito di guidare la forza medica internazionale nel fronte di combattimento dell’Ebola, tocca a una piccola isola, con poco più di 11 milioni di abitanti e un reddito procapite di circa 5000 euro: infatti Cuba ha inviato la settimana scorsa in Sierra Leone un contingente di 165 fra medici, infermieri, biologi e specialisti in assistenza sociale. E entro l’anno giungerà un secondo contingente formato da 294 operatori della salute.
Non solo, da domani inizierà all’Avana un vertice speciale dell’Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America-Trattato di commercio dei popoli (Alba-Tcp) per coordinare la cooperazione regionale per affrontare l’epidemia dell’Ebola e porre in atto misure preventive. Capi di Stato e di governo dell’Alba (Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Antigua y Barbuda, Salvador, Nicaragua, Santa Lucia, San Vicente e Granadine, Surinam, San Domingo) rispondono così all’appello dell’Onu per decidere una politica comune di aiuti all’Africa occidentale e centrale e per evitare che il contagio si estenda all’America latina e ai paesi dei Caraibi.
Non è la prima volta che Cuba gioca un ruolo di primaria importanza nell’affrontare disastri internazionali: il suo contributo ai contingenti medici e sanitari impegnati in situazioni di crisi (epidemie, terremoti, ecc) non ha rivali: fino ad oggi circa 50.000 operatori sanitari cubani ben addestrati sono al lavoro in 66 Paesi. Non solo, l’isola ha sperimentato anche personale capace di intervenire in situazioni di crisi, come i cicloni, per organizzare la mobilitazione sociale e dare assistenza anche psicologica alla popolazione. Proprio grazie a questa esperienza e a tale massiccio impegno, il vertice straordinario dell’Alba è stato convocato all’Avana.
Con una dichiarazione del tutto inusuale, anche il segretario di Stato Usa, John Kerry ha riconosciuto il ruolo di avanguardia di Cuba rivolgendosi al corpo diplomatico straniero a Washington per chiedere una mobilitazione internazionale contro l’epidemia: «Cuba – ha detto – un paese di appena 11 milioni di abitanti ha inviato (in Africa) 165 operatori della salute e prevede di inviarne altri 300». La necessità di intervenire in Africa per fermare il contagio è stata più volte espressa dalle autorità cubane. Lo stesso Fidel Castro, in un articolo pubblicato ieri, ha espresso il suo commosso omaggio agli specialisti cubani impegnati in questa importante, ma anche pericolosa, missione umanitaria. «È giunta l’ora del dovere» e dell’impegno, conclude Fidel, ricordando che con questo vertice straordinario «noi latinoamericani e caribegni inviamo un messaggio di speranza e di lotta agli altri paesi del mondo».
Nonostante i riconoscimenti internazionali di fronte a tale impegno, vi è però chi non rinuncia a usare politicamente questa emergenza per attaccare il governo cubano. Il ruolo, ancora una volta, è toccato al Nuovo Herald che nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo dedicato a «voci insistenti» le quali affermano che in caso di contagio «gli operatori sanitari cubani non saranno rimpatriati nell’isola». Come dire che saranno abbandonati alla loro sorte. Naturalmente, nessuna prova è stata fornita per sostenere tali «voci», che sanno di sciacallaggio.



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giovedì 16 ottobre 2014

Bolivia, il trionfo di Evo Morales.

Dal sito Altrenotizie - di Fabrizio Casari
Il messaggio delle urne boliviane è chiarissimo: il primo presidente indio della Bolivia sarà anche il prossimo. Con oltre il 60% dei voti, infatti, affermandosi in otto dei nove dipartimenti in cui è suddiviso il Paese, Evo Morales ha stravinto le elezioni di domenica scorsa in Bolivia e sarà ancora Presidente per altri 4 anni. L’ex leader del MAS (Movimiento al Socialismo), figura nobilissima della sinistra latinoamericana, ha conquistato per la terza volta la presidenza del suo paese, surclassando l’opposizione di destra sponsorizzata da Washington.

Il risultato era atteso. Non tanto per la debolezza della destra, quanto per i risultati di otto anni di presidenza della sinistra. Evo ha raccolto i frutti di quanto seminato in un paese che, nonostante la contrazione economica dell’area, risulta in pieno ciclo espansivo da diversi anni.
Ciò grazie agli otto anni della sua presidenza, caratterizzatasi per le politiche socialiste nella riorganizzazione dell’economia, fatte anche di nazionalizzazione degli impianti e di restituzione agli interessi nazionali degli accordi con le compagnie straniere. Con una economia in crescita del 6%, la Bolivia non poteva che assegnare con il voto il riconoscimento alla qualità dell’impianto socio-economico del modello.
I risultati della sua politica economica si sono visti: il ricavato dei suoi giacimenti di gas, delle sue piantagioni di soia e della raccolta della pasta di coca destinata al mercato legale, hanno prodotto un pareggio di bilancio mai registrato nella storia del paese andino. Un tempo destinate a prendere il volo verso gli USA, le risorse ottenute dall’industria dello sfruttamento degli idrocarburi sono state la fonte di finanziamento delle opere sociali che hanno enormemente ridotto la distanza tra i diversi settori sociali della società boliviana.
Aiuti diretti e indiretti agli anziani, alle donne in gravidanza e a tutti i bambini, ampliamento dei servizi e riconoscimento del dovere d'intervento dello Stato nelle problematiche più acute sono state il modus operandi del governare di Evo Morales.

Il successo economico del socialismo boliviano è stato possibile anche grazie ad un generale smantellamento del sistema costituzionale precedente, cucito su misura per gli interessi del latifondo locale le multinazionali estrattive statunitensi e che aveva regalato alla Bolivia 190 anni di storia coloniale.
In questo senso tra i successi maggiori e migliori ottenuti da Evo nei precedenti mandati c’è certamente quello della nuova Carta costituzionale, da lui fortemente voluta ed approvata nel Gennaio del 2009, che - come dichiarò alla sua approvazione -“rappresenta la fine del latifondismo e dell’epoca coloniale, interna ed esterna”.

E non è certo indifferente, per la riorganizzazione del tessuto produttivo del Paese, ciò che la Carta impone con l’articolo 398: il limite invalicabile di cinquemila ettari per l’estensione massima delle proprietà terriere e stabilisce altresì che sarà necessario, in futuro, ottenere l’approvazione delle comunità indigene prima di poter sfruttare le risorse naturali nel loro territorio.
La nuova Costituzione disegna la costruzione di uno Stato “unitario, sociale e di diritto plurinazionale, libero e indipendente, che offre ascolto a tutti i movimenti sociali sulle scelte riguardanti l’educazione, la salute e la casa”. Il testo costituzionale riconosce tre tipi di democrazia: rappresentativa, diretta e comunitaria e allo stesso tempo stabilisce una conseguente articolazione tra la giustizia ordinaria e la quella comunitaria.

E proprio sotto il profilo dell’articolazione dello Stato (elemento non certo secondario nella riforma di un Paese) l’innovazione è stata straordinaria e di assoluto valore storico: la nuova Carta, infatti, prende atto della struttura plurinazionale del paese che viene rappresentata direttamente ed indirettamente in tutti i suoi 411 articoli, che riconoscono sullo stesso piano le autonomie regionali, provinciali, territoriali indigene e municipali che già esistono.

Insomma, la Carta elaborata dall’Assemblea Costituente è stata un’opera di alta ingegneria politica e una vera e propria rivoluzione culturale, che ha aumentato notevolmente il controllo statale sull’economia e l’influenza delle 36 nazioni indigene nella rappresentanza politica. In questi ed altri passaggi si evidenzia il senso politico che ha caratterizzato i suoi mandati presidenziali di Evo Morales: la costruzione del retroterra politico ed istituzionale di un paese plurale sancito costituzionalmente.

Ieri, parlando dal balcone del Palacio Quemado, la sede del governo a La Paz, Evo ha dedicato la sua vittoria a “tutti i popoli del mondo in lotta contro l’imperialismo” e, in particolare, a Fidel Castro e Hugo Chavez, suoi punti di riferimento umani, oltre che politici.
Fidel Castro, che 54 anni orsono ruppe la catena di comando statunitense sul continente, trasformando Cuba nel primo territorio libero delle Americhe ed edificando un sistema che per equità e sovranità nazionale, é esempio vivente per tutta la sinistra del continente e non solo, di Evo è stato in qualche modo “padre putativo”, consigliere e riferimento costante nel suo agire politico.

Hugo Chavez, che seguendo il cammino tracciato da Simon Bolivar restituì il Venezuela ai venezuelani e che diede vita al “Socialismo del terzo millennio”, è stato l’alleato più immediato e leale per il giovane presidente boliviano, che pure nel suo incedere vittorioso ha dovuto affrontare (come Chavez) un tentativo di colpo di stato e serrate da parte dei suoi avversari che cercavano d’isolare la Bolivia e riportarla nelle solite mani a stelle e strisce.

D’altra parte la lunghissima marcia dall’opposizione al governo non faceva presagire un mandato tenue, incerto sul da farsi o a tinte fosche. L’integrità morale e la fede politica di Evo non erano adatte a un governo qualunque. E così non è stato.

Evo non ha adeguato i suoi ideali al mercato ma ha ricondotto il mercato alle esigenze del suo paese; non ha mai smesso i panni di leader della sinistra latinoamericana né ha avuto esitazioni nello scontrarsi con gli interessi e l’arroganza degli Stati Uniti. Dalla Cuba di Castro al Venezuela di Maduro, dal Nicaragua di Ortega all’Ecuador di Correa, dall’Argentina di Cristina Kirchner al Brasile di Djilma, Morales ha continuato a tessere la tela ormai robusta dell’unità latinoamericana.
Una consapevolezza continentale che ha nella sua unità la leva principale delle sue politiche commerciali e che ha seppellito da un decennio ormai, il Washington consensus, cioè quel sistema di dipendenza dagli Stati Uniti che, con rare e circoscritte eccezioni, caratterizzava le scelte e i destini dell’America Latina fino alla fine degli anni ’90.

La vittoria di Evo Morales è la vittoria di chi non svende per una poltrona i suoi ideali. Di chi non s’inginocchia, abbagliato dalla fama e dalle ricchezze e obnubilato dall’ambizione personale, di fronte al volere delle multinazionali ed al pensiero unico che ne costituisce l’humus ideologico.
Dimostra che si può pensare e realizzare una diversa politica economica e trarre i frutti per una diversa politica sociale. Che il mercato è un animale onnivoro che va controllato e regolamentato e che la ricchezza è solo arrogante privilegio se non viene distribuita equamente.
E dimostra anche che la sovranità nazionale, motore indiscutibile delle politiche economiche e sociali, si nutre dell’identità nazionale e del senso dell’indipendenza. La ricetta della vittoria della sinistra latinoamericana è soprattutto questa. Indipendenza, sovranità, integrazione, solidarietà: una manna indigesta per lo stomaco dello Zio Sam.
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venerdì 10 ottobre 2014

Nove ottobre. Il "Che" è ancora vivo

Da contropiano.org

Il 9 ottobre del 1967 muore, dopo essere stato ferito in combattimento e catturato dai killer del dittatore René Barrientos Ortuño, in Bolivia, uno dei rivoluzionari più limpidi e carismatici del '900. Impossibile sintetizzare qui la sua azione e i suoi scritti, l'importanza del contributo che ha dato al rovesciamento dell'oppressione in tutto il mondo, e non solo nella sua America Latina.
Lasciamo perciò volentieri che Ernesto Guevara de la Serna, per tutti e sempre "Il Che", guerrigliero e maestro di umanità coraggiosa, sia ricordato, in questo anniversario, dalle parole di José Saramago, premio Nobel per la letteratura e comunista senza pelosi ripensamenti.
*****
“Non importa quale ritratto.
Uno qualsiasi, serio, sorridente, con l’arma in mano, con Fidel o senza Fidel, pronunciando un discorso alle Nazioni Unite, o morto, con il torso nudo e gli occhi semiaperti, come se dall’altro lato della vita volesse ancora accompagnare il futuro del mondo che ha dovuto lasciare, come se non si rassegnasse a ignorare per sempre i percorsi delle infinite creature che dovevano ancora nascere.
Su ognuna di queste immagini si potrebbe riflettere lungamente, in modo lirico o in modo drammatico, con l’oggettività prosaica dello storico o semplicemente come chi si accinge a parlare dell’amico che uno scopre che ha perso perché non ha avuto l’occasione di conoscerlo...
Al Portogallo infelice e imbavagliato di Salazar e di Marcelo Caetano arrivò un giorno una foto clandestina di Ernesto Che Guevara, quella più celebre di tutte, con intensi colori neri e rossi, che divenne l’immagine universale dei sogni rivoluzionari del mondo, promessa di vittorie fertile al punto da non degenerare mai in routine o in scetticismi, ma che anzi darebbe luogo a molti altri trionfi, quello del bene sul male, quello del giusto sull’iniquo e quello della libertà sulla necessità.
Incollato o fissato alle pareti con mezzi precari, questo ritratto è stato presente a dibattiti politici appassionati in terra portoghese, ha sottolineato argomenti, ha lenito scoraggiamenti, ha raccolto speranze.
È stato visto come quello di un Cristo che fosse sceso dalla croce per crocifiggere l’umanità, come un essere dotato di poteri assoluti che fu in grado di estrarre acqua da una pietra per estinguere tutta la sete, e di trasformare questa stessa acqua nel vino con cui si avrebbe brindato allo splendore della vita.
E tutto questo era sicuro perché il ritratto di Che Guevara fu, agli occhi di milioni di persone, il ritratto della dignità suprema dell’essere umano.
Però fu usato anche come ornamento incongruente in molte case della piccola e della media borghesia intellettuale portoghese, per i quali residenti le ideologie politiche di affermazione socialista non passavano da un mero capriccio congiunturale, forma presumibilmente rischiosa di occupare l’ozio mentale, frivolezza mondana che non poteva resistere al primo confronto con la realtà, quando i fatti esigevano il compimento delle parole.
E allora il ritratto di Che Guevara, il primo testimone di tanti infiammati annunci di impegno e di azione futura, il giudice della paura nascosta, della rinuncia vigliacca e del tradimento aperto, è stato rimosso dalle pareti, occultato, nella migliore delle ipotesi, in fondo ad un armadio, oppure radicalmente distrutto, come se uno avesse voluto fare in passato qualcosa di cui ora dovesse vergognarsi.
Una delle lezioni politiche più istruttive, nei tempi attuali, sarebbe sapere cosa pensano di loro stessi queste migliaia e migliaia di uomini e donne che in tutto il mondo hanno avuto un giorno il ritratto di Che Guevara al capezzale del letto, o di fronte al tavolo da lavoro, o nel salotto dove ricevevano gli amici, e che ora sorridono per aver creduto o aver fatto finta di credere.
Qualcuno dirà che la vita è cambiata, che Che Guevara, nel perdere la sua guerra, ci ha fatto perdere la nostra, e quindi era inutile mettersi a piangere come un bambino la cui tazza di latte è stata versata.
Altri avrebbero confessato che si lasciarono coinvolgere dalla moda del tempo, la stessa che ha fatto crescere la barba e i riccioli, come se la rivoluzione fosse una questione per i parrucchieri.
I più onesti avrebbero riconosciuto che il cuore fa loro male, che sentono un eterno e incessante movimento di rimpianto, come se la loro vita fosse stata sospesa e ora si domandassero ossessivamente dove pensano di andare senza ideali né speranze, senza un’idea del futuro che dia un qualche senso al presente.
Che Guevara, se si può dire, esisteva già prima di essere nato.
Che Guevara, se si può fare quest’affermazione, continua ad esistere dopo essere stato assassinato.
Perché Che Guevara è solo un altro nome di quello che c’è di più giusto e di più degno nello spirito umano.
Quello che spesso vive addormentato dentro di noi.
Quello che dobbiamo svegliare per conoscere e conoscerci, per aggregare il passo umile di ognuno al percorso di tutti.”
(Tratto dal sito Rebelión, Traduzione di Julio Monteiro Martins)


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venerdì 12 settembre 2014

Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro.




FIDEL CASTRO: LA GRANDEZZA DI UN UOMO
A 88 anni di vita, il leader storico della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, rappresenta un paradigma di lotta per la pace e la verità nel mondo.
La sua militanza rivoluzionaria, l’autenticità e la coerenza lo hanno trasformato in uno dei più grandi leaders di tutti i tempi, perché la Rivoluzione cubana ha reso realtà un clima di giustizia che molti sognano.
Con la sua straordinaria lungimiranza ha guidato la lotta del popolo cubano per il consolidamento del processo rivoluzionario, lo sviluppo verso il socialismo e le trasformazioni economiche e sociali.
Doti personali, come l’impegno di ascoltare sempre la volontà popolare, lo hanno portato al posto d’onore che occupa come leader storico della Rivoluzione.
Anche se si è ritirato dall’attività pubblica nel 2006 per motivi di salute, mantiene una perfetta vitalità, come dimostrano le sue Riflessioni.
NÈ LEGGENDA, NÈ MITO.
Nelle sue Riflessioni, Fidel trasmette fiducia nel futuro e la sua capacità di prevederlo. La sua vasta cultura e la sua esperienza come leader gli permettono un’ampia visione per prevedere gli avvenimenti e anticipare i fatti.
A 88 anni, continua la sua lotta perché un mondo migliore sia possibile, con precise critiche contro l’ordine economico globale vigente, contro lo sperpero delle risorse naturali e, più di recente, sul genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza.
Fidel carismatico, giusto e ottimista nell’avvenire, non è né una leggenda né un mito: è solo un uomo come pochi, la cui tenacia ha ispirato e incoraggia i cubani ad affrontare la politica ostile del Nord e a preservare quello che ha conquistato.

Di seguito una sua lucida Riflessione sull'attuale situazione mondiale  e sui possibili terribili sviluppi futuri.

 “La società mondiale non conosce tregua negli ultimi anni, particolarmente da quando la Comunità Economica Europea, sotto la direzione ferrea ed incondizionata degli Stati Uniti, ha considerato che era arrivata l’ora di saldare i conti con quello che restava di due grandi nazioni che, ispirate nelle idee di Marx, avevano portato a termine la prodezza di mettere fine all’ordine coloniale ed imperialista imposto al mondo dall’Europa e dagli Stati Uniti.  
Nell’antica Russia è esplosa una rivoluzione che ha commosso il mondo.
Si aspettava che la prima gran rivoluzione socialista si sarebbe sviluppata nei paesi più industrializzati dell’Europa, come Inghilterra, Francia, Germania e l’Impero Austro-Ungarico. Questa, tuttavia, ha avuto luogo in Russia il cui territorio si estendeva in Asia, dal nord dell’Europa fino al Sud dell’Alaska che era anche stato territorio zarista, venduto per alcuni dollari al paese che sarebbe posteriormente il più interessato nell’attaccare e distruggere la rivoluzione ed il paese che l’ha generata.
La maggiore prodezza del nuovo Stato è stato creare un’Unione capace di raggruppare le sue risorse e condividere la sua tecnologia con gran numero di nazioni deboli e meno sviluppate, vittime inevitabili dello sfruttamento coloniale. Sarebbe o no conveniente nel mondo attuale una vera società di nazioni che rispettasse diritti, credenze, cultura, tecnologie e risorse di luoghi accessibili del pianeta apprezzati da tanti esseri umani, che vorrebbero conoscerli? E non sarebbe molto più giusto che tutte le persone che oggi, in frazioni di secondo, si comunicano da un estremo ad un altro del pianeta, vedano negli altri un amico od un fratello e non un nemico disposto a sterminarlo coi mezzi che è stata capace di creare la conoscenza umana?
Per credere che gli esseri umani potrebbero essere capaci di albergare tali obiettivi, penso che non esiste nessun diritto per distruggere città, assassinare bambini, polverizzare abitazioni, a seminare da tutte le parti terrore, fame e morte. In che angolo del mondo potrebbero giustificarsi tali fatti? Se si ricorda che alla fine del massacro dell’ultima contesa mondiale il mondo si illuse con la creazione delle Nazioni Unite, è perché gran parte dell’umanità le ha immaginate con tali prospettive, benché non fossero definiti perfettamente i suoi obiettivi. Un inganno colossale è quello che si  percepisce oggi quando sorgono problemi che insinuano la possibile esplosione di una guerra con l’impiego di armi che potrebbero porre fine all’esistenza umana.
Esistono individui negligenti, apparentemente non pochi, che considerano un merito la loro disposizione a morire, ma soprattutto ad ammazzare per difendere privilegi vergognosi.Questo è l'inizio del post.Molte persone si meravigliano ascoltando le dichiarazioni di alcuni portavoci europei della NATO quando si esprimono con lo stile ed il volto delle SS naziste. In occasioni perfino si vestono con abiti oscuri in piena estate.
Noi abbiamo un avversario abbastanza poderoso come lo è il nostro vicino più prossimo: gli Stati Uniti. Gli abbiamo avvertiti che avremmo resistito al bloqueo, benché questo potesse implicare un costo molto elevato per il nostro paese. Non c’è peggiore prezzo che capitolare di fronte al nemico che ti aggredisce senza ragione né diritto. Era il sentimento di un popolo piccolo ed isolato. Il resto dei governi di questo emisfero, con rare eccezioni, si erano sommati al poderoso ed influente impero. Non si trattava da parte nostra di un atteggiamento personale, era il sentimento di una piccola nazione che era una proprietà dagli inizi del secolo non solo politica, ma anche economica degli Stati Uniti. La Spagna c’aveva ceduto a questo paese dopo avere sofferto quasi cinque secoli di colonialismo e di un incalcolabile numero di morti e perdite materiali nella lotta per l’indipendenza.
L’impero si è arrogato il diritto di intervenire militarmente a Cuba in virtù di un perfido emendamento costituzionale che ha imposto ad un Congresso impotente ed incapace di resistere. A parte di essere i padroni di quasi tutto a Cuba: abbondanti terre, le maggiori centrali di canna da zucchero, le miniere, le banche e perfino la prerogativa di imprimere il nostro denaro, ci proibiva di produrre leguminose sufficienti per alimentare la popolazione.
Quando l’URSS si è disintegrata ed è anche sparito il Campo Socialista, abbiamo continuato a resistere, ed insieme, lo Stato ed il popolo rivoluzionario, proseguiamo la nostra marcia indipendente.
Non desidero, tuttavia, drammatizzare questa storia modesta. Preferisco piuttosto sottolineare che la politica dell’impero è tanto drammaticamente ridicola che non tarderà molto nel passare nell’immondezzaio della storia. L’impero di Adolf Hitler, ispirato nell’avidità, è passato alla storia senza più gloria che l’alito apportato ai governi borghesi ed aggressivi della NATO che li converte nello zimbello dell’Europa e del mondo, col suo euro, che come il dollaro, non tarderà a trasformarsi in carta straccia, chiamata a dipendere dallo yuan ed anche dai rubli, davanti alla vigorosa economia cinese strettamente unita all’enorme potenziale economico e tecnico della Russia.
Qualcosa che si è trasformato in un simbolo della politica imperiale è il cinismo.
Come si conosce, John McCain è stato il candidato repubblicano alle elezioni del 2008. Il personaggio è uscito alla luce pubblica quando nella sua condizione di pilota è stato abbattuto mentre il suo aeroplano bombardava la popolosa città di Hanoi. Un missile vietnamita l’ha raggiunto in pieno volo ed aereo e pilota sono caduti in un lago ubicato nelle vicinanze dalla capitale, attiguo alla città.
Un antico soldato vietnamita già ritirato che si guadagnava la vita lavorando nelle prossimità, vedendo cadere l’aeroplano ed un pilota ferito che tentava di salvarsi si è mosso per soccorrerlo; mentre il vecchio soldato prestava questo aiuto, un gruppo della popolazione di Hanoi che soffriva gli attacchi dell’aviazione, correva per saldare i conti con l’assassino. Lo stesso soldato ha persuaso il popolo a non farlo, perché era già un prigioniero e la sua vita si doveva rispettare. Le stesse autorità yankee si sono comunicate col Governo pregando che non si agisse contro questo pilota.
A parte le norme del Governo vietnamita di rispetto ai prigionieri, il pilota era figlio di un Ammiraglio dell’Armata degli Stati Uniti che aveva svolto un ruolo riconosciuto nella Seconda Guerra Mondiale e stava ancora occupando un importante incarico.
I vietnamiti avevano catturato un pezzo grosso in questo bombardamento e come è logico, pensando alle conversazioni inevitabili di pace che dovevano mettere fine alla guerra ingiusta che avevano imposto, hanno sviluppato un’amicizia con lui che era molto felice di trarre tutto il vantaggio possibile da questa avventura. Questo, naturalmente, non me l’ha raccontato nessun vietnamita, né io non l’avrei mai domandato. L’ho letto e si adatta completamente a determinati dettagli che ho conosciuto più tardi. Ho anche letto che un giorno Mister McCain aveva scritto che essendo prigioniero in Vietnam, mentre era torturato, ha ascoltato voci in spagnolo consigliando i torturatori che cosa dovevano fare e come farlo. Erano voci di cubani, secondo McCain. Cuba non è mai stata consulente in Vietnam. I suoi militari conoscono perfettamente bene come fare la guerra.
Il Generale Giap è stato uno dei capi più brillanti della nostra epoca che in Dien Bien Phu è stato capace di ubicare i cannoni in selve intricate e ripide, fatto che i militari yankee ed europei consideravano impossibile. Con questi cannoni sparavano da un punto tanto prossimo che era impossibile neutralizzarli senza che le bombe nucleari colpissero anche gli invasori. Gli altri passi pertinenti, tutti difficili e complessi, sono stati usati per imporre alle forze circondate europee una resa vergognosa.
La volpe di McCain ha tratto tutto il vantaggio possibile dalle sconfitte militari degli invasori yankee ed europei. Nixon non ha potuto persuadere il suo consigliere di Sicurezza Nazionale Henry Kissinger, che accettasse l’idea suggerita dallo stesso Presidente quando in momenti di rilassamento gli diceva perché non gli lanciamo una di quelle bombe Henry? La vera bomba è arrivata quando gli uomini del Presidente hanno tentato di spiare i loro avversari del partito opposto. Questo sì che non si poteva tollerare!
Nonostante ciò, l’attuazione più cinica del Sig. McCain è stata quella nel Vicino Oriente. Il senatore McCain è l’alleato più incondizionato di Israele nei grovigli del Mossad, qualcosa che né i peggiori avversari sarebbero stati capaci di immaginare. McCain ha partecipato insieme a questo servizio segreto alla creazione dello Stato Islamico che si è impadronito di una parte considerabile e vitale dell’Iraq, come dicono, di un terzo del territorio della Siria. Tale Stato conta già con entrate miliardarie, e minaccia Arabia Saudita ed altri Stati di questa complessa regione che somministra la parte più importante del combustibile mondiale.
Non sarebbe preferibile, lottare per produrre più alimenti e prodotti industriali, costruire ospedali e scuole per le migliaia di milioni di esseri umani che ne hanno bisogno disperatamente, promuovere l’arte e la cultura, lottare contro malattie di massa che portano alla morte oltre la metà dei malati, lavoratori della salute o tecnici che, come sembra, potrebbero eliminare finalmente malattie come il cancro, l’ebola, la malaria, la dengue, la chikungunya, il diabete ed altre che colpiscono le funzioni vitali degli esseri umani?
Se oggi risulta possibile prolungare la vita, la salute ed il tempo utile delle persone, se è perfettamente possibile pianificare lo sviluppo della popolazione in virtù della produttività crescente, la cultura e lo sviluppo dei valori umani, che aspettano a farlo?
Trionferanno le idee giuste o trionferà il disastro.
Fidel Castro Ruz
31 agosto 2014.E questo è il resto.


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