lunedì 3 maggio 2010

PETIZIONE PER LA LIBERTA' D'ESPRESSIONE.


La libera ricerca esige che si tolleri la diversità d'opinione e che si rispetti il diritto dell'individuo di esprimere le sue credenze per quanto impopolari possano essere, senza divieti sociali o legali, senza timore di successo.
(Paul Kurtz, "Sulle barricate")
In teoria questo è ancora un paese libero, ma i nostri tempi del politicamente corretto e della censura sono tali che molti di noi tremano all'idea di esprimere le loro giuste idee per timore di essere condannati. In questo modo la libertà di parola viene messa a repentaglio, grandi questioni non vengono dibattute e grandi menzogne vengono accettate come grandi verità.
(Simon Heffer, giornalista britannico)

Cari compagni e amici, invio l’annunciata petizione, che ora si trova collocata qui a destra, in cima al blog.
Vi sarei grato se vorrete firmarla. Mi sento abbastanza imbarazzato a chiedervi di impegnarvi in questa battaglia che vi sottrarrà un po’ di tempo. Mi incoraggiano a farlo le numerosissime attestazioni di solidarietà che mi sono pervenute da quando ho diffuso la notizia di questa vertenza legale – e morale ! – con Liberazione e il partito di cui è l’organo. Per questo partito ho militato per sette anni, impegnandovi tutte le mie energie e gran parte delle mie sostanze. Le posizioni politiche che esprimevo sulle grandi questioni internazionali erano anche quelle di una forte componente del PRC, fatto che rafforzava il mio diritto di manifestarle sul giornale, anche quando non fossero in linea con le valutazioni dell’ allora segretario nazionale. Il mio articolo su Cuba, che conoscete o che potete leggere nel mio blog http://fulviogrimaldi.blogspot.com/ (post “Il corpo del reato”), nel maggio 2003, ha determinato il mio licenziamento su due piedi. Di questa cacciata non mi è stata data mai alcuna comunicazione e spiegazione formale. Ne mi è stato riconosciuto il diritto di esprimermi sul giornale. Alle migliaia di proteste dei lettori, si è risposto con giustificazioni false o statutariamente improprie: non mi sarei attenuto al tema ambientale, avrei deviato dalla linea del partito. Affermazioni grottesche se si guarda alle centinaia di miei articoli e reportage che parlavano di Balcani, Medio Oriente, politica interna, cultura, costume, ogni immaginabile argomento, pubblicati tra il 1999 e il 2003.

Anche di fronte alla sentenza d’appello, che mi impone di restituire una cifra per me irraggiungibile a Liberazione, e di fronte alla pervicacia con cui il giornale persegue l’esecuzione di tale sentenza, nonostante mie offerte di transazione, vi sono state moltissime proteste a giornale e partito ed espressioni di solidarietà nei miei confronti. Mi incoraggia a questa iniziativa l’evidente volontà di molti, che da tanti anni seguono il mio lavoro, di non far scomparire dalla minuta scena dell’informazione “altra” la mia voce. E anche l’impegno che ho preso da sempre nei confronti delle verità dei popoli e delle classi oppressi.
Fulvio Grimaldi. Leggi tutto...

sabato 1 maggio 2010

Buon I° Maggio.


Fidel: "Quello che non possono perdonarci gli imperialisti è che abbiamo fatto un Rivoluzione socialista sotto il naso degli Stati Uniti". Leggi tutto...

domenica 25 aprile 2010

Dalla Resistenza alla Revolucìon.


In occasione della 2^ Festa Nazionale dell'ANPI che si svolgerà dal 24 al 27 Giugno 2010 ad Ancona nei locali della Mole Vanvitelliana il Circolo Italia-Cuba di Senigallia renderà omaggio a Gino. Leggi tutto...

Cosa c'è dietro la nuova campagna contro Cuba - di Gianni Minà


Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2010 su Il Fatto Quotidiano

Caro Direttore,

approfitto della tua disponibilità a ospitare voci fuori dal coro per riflettere su un tema, Cuba, che mi appassiona e che conosco in profondità. Da dieci anni, infatti, dirigo la rivista Latinoamerica (www.giannimina-latinoamerica.it), con l'aiuto di scrittori, poeti e premi Nobel di una parte di mondo che sta cambiando pelle e che per questo in Europa è spesso raccontata con pregiudizio.

Il Corriere della Sera, ad esempio, per tre volte in due settimane, con le firme di Pierluigi Battista, Elisabetta Rosaspina e Angelo Panebianco, si duole che la campagna scatenata recentemente contro Cuba dopo la morte del detenuto Orlando Zapata in seguito ad uno sciopero della fame, non abbia suscitato un coinvolgimento dell’opinione pubblica italiana, e in pratica chiede sanzioni. L'accanimento del Corriere della Sera è singolare, specie considerando che il giornale più diffuso d'Italia ignori, nello stesso tempo, notizie inquietanti sull’America latina (la mattanza di giornalisti in Messico con 15 morti quest'anno e 12 l'anno precedente, o il ritrovamento in Colombia della più grande fossa comune del Sudamerica con duemila vittime) mentre non da requie a Cuba. E’ iniziata evidentemente una campagna alla quale non si sottrae nessuno e che a volte sfiora il grottesco.

Wired, per esempio, è una rivista patinata delle edizioni Condé Nast, interessata ai nuovi media e alle nuove tecnologie. Nell’ultimo numero dell’edizione italiana ci sono una dozzina di pagine su Yoani Sanchez, bloguera di moda per la quale si è speso con un appello anche Il Fatto Quotidiano.

Lanciata dal gruppo Prisa, quello di El Pais, Yoani trasmette dall’Avana aiutata da un server tedesco (di proprietà del magnate Josef Biechele) con un’ampiezza di banda 60 volte più grande di qualunque altra utilizzata a Cuba. Su Wired Yoani viene fotografata e raccontata come un’improbabile modella in fuga dai cattivoni del governo, che non le danno il visto per andare a ritirare tutti i premi che le vengono assegnati in mezzo mondo da organizzazioni ostili alla Rivoluzione. La povera bloguera è costretta a dare appuntamenti ai giornalisti occidentali alle dieci del mattino al Parque Central.

E sarebbe anche credibile, salvo che Salim Lamrani, ricercatore e docente all’Università Paris Descartes, l'ha incontrata tranquillamente, e per ore, nella hall dell’Hotel Plaza, per una intervista che pubblicheremo nel prossimo numero di Latinoamerica e nella quale, ora, Yoani sostiene di non riconoscersi, anche se le sue risposte sono state registrate con un moderno I-phone.
http://www.5av.it/le-storie-quotidiane/90-cuba-dossier/1777-salim-lamrani-contro-yoani-sanchez.html


Dettagli sorprendenti, ma non troppo: tra i fondatori e i collaboratori di punta di Wired c’è Nicholas Negroponte, docente universitario e collaboratore del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti quando internet era solo un progetto militare. Nicholas è fratello del mitico John, negli anni '80 stratega della “guerra sporca” contro i sandinisti in Nicaragua e più tardi presenza inquietante in Iraq, dove fu ambasciatore nei giorni dell’uccisione, da parte del marines Lozano, di Nicola Calipari, l'agente dei servizi italiani che aveva appena salvato la giornalista del manifesto Giuliana Sgrena.

Gli articoli e le iniziative contro Cuba, d’altronde, celano sempre sorprese. Fa senso, ad esempio, scoprire in rete le immagini della manifestazione che, a Miami, ha aperto la nuova campagna di discredito cominciata il giorno dopo la morte di Orlando Zapata, detenuto da anni in carcere per reati comuni e negli ultimi tempi molto vicino alle Damas en blanco, movimento di dissidenza sovvenzionato - è stato appurato in un processo in Florida - dal terrorista Santiago Alvarez.

Fa senso perchè nel corteo guidato da Gloria Estefan, cantante di successo, figlia di un ex guardiaspalle della famiglia di Fulgencio Batista, il dittatore abbattuto dalla rivoluzione cubana, marciava anche un altro terrorista, il venezuelano Luis Posada Carriles, responsabile, fra i tanti delitti, dell’abbattimento dell’aereo della Cubana de Aviacion che nel 1976 provocò 73 vittime. Posada Carriles fu anche indicato fra i mandanti dell'omicidio dell’ex ministro degli Esteri di Allende, Orlando Letellier, assassinato a Washington nel 1976, e della campagna di attentati messa in atto a Cuba nel 1997 (tra le vittime, il giovane italiano Fabio Di Celmo). Questo Bin Laden latinoamericano, coperto dalla Cia, circola libero in Florida e chiede “libertà e democrazia” per Cuba.

Io non so se il ministro Frattini, che dopo il caso Zapata ha tuonato contro Cuba, conosce queste storie. Ma so che non è credibile il ministro degli Esteri di un paese che si proclama democratico, ma esalta la bontà di un embargo assurdo, decretato per la sola colpa di aver scelto un destino sgradito agli Usa, un embargo che soffoca il popolo cubano da cinquant’anni ed è stato condannato dall’Assemblea dell’Onu diciotto volte di seguito, anche con il voto dell’Italia.

Frattini sa che, dopo i 140 milioni di dollari stanziati da Bush nel 2008 per “cambiare faccia a Cuba”, anche Obama nel 2009, malgrado la crisi economica, ha stanziato 55 milioni per la stessa incombenza. A cosa pensa che servano questi soldi, il pacifico Frattini? A rasserenare un paese o a montare, in quella società già ferita dal terrorismo che viene dalla Florida, una strategia della tensione? Ma il nostro ministro si duole invece del fatto che l'Italia non si mobiliti contro la Revolución, ignorando il testimone che tutti i media italiani si passano sull’argomento da settimane. Perfino Aldo Forbice, che blocca la parola in bocca a chiunque dissenta dalle sue tesi, chiede firme contro Cuba su Radio Rai, con la complicità dei radicali. In alcuni casi aderiscono anche media progressisti in politica interna ma molto attenti, in politica estera, a non turbare la linea del segretario di stato Hillary Clinton, desiderosa di recuperare la presa sul continente a sud del Texas persa nella stagione di Bush Jr..

La maggior parte dei “dissidenti” incarcerati nel 2003, quando il governo Bush tentò la spallata contro Cuba favorendo tre dirottamenti aerei e il sequestro del ferry boat di Regla carico di turisti, sono stati condannati per aver preso, non si sa per quali servigi, soldi dal governo di Washington, elargiti dall’Ufficio di interesse degli Stati Uniti all’Avana. A parti invertite, negli Usa ciò procurerebbe processi per alto tradimento. Ma nelle cronache italiane si parla invece di giornalisti incarcerati per presunti reati di opinione, eludendo il dettaglio che molti sono stati ingaggiati e retribuiti dal paese che tiene Cuba sotto embargo da mezzo secolo.

Senza contare che questi mercenari nuocciono enormemente ai dissidenti sinceri e a voci coraggiose come quelle di Ambrosio Fornet, Soledad Cruz, Senel Paz, Leonardo Padura, che abbiamo pubblicato su Latinoamerica e che, dentro la Rivoluzione, criticano e si battono per le riforme, perché il governo si liberi dalla sindrome dell’assedio che spesso l’attanaglia e rallenta l’evoluzione della società cubana.

Insomma, in questi ultimi mesi nell’Isola non è cambiato nulla che giustifichi questo nuovo assedio politico. Non essendo arrivate le aperture di Obama (che invece, recentemente, si è incontrato con i duri della Fondazione Cubano-americana) a torto o a ragione Raul Castro ha rinviato a sua volta le riforme. Ma fin dal summit delle Americhe, a Trinidad, gli Usa hanno capito che l’atteggiamento della maggior parte dei paesi del continente era cambiato. E al successivo vertice dell’OSA, Hilary Clinton ha dovuto acconsentire al reintegro, senza condizioni, di Cuba, dopo che gli stessi Stati Uniti, cinquant’anni fa, ne avevano chiesto l’esclusione.

Questo cambio di vento politico in America latina è stato attribuito all’influenza dell’Isola, e non a torto. Così si è tornati ai vecchi metodi, resuscitando contro la Revolución l'argomento dei diritti umani già montato 25 anni fa da Reagan. Non era questo che ci si aspettava da Obama.
Questo è l'inizio del post.
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sabato 17 aprile 2010

L'ora di Cuba.

Cari compagni,
a proposito delle polemiche che in questi ultimi mesi hanno coinvolto Cuba ed il suo Governo, il Circolo di Senigallia, con una lettera inviata al Direttivo Nazionale dell’Associazione (che potrete leggere su un post pubblicato nel nostro sito il 27 febbraio scorso) ha preso una posizione chiara.
Per ribadire le nostre preoccupazioni pubblichiamo l’articolo uscito ieri sul quotidiano ‘il manifesto’ firmato dallo scrittore cubano Guillermo Rodríguez Rivera che, a nostro avviso, interpreta nel migliore dei modi la situazione che sta vivendo Cuba ed il grave pericolo che incombe sul suo futuro “…da una parte i contro-rivoluzionari, che la rivoluzione non vogliono rifondarla ma cancellarla … Dall'altra parte, una burocrazia impaurita o soddisfatta che non vuole il benché minimo cambiamento perché tutto continui uguale e, se alla fine fossero loro stessi a distruggere la rivoluzione, per poter divenire «la nuova classe» dominante e borghese, come è già accaduto in altre parti”.

Hasta la victoria siempre!

di Guillermo Rodríguez Rivera - 'il Manifesto' del 15/04/10.
Il trovador Silvio Rodríguez dà note e versi alla sua protesta: cambi ineludibili ma dentro la rivoluzione
Nel suo ultimo disco, il grande trovador cubano Silvio Rodríguez, ha chiamato a quello che definisce un Secondo appuntamento (Segunda cita) Il precedente era stato l'appuntamento «con gli angeli». A esso risposero alcuni degli angeli visibili tra noi esseri umani: Giordano Bruno, l'eretico condannato per liberare la mente degli uomini contro la menzogna; Federico García Lorca, il poeta assassinato dal fascismo e dai pregiudizi; José Martí, caduto lottando a fianco dei «poveri della terra»; le centinaia di migliaia di morti di Hiroshima, quando una superpotenza volle chiarire qual era il paese poderoso a cui tutti gli altri dovevano inchinarsi; l'odio razzista che assassina quelli che chiedono giustizia ed uguaglianza, come Luther King; il fanatismo che diventa terrorismo come nei due terribili 11 settembre: quello della morte di Allende, che volle migliorare con mezzi pacifici la vita dei cileni, e quello del criminale abbattimento delle torri gemelle newyorkesi.
In questo Secondo appuntamento, credo che Silvio convochi e unisca tutti noi cubani che abbiamo discusso sul richiamo del presidente Raúl Castro sulle possibili soluzioni ai gravi problemi che il popolo soffre e conosce. Un nuovo appuntamento con la storia, che vuole ripercuotersi sulla vita quotidiana, sulla vita reale dei cubani.
Tutto sembra indicare che è ritornato il Silvio che volle «lasciare la casa e la poltrona» nei tempi eroici del Che o che affrontò i burocrati della cultura in «Devo dividermi in due». Ma sono cambiati i tempi e le circostanze. Per di più, il disco esce nel mezzo di una feroce campagna mediatica scatenata contro la rivoluzione cubana subito dopo la morte per sciopero della fame, del detenuto Orlando Zapata Tamayo.
Il disco esce in un mare molto agitato per via del confronto tra la Cuba rivoluzionaria e i suoi nemici, e in questo mare agitato vogliono pescare i nemici permanenti delle idee che la Nueva Trova cubana ha sempre difeso, e vorrebbero prendere all'amo sia Pablo Milanés che Silvio Rodríguez.
L'esiliato Hernández Busto, che ha chiesto l'intervento militare Usa a Cuba, ha detto che solo il suo prestigio evita a Pablo di essere arrestato, guardandosi bene però da ricordare le parole di Pablo sulla Cuba che desidera: «Con i Castro, ma con cambiamenti».
La stampa spagnola nasconde o minimizza il pensiero dei due trovadores e batte sul diffuso desiderio di cambi essenziali nel paese, che ovviamente essi condividono, manipolando le loro vere posizioni e presentandoli come se fossero passati dall'altra parte.
Silvio ha sottolineato l'incapacità delle recensioni uscite all'estero di capire e e valutare le idee lui ha voluto mettere in gioco. Il disco è uscito in Argentina e Spagna, ma lui sostiene che è profondamente legato alla nostra realtà cubana e i suoi recensori stranieri non conoscono abbastanza Cuba per capire ciò che Secondo appuntamento dice.
Un esempio: il quotidiano spagnolo El País, enfatizza questi versi della canzone che dà il titolo al disco. I versi che dicono: «Quisiera ir al punto naciente/ de aquella ofensiva/ que hundió con un cuño impotente/ toda iniciativa» (vorrei andare al punto nascente/ di quella offensiva/ che ha affondato con un conio impotente/ qualsiasi inizitiva). Per loro la «offensiva» di cui parla è la rivoluzione stessa.
Ma noi che abbiamo vissuto i tremendi anni della rivoluzione e sappiamo come la pensa Silvio, capiamo benissimo che non allude alla rivoluzione del '59, ma alla «offensiva» del marzo del '68 che cancellò qualsiasi attività economica non statale, le imprese medie e piccole e perfino il semplice lavoro individuale privato, e introdusse mali che non conoscevamo dopo 7 anni di socialismo e che da cui non siamo più riusciti a liberarci da allora. Ovvero la mentalità di aspettarci tutto dallo Stato, perché lo Stato era tutto e qualsiasi iniziativa al di fuori di esso era illegale. E' a partire da lì che «affondò ogni iniziativa» e compave la passività propria della «mentalità del piccione»; che cominciò quella «deviazione delle risorse» (un eufemismo), che ha generato l'inevitabile abitudine di procurarsi le cose nell'unico posto in cui c'erano: nei forniti e incontrollati magazzini statali; che alla fine si arrivò al punto, sebbene l'economia non ne avesse bisogno e anzi ne risentisse, per cui lo Stato dovette dare un'occupazione a tutti coloro che aveva lasciato senza i mezzi per vivere, col risultato di produrre di meno e spendere di più.
Affrontare questi vecchi errori, è il senso di ciò che Silvio chiama «rifondare la rivoluzione» o «tornare a fare il viaggio verso i semi di José Martí». Riconoscere dove ci siamo sbagliati e darci un Secondo appuntamento con la storia per ottenere ciò che abbiamo perso per strada: dall'autentico sviluppo della rivoluzione, fino «al passato di una certa ragazza che camminava di notte per il Vedado, leggera e ubriaca».
Questa è la prospettiva del Secondo appuntamento, che si trova ad affrontare molti e diversi nemici. Da una parte i contro-rivoluzionari, che la rivoluzione non vogliono rifondarla ma cancellarla e che farebbero carte false per avere al loro fianco Pablo Milanés e Silvio Rodríguez. Dall'altra parte, una burocrazia impaurita o soddisfatta che non vuole il benché minimo cambiamento perché tutto continui uguale e, se alla fine fossero loro stessi a distruggere la rivoluzione, per poter divenire «la nuova classe» dominante e borghese, come è già accaduto in altre parti.
Non so se Silvio sarà d'accordo con me, ma Secondo appuntamento è un manifesto, un appello a cui noi cubani dobbiamo rispondere: quello di un cambiamento rivoluzionario.
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venerdì 19 marzo 2010

Ma !?! ... anche a Cuba si vota?


Juan Marrero - Cubadebate.cu
A qualcuno nel mondo deve avergli suonato strano l’annuncio del Consiglio di Stato Della Repubblica di Cuba che ha convocato per Domenica 25 Aprile le elezioni delle 169 Assemblee Municipali del Poder Popular.
Questo è perfettamente comprensibile in quanto è uno dei componenti principali della guerra mediatica contro la Rivoluzione Cubana, che puntualmente nega o ignora la realizzazione di elezioni democratiche: le parziali, ogni 2 anni e mezzo, per eleggere i delegati, e le generali, ogni 5 anni, per eleggere i deputati nazionali delle assemblee municipali.

Cuba entra nel suo tredicesimo processo elettorale dal 1976 con la partecipazione entusiasta e responsabile di tutti i cittadini maggiori di 16 anni. In questa occasione si tratta di elezioni parziali.
Con la disinformazione e l’esclusione delle elezioni a Cuba dall’agenda informativa, i padroni dei grandi mezzi di comunicazione hanno cercato di accreditare il sinistro messaggio che i dirigenti a Cuba non sono eletti dal popolo. Fortunatamente negli ultimi anni, soprattutto dopo l’irruzione del Web, il controllo mediatico si è ridiensionato velocemente e la verità sulla raltà cubana, nel campo delle elezioni e in altri settori, è venuta fuori.
Non dare informazione sulle elezioni, sulla salute, l’educazione, la sicurezza sociale e altri temi importanti, è un ordine che viene dai potenti padroni del mondo capitalista, che temono la propagazione dell’esempio cubano a fronte della finzione di democrazia e libertà che essi stessi vendono e hanno venduto per secoli.
Apprezziamo, altresì, che l’implacabile scorrere del tempo è contrario a quelli che alzano questo muro di silenzio. Alcuni analisti “a pagamento” e politici difensori degli interessi dei nemici del popolo continuano ad affermare che “sotto la dittatura dei Castro a Cuba non c’è democracia, né libertà, né elezioni libere”. Si tratta di una menzogna che si ripete frequentemente, per onorare il pensiero di un ideologo nazista: “una menzogna ripetute mille volte si tramuta in verità”.
Voglio solamente commentare in questo articolo, il più brevemente possibile, quattro tappe del processo elettorale a Cuba, ovviamente suscettibili di miglioramenti, che marcano la differenza sostanziale con il meccanismo delle elezioni nelle cosiddette “democrazie rappresentative”. Questi aspetti sono : 1) Registro Elettorale, 2) Assemblee di nomina dei Candidati o Delegati, 3) Propaganda Elettorale, 4) Votazione e Scrutinio.
Il Registro Elettorale è automatico, universale, gratuito e pubblico. Quando viene al mondo, un cubano non solo ha diritto a ricevere educazione e salute gratuitamente, ma anche la certezza che al compimento dei 16 anni di età verrà iscritto automaticamente nel Registro Elettorale. Nessuno viene escluso per motivi di razza, sesso, religione o opinioni politiche. A nessuno viene chiesto un centavo per essere iscritto e men che meno viene sottosposto a pesanti pratiche burocratiche come esigere foto, timbri o impronte digitali. Il Registro è pubblico e si espone nei luoghi maggiormente frequentati dalla gente di ogni circoscrizione.
Tutto questo meccanismo garantisce che ogni cittadino possa esercire il suo diritto di eleggere o essere eletto e impedisce la possibilita di frodi, che sono molto comuni nei Paesi cosiddetti democratici. La base di queste frodi è che la immensa maggioranza degli elettori non sanno chi ha il diritto di votare, questo è appannaggio solo di pochi, e per questo ci sono morti che votano varie volte o, come succede negli Stati Uniti, numerosi cittadini vengono esclusi dal processo elettorale perchè già condannati da qualche tribunale, anche se hanno scontato la loro pena.
Quello che più differenzia le elezioni cubane dalle altre sono le assemblee di nomina dei candidati. In altri paesi l’essenza del sistema democratico è che i candidati sono designati dai partiti e che la lotta sia tra vari partiti e vari candidati. A Cuba non è cosí. I candidati non escono da nessuna macchinazione politica. Il Partito Comunista, forza dirigente della società e dello Stato, non è un’organizzazione con propositi elettorali. Non propone, non elegge, non revoca nessuno delle migliaia di uomini e donne che occupano ruoli rappresentativi nello Stato Cubano. Tra i suoi scopi non c’è, e mai ci sarà, quello di occupare banchi nelle Assemblee Municipali o nell’Assemblea Nazionale del Poder Polular. In ogni processo elettorale sono stati proposti ed eletti numerosi militanti del Partito Comunista, perchè i loro concittadini li hanno considerati persone con merito e capacità, non per la loro militanza.
I cubani e le cubane hanno il privilegio di proporre i loro candidati sulla base dei loro meriti e capacità, in assemblee di quartiere o di area, sia nelle città che nelle campagne. In queste assemblee si vota per alzata di mano e risulta “proposta” la persona che ottenga il maggior numero di voti. In ogni circoscrizione elettorale ci sono varie aree di nomina e la Legge Elettorale garantisce che almeno 2 candidati, fino ad un massimo di 8, possano apparire sulle schede per le elezioni del prossimo 25 Aprile.
Altro vantaggio del processo elettorale cubano è l’assenza della costosa e rumorosa propaganda, la commercializzazione presente in altri Paesi, dove c’è la corsa all’accaparramento di fondi. Nessuno dei candidati a Cuba può fare propaganda in suo favore e, ovviamente, nessuno ha bisogno di essere ricco o disporre di fondi o aiuti economici per farsi conoscere.
L’ultima caratteristica che vogliamo commentare è la votazione e lo scrutinio pubblico. A Cuba il voto non è obbligatorio. Come stabilisce l’Art. 3 della Legge Elettorale, è libero, segreto e ogni elettore ha diritto ad un solo voto. Quindi nessuno ha niente da temere se non si presenta al seggio il giorno delle elezioni o se consegna la sua scheda in bianco o annullata. In molti paesi il voto è obbligatorio e la gente va a votare per evitare multe, denunce o addirittura per evitare di perdere il posto di lavoro. Mentre in altri paesi, incluso gli Stati Uniti, la filosofia è che la maggioranza non voti, a Cuba è garantito che chi vuole votare possa farlo. Nelle elezioni fatte a Cuba dal 1976 ad oggi, in media, hanno votato il 97% degli elettori.
La conta dei voti è pubblica e possono essere presenti tutti i cittadini che lo desiderino, nonchè la stampa nazionale e straniera. Inoltre gli eletti sono tali solo se raggiungono il 50% dei voti validi, rendono conto ai loro elettori e possono essere revocati in qualsiasi momento del loro mandato.
La mia aspirazione è che, avendo spiegato semplicemente queste caratteristiche, un lettore non informato sulla realtà cubana risponda a qualche elementare domanda, come queste: Dove c’è maggior trasparenza elettorale e maggior libertà e democrazia? Dove si sono raggiunti i migliori risultati elettorali: in paesi con molti partiti politici, molti candidati e molta propaganda elettorale o nella Cuba di cui non si parla o quando se ne parla lo si fa per manipolare la sua realtà da parte dei grandi media monopolizzati da un pugno di imprese e magnati?
E aspiro, inoltre, a che un giorno, almeno nella grande stampa, cessi il muro di silenzio che si è alzato sulle elezioni a Cuba, o su altri importanti temi come la salute pubblica e l’educazione, e questo possa rappresentare per altri paesi che lo meritano un maggior rispetto e un futuro con più libertà e democrazia.
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mercoledì 10 marzo 2010

Risposta del Direttivo Nazionale alla nostra lettera sul caso Zapata.

Cari compagni del Direttivo del Circolo di Senigallia,
ieri nella riunione della Segreteria Nazionale abbiamo preso in esame la vostra lettera e, dopo averla dibattuta, sono stato incaricato di scrivervi la risposta.
La nostra opinione è che per redigerla vi siate basati su notizie non corrispondenti al vero, dato che Orlando Zapata Tamayo non ha ricevuto condanne per motivi di opinione, ma per reati comuni.
La sua attività delinquenziale inizia molti anni fa. Durante gli anni '90 e nei primi anni del 2000 è processato varie volte e condannato per disturbo all'ordine pubblico, danni, resistenza, violazione di domicilio, lesioni lievi, truffa (due volte), lesioni gravi (quando ha prodotto con un machete una ferita e una frattura lineare al cranio del cittadino Leonardo Simón).
Viene liberato su cauzione l'11 marzo 2003 e viene di nuovo arrestato il 20 dello stesso mese, quando viene condannato a tre anni, tenendo conto dei precedenti, per "vilipendio al Capo dello Stato" (in Italia la condanna per questo reato va da 1 a 5 anni).
Pur coincidendo le date del suo ultimo arresto con l'incarceramento dei 75 cosiddetti "dissidenti", il suo nome non fa parte di questa lista.
Da questo momento accumula in carcere, a più riprese, diversi anni di pena per indisciplina e azioni violente all'interno del carcere con aggressioni fisiche ai funzionari penitenziari.
Pretende di indossare un'uniforme bianca anziché quella di tutti gli altri carcerati, vuole una cucina per prepararsi in cella i cibi che gli portano dall'esterno, un televisore e un cellulare (tutte cose che gli altri carcerati - e non solo a Cuba - non hanno). Per questi motivi inizia uno sciopero della fame il 18 dicembre 2009 e, nonostante l'assistenza medica ricevuta sia all'interno del carcere, sia all'Ospedale Provinciale di Camagüey, sia all'Ospedale Nazionale dei Reclusi di La Habana, muore il 23 febbraio.
Riguardo l'assistenza ricevuta, c'è un video in Youtube con la testimonianza dei medici che l'hanno assistito e con la testimonianza della madre di Orlando Zapata Tamayo che ringrazia tutto il personale medico per quello che hanno fatto per cercare di tirar fuori suo figlio da questa assurda storia.
Il link per vedere questo video è: http://www.youtube.com/watch?v=b8kfIpv5VMU
E' successo in passato anche a personaggi famosi - ricordo ad esempio il Premio Nobel Saramago e lo scrittore Eduardo Galeano - di prendere per buone notizie che vengono fatte circolare unicamente per screditare la Rivoluzione cubana. Nel nostro lavoro di solidarietà con Cuba tutti i giorni ci imbattiamo in qualcosa di simile.
Per questo non solo occorre sviluppare sia la capacità di discernere ciò che è falso da ciò che è vero, ma anche l'immediata ricerca di fonti diverse da quelle dei soliti mezzi di comunicazione che rispondono a interessi opposti ai valori portati avanti dalla Rivoluzione cubana.
C'è un bellissimo detto al riguardo: "La menzogna può correre per cent'anni, la verità l'acciuffa in un secondo".
Un saluto a tutti voi.
Sergio Marinoni - a nome di tutta la Segreteria Nazionale Leggi tutto...

lunedì 1 marzo 2010

Con i migranti...siempre!


Perché il Primo Marzo
Se vi guarderete intorno, in questi giorni di fine febbraio e nel primo giorno di marzo, vedrete qualcosa di nuovo muoversi tra le vostre strade, nelle vostre piazze, nei mercati, dentro le scuole, nelle università. In tutto il paese, da Palermo a Venezia, da Treviso a Bari, da Trieste a Roma, una moltitudine di persone e di gruppi si sta organizzando per Esserci.
Questa idea nasce da lontano: il primo maggio del 2005 i Latinos negli Stati Uniti decisero di scioperare tutti insieme per protestare contro le condizioni di clandestinità cui erano costretti. Fu così che l'economia del paese più potente del mondo si fermò per 24 ore e i migranti si riversarono nelle piazze affermando la propria fondamentale presenza. A distanza di cinque anni anche anche l'Europa vivrà “un giorno senza di noi”. In Francia e in Spagna, in Grecia e qui in Italia, il primo marzo del 2010 sarà una giornata particolare.
Non si tratta soltanto di una protesta: non siamo semplicemente “contro”. Odiamo il razzismo e la xenofobia, combattiamo le leggi discriminatorie che sempre più restringono l'accesso ai diritti, escludendo milioni di persone che vivono su questo territorio solo in base al fatto che non sono formalmente dei cittadini italiani.
Ma la nostra presenza è molto di più: vogliamo essere l'ipotesi possibile di una società diversa, che non ha paura dei cambiamenti anche se sono profondi, l'umanità che si nutre delle differenze e cerca un linguaggio comune. Abbiamo voglia di aspettare il futuro guardando i nostri figli crescere insieme dentro scuole che non dividano i bambini su base etnica. Vogliamo che chi nasce e cresce in Italia venga riconosciuto come italiano e non rischi, dopo 18 anni di vita qui, di venire deportato in un paese che non ha mai visto. Vogliamo che la sicurezza esista per tutti, e che sia quella che solo i diritti e la libertà dallo sfruttamento possono portare. Vogliamo che chi fugge dalla guerra trovi asilo, ma anche che chi non ha voglia di fuggire non sia costretto a farlo.
Vogliamo che il diritto di restare non sia subordinato a un punteggio da raggiungere come una concessione, ma vada semplicemente vissuto ogni giorno nella costruzione di una quotidianità comune. Vogliamo che dell'immigrazione si smetta di parlare solo per strumentalizzarla e creare paura e allarme. Vogliamo che nessun uomo possa venire imprigionato solo perché “straniero”, come accade in Italia con i Centri di Identificazione e di Espulsione, o rimandato in un paese in cui troverà tortura e morte, come succede in Libia con i respinti nel Mediterraneo, o in Afghanistan dopo che anche dal porto di Ancona si respingono i profughi.
Vogliamo fermare l'erosione dei diritti e delle libertà che parte dai migranti e raggiunge tutti gli altri, perché la precarietà ci accomuna tutti e solo insieme possiamo combatterla. Vogliamo smettere di essere valutati solo come forza lavoro e in base al tornaconto economico di una società in crisi che ha bisogno sempre di lavoratori a basso costo e consumatori e mai di donne e di uomini.
Per questo il primo marzo non faremo la spesa, non telefoneremo, non spediremo i soldi a casa e chi potrà non manderà i bambini a scuola e non andrà a lavoro. Scompariremo per un giorno dalla sfera economica in cui sono confinate le vite precarie di questo paese, e appariremo nella sfera pubblica, dove le nostre azioni e le nostre opinioni possano contare e rappresentarci, diventare visibili e organizzate.
Ci vedrete tutti con qualcosa di giallo addosso, un palloncino, un nastro legato al braccio. Anche se dovremo andare a lavoro saremo parte di questo percorso. E dal giorno dopo continueremo insieme ad agire da cittadini che stanno già costruendo una società diversa. Leggi tutto...

domenica 28 febbraio 2010

Il Circolo di Senigallia sul caso Zapata.

Alla Segreteria Nazionale
Al presidente dell’Associazione


La morte dopo 85 giorni di sciopero della fame di Orlando Zapata Tamayo “ è una grande tragedia per la sua famiglia, per il movimento dei diritti umani a Cuba e per il governo cubano” questa dichiarazione è di Elizardo Sanchez della Commissione cubana dei diritti umani , organizzazione ritenuta illegale ma tollerata dal governo dell’Avana. Potremo chiamare Sanchez mercenario al soldo degli USA o più semplicemente gusano ma almeno per questa volta, secondo noi, ha ragione. La morte di Zapata è una tragedia che, oltre ad alimentare le solite critiche interessate delle lobby mafiose di Miami, dell’ amministrazione USA (ora è il turno di quella del nobel per la pace con l’elmetto Obama), dell’UE e degli oppositori interni come la furba bloguera Yoani Sanchez nuova star internazionale della dissidenza cubana, soprattutto si ritorcerà contro la credibilità di Cuba, del suo governo e di chi, come noi, vede nel suo modello di società la critica più concreta al nostro malato capitalismo e quindi impiega il proprio tempo e spende la propria passione per sostenere questo.
Limitarsi a denunciare le strumentalizzazioni Usa contro Cuba e ricordare le violenze che si commettono a Guantanamo, l’ingiustizia subita dai 5 Eroi Cubani reclusi da quasi 12 anni nelle carceri Nordamericane o il fatto che nelle nostre carceri nel 2010 si sono registrati già 10 casi di suicidio senza affrontare i problemi che questa morte comporta come ha fatto in un comunicato l’ufficio stampa della nostra Associazione (http://www.italia-cuba.it/associazione/segreteria/comunica_copy(47).htm) a noi del Circolo di Senigallia che pure siamo da sempre al fianco della Rivoluzione cubana nel sostenere che “un altro mondo è possibile” sembra un atteggiamento quanto meno pretestuoso. Le violazioni dei diritti umani si sommano e si condannano, non si compensano. Secondo noi, l’interrogativo che oggi l’Associazione di Amicizia Italia-Cuba dovrebbe porre al governo cubano è se, in questo “altro mondo” per la cui realizzazione ci battiamo insieme fin dal 1961, sia giusto che un essere umano possa accumulare 36 anni di reclusione per reati d’opinione ed essere lasciato morire come è morto Orlando Zapata.
Senigallia, 26 febbraio 2010.
Il Direttivo del Circolo “Sado Sadovski” di Senigallia. Leggi tutto...

venerdì 12 febbraio 2010

HONDURAS: SEMI DI VERITA’


di Fulvio Grimaldi
Dice il superstizioso che il 17 non porta bene. Noi che superstiziosi non siamo abbiamo confermato la fallacia dell’assunto: il 17 porta benissimo per un’informazione che non sia serva o complice delle balle dell’Impero. Specie se si tratta di 17 su 20. Infatti, in 20 giorni, con Esly Banegas, dirigente sindacale e membra del direttivo del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare in Honduras, abbiamo percorso qualche migliaio di chilometri per portare a quanta più gente possibile la storia di un colpo di Stato, della conseguente dittatura, della straordinaria resistenza di un popolo a questo inizio della controffensiva Usa tesa a recuperare ciò a cui, a partire dalla rivoluzione cubana, l’imperialismo aveva dovuto rinunciare nel Continente. Una storia pervicacemente occultata o deformata dall’informazione ufficiale e dal mondo politico. E siamo orgogliosi del fatto che di queste 17 iniziative, dal Nord al Sud del paese, ben dieci erano state volute e magnificamente organizzate dai circoli di Italia-Cuba. Segno che in questa trincea, presieduta dai compagni dei nostri circoli, la coscienza internazionalista e la determinazione a stare accanto ai grandi movimenti di liberazione ed emancipazione dell’America Latina è viva più che mai, a dispetto di abbandoni, perdite di memoria, ignavia.

Nell’oceano gelato del silenzio su ciò che non aggrada ai grandi media e ai loro padrini, il nostro tour ha avuto la funzione del rompighiaccio, portando ovunque le immagini e la viva voce della testimone di uno degli accadimenti più drammatici e geopoliticamente significativi verificatisi nello scenario latinoamericano. Il 28 giugno dell’anno scorso, in Honduras, si è tornati di colpo all’11 settembre del 1973, giorno che segnò per l’America Latina, con l’uccisione di Salvador Allende e l’installazione in Cile del dittatore Augusto Pinochet, l’inizio della nixoniana e kissingeriana “Operazione Condor”, accompagnata da dittature filo-yankee in tutto il Cono Sud. Dittature sanguinarie che, con le successive oligarchie pseudo democratiche, dovevano imporre nel “cortile di casa degli Usa” la predatrice economia neoliberista ambita della multinazionali, dal FMI e dalla Banca Mondiale. Al termine di quell’operazione, nei paesi dell’America Latina la ricchezza si era in media polarizzata in questi termini: il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, l’80% di arrabattava ai margini della sopravvivenza con il residuo 10%. Un quadro tragico, di oppressione, fame, miseria, devastazione economica, sociale, culturale, morte, nel quale la sola Cuba resisteva indefessa, sia nella sua lotta in difesa delle grandi conquiste della rivoluzione, sovranità e giustizia sociale, sia nell’intervento, ovunque nel mondo ce ne fosse il bisogno, per la promozione di sanità, istruzione, benessere.

Quello il mio documentario, girato nell’immediato dopo-golpe, in piena esplosione di rivolta delle masse honduregne, e il racconto di una testimone impegnata in prima fila nella resistenza alla dittatura portavano al pubblico italiano era la storia dell’esordio di una nuova cospirazione alla Kissinger, un’ “Operazione Condor II”, lanciata da Washington in risposta alla travolgente avanzata, nel segno del modello cubano e della nuova spinta bolivariana del Venezuela, di milioni di persone del Cono Sud verso la sovranità dei loro paesi e l’uscita dall’esclusione e dallo sfruttamento. La cacciata del presidente Manuel Zelaya, colpevole di aver attuato riforme economiche e sociali a vantaggio dei ceti emarginati (l’Honduras è il secondo paese più povero del Continente, dopo Haiti), di aver ripreso rapporti di amicizia con Cuba (i cui medici e insegnanti erano presenti a centinaia nel paese), di essere entrato nell’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America (ALBA), era stata seguita dalla piena cilenizzazione dell’Honduras. Esly ha commentato le immagini della brutalità repressiva del regime sotto l’usurpatore Roberto Micheletti, parlandoci delle cariche alle insopprimibili manifestazioni di protesta, giorno dopo giorno per 7 mesi, degli squadroni della morte composti anche da paramilitari colombiani e guidati da esperti del Mossad israeliano, degli assassinii, sequestri di persona, torture, stupri di prigioniere politiche, sparizioni, violazioni di tutti i diritti umani, tutti compiuti nel silenzio omertoso di quella che si permette di definirsi “Comunità internazionale”, pur rappresentando meno di un ottavo dell’umanità.

Ha smascherato il complotto progettato per una cosmesi “democratica” del golpe, attraverso finti negoziati, però sistematicamente sabotati dai gorilla della giunta e dagli inviati di Hillary Clinton, e finte elezioni (29 novembre), alle quali, sotto la minaccia delle baionette e dei licenziamenti, aveva partecipato appena il 30% degli aventi diritto. Ne è uscito un nuovo fantoccio dell’oligarchia, Porfirio Pepe Lobo, dell’ultradestro Partido Nacional, ma la risposta del popolo si è vista in un boicottaggio elettorale, indetto dal Fronte della Resistenza, che ha visto la stragrande maggioranza rifiutare il ricatto e la frode imposti dalla dittatura.

Ma Esly ci ha anche esaltato alla narrazione dell’incredibile resistenza di massa, del tutto inattesa in un popolo che, dalle stragi Contras degli anni’80, quando un’intera generazione era stata annientata, non era più apparso sulla scena della politica nazionale e internazionale. Il 28 giugno 2009 è esploso quanto si era accumulato di collera e presa di coscienza in genti, indigene, creole, meticce, lasciate ai margini della vita e oltre quelli della dignità, da quando la “repubblica delle banane” dell’United Fruits, oggi Chiquita, era servita, oltre alla depredazione multinazionale e oligarchica di tutte le sue ricchezze, come base d’assalto Usa contro Cuba (Baia dei Porci), il Nicaragua dei sandinisti, il Salvador del Fronte Farabundo Martì, il Guatemala degli inenarrabili massacri dei regimi fascisti istigati dagli Usa. Ci ha spiegato come ci fosse stato un precedente della rinascita. Nel 1998 l’uragano Mitch devastò il paese e produsse migliaia di vittime. Lo Stato, detto “delle 10 famiglie” che depredano il paese, rimase inerme e inetto davanti al disastro. Si mossero invece una miriade di organizzazioni locali o di categoria, fino allora impegnate nelle rivendicazioni di settore, che si unirono in un unico sforzo coordinato, di riparo ai danni, di soccorso ai feriti e a senzacasa, di riconnessione dei fili di una comunità nazionale frantumata dalla strategia padronale e dalla furia naturale. Un’unità di interesse e di visione che è rimasta e dalla quale è fiorito spontaneamente quel gran concorso di uomini, donne, associazioni, sindacati, collettivi, lavoratori, contadini, indigeni, artisti, insegnanti, femministe, studenti, che ha saputo opporre ai golpisti e alle mene imperialiste una forza che ha sorpreso il mondo e che, perciò, gran parte del mondo ha taciuto.

Ai circoli che hanno voluto, con ammirabile impegno e generosità, ospitare la nostra iniziativa, è venuto in cambio la consapevolezza del significato che il golpe ha per l’America Latina tutta e per il mondo. In un momento in cui si rinnova e si rafforza l’assedio Usa a Cuba, ancora una volta soffocata dal blocco, si accerchia il Venezuela bolivariano con sette basi nella colonia Usa Colombia, quattro in Panama, due nelle Antille Olandesi, si provocano movimenti destabilizzanti contro i governi progressisti di Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Nicaragua, si occupa militarmente Haiti con il pretesto del terremoto, anche per porsi a un tiro di sasso da Cuba, si attiva la IV Flotta Usa contro le coste caraibiche e sudamericane, il complotto contro l’Honduras membro dell’ALBA segnala lo scatenamento dell’offensiva nordamericana per riprendersi ciò che i popoli hanno strappato all’impero. Per gli Usa si tratta di spegnere quella luce in fondo al tunnel che, a partire da Cuba e dal Che, l’America Latina aveva acceso a beneficio di tutti i popoli che soffrono l’oppressione, le rapine, l’aggressione, dei potenti del mondo. Quando, a Bracciano, ha chiuso il suo viaggio con il Circolo della Tuscia, organizzatore del tour, Esly ci ha fatto una richiesta: “Non abbandonateci”. Infatti, non ci conviene.
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