martedì 15 marzo 2011

Libertà per i cinque con Silvia Baraldini.


di Marcello Pesarini
“I cinque compagni possono essere liberati come fu per me. Una pressione continua, convinta, da parte dei compagni e dei democratici di tutto il mondo può influenzare il governo USA: non provarci sarebbe sbagliato”. Dalle parole di Silvia Baraldini, all’assemblea organizzata da Italia-Cuba ad Ancona per la liberazione dei 5 cubani detenuti nelle prigioni USA dal 12 settembre 1998 con l’accusa di spionaggio, quando stavano cercando di sventare gli attentati dei cubani anticastristi viventi negli USA, ricaviamo una conferma della necessità di unire cuore e ragione nel nostro impegno.
L’iniziativa, introdotta dalla presentazione di Albina Caldarelli, segretaria del circolo di Senigallia, entra con le sue parole nella “Isla”: i gemellaggi tra i coordinamenti regionali dell’associazione e le province cubane sono testimonianze di cooperazione nelle quali gli aiuti per superare il “bloqueo” permettono ad uno dei sistemi sanitari più avanzati e capillari del mondo di continuare nel suo servizio verso la popolazione cubana, ma anche verso i cooperanti. Giulia Torbidoni, collaboratrice del Manifesto, introduce Silvia ricordando come lei sia stata una delle prime vittime, sempre negli USA, della legislazione Rico nata contro le trame mafiose, durante la sua militanza rivoluzionaria. Ora è lei, la donna condannata ingiustamente a 43 anni di carcere duro nel 1983, tornata a finire di scontare la sua pena in Italia solo nel 1999, e liberata grazie all’indulto nel 2006, che si emoziona parlando di Assata Shakur, la militante nera alla cui liberazione aveva contribuito, a ringraziare quella donna, perché con le sue azioni ha reso utili e significative anche quelle di Silvia. Nell’emozione del suo racconto trova spazio la condanna alla stupidità delle istituzioni totali come le carceri, che se indirizzate solo ad annullare il detenuto non solo sono incostituzionali ( vedi art.27, rieducazione) ma non rispondono neanche al bisogno sempre più indotto di sicurezza. Si collega alla situzione marchigiana Marcello Pesarini dell’Osservatorio marchigiano sulle carceri, citando la scuola di approfondimento aperta da Ristretti Orizzonti e leggendo un brano di Graziano Scialpi, detenuto morto recentemente, spesso accusato di simulazione. Silvia risponde alle domande di chi si chiede perché mai gli USA siano considerati in Italia come patria della democrazia, e le fa eco Roberto Mancini, capogruppo di Partecipazione a Senigallia, insegnante fra gli insegnanti che difendono e vogliono riproporre la scuola pubblica come investimento verso le nuove generazioni e verso la democrazia: la libertà e la dignità non si mettono sulla bilancia con nulla, sono intoccabili. Proseguono i racconti, gli scambi di regali, anche la sciarpa dell’associazione polisportiva Assata Shakur da anni attiva in Ancona nell’antirazzismo, le domande irrisolte, i salti di generazione, ma lei si alza, prima di dare spazio alla cena sociale, e ci ricorda: il 5 di ogni mese scrivete alla Casa Bianca per chiedere la liberazione di Ramon, Renè, Fernando, Gerardo, Antonio, perché se gli USA vedono che il movimento non è episodico ne possono tenere conto. Lo dovremmo fare per le cose a cui teniamo di più in questo momento: essere costanti e, quando non va bene, interrogarci sul perché. Grazie, Silvia. Leggi tutto...

giovedì 10 marzo 2011

13 anni d'ingiustizia!


Silvia Baraldini ad Ancona per parlare dei 5 cubani imprigionati da 13 anni negli Usa
Sabato 12 marzo, alle 18, al circolo Germontari l’incontro con l’attivista italiana


Silvia Baraldini ad Ancona. Sabato prossimo, 12 marzo, alle ore 18, l’attivista italiana per i diritti civili dei neri, studiosa ed esperta del continente americano, sarà al circolo operaio Germontari – Arci (via colle verde, 2 – zona Grazie), per parlare della vicenda dei 5 cubani antiterroristi, da tredici anni rinchiusi ingiustamente nelle prigioni statunitensi. L’iniziativa è stata organizzata dal circolo “Sado Sadovski” di Senigallia dell’Associazione nazionale di amicizia Italia – Cuba e sarà l’occasione per parlare, a partire dalla vicenda dei 5 cubani e di Silvia Baraldini, di carcere e ingiusta detenzione.

La vicenda inizia nel 1998 quando 5 cittadini cubani vengono incarcerati negli Usa con l’accusa di cospirazione. I cinque si trovavano a Miami per monitorare le attività dei gruppi terroristi che risiedono e operano dalla Florida contro l’isola delle Antille. Nel 2005 la storia dei cubani viene esaminata da un Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite che, a conclusione delle indagini, definisce la loro detenzione “arbitraria e in contrasto con l’articolo 14 della Convenzione internazionale dei diritti civili e politici della quale fa parte gli Stati Uniti”. Non solo. Secondo l’Onu, il processo con cui sono stati condannati non si è svolto “con le norme del processo giusto” e, quindi, il governo degli Usa deve “adottare i mezzi necessari per porre rimedio a questa situazione”. L’anno seguente, anche la Corte d’Appello di Atlanta ha chiesto l’annullamento del processo del 1998. Ad oggi, però, i 5 cubani sono ancora imprigionati negli Stati Uniti.

Una vicenda, quella dei 5 cubani, che si accosta a quella di Silvia Baraldini. Membro del partito rivoluzionario delle Black Panther Party che lottava per i diritti civili dei neri, fu condannata nel 1983 a 43 anni di reclusione per concorso in evasione, associazione sovversiva e ingiuria al tribunale per non avere denunciato gli altri membri del movimento comunista “19 maggio” di cui faceva parte.
Una pena considerata da molti sproporzionata e ingiusta. Alla Baraldini, inoltre, venne applicata la legge Rico, usata nei casi di mafia, che prevedeva di fare scontare a una singola persona le accuse contestate all’intero gruppo di appartenenza.
Dopo 16 anni di carcere negli Stati Uniti, nel 1999 Silvia Baraldini è tornata in Italia grazie all’impegno dell’allora ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto. Nel 2006, per effetto dell’indulto, è stata scarcerata, anticipando di 2 anni l’uscita di prigione.

Dunque, l’ingiusta detenzione sarà al centro dell’incontro di sabato pomeriggio. Tema a cui si aggiungerà la riflessione sull’attuale situazione delle carceri italiane, tra sovraffollamento e difficoltà di garantire i diritti fondamentali ai detenuti.
All’incontro interverranno anche Roberto Mancini, capogruppo di Partecipazione al Comune di Senigallia e Marcello Pesarini dell’Osservatorio permanente sulle carceri.

La serata si concluderà con una cena (€ 20) il cui ricavato andrà a sostegno della campagna di informazione sul caso dei 5 cubani. (Info e prenotazioni ai numeri 333 3806715 – 335 423701 – 339 8242575 – 333 3745938)
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domenica 6 marzo 2011

E' scomparso Alberto Granado.


Nel 1951 Alberto Granado, con l'amico Ernesto Guevara, salì su una vecchia moto e partì per un viaggio attraverso l'America latina che avrebbe segnato il destino di entrambi, mettendoli di fronte al degrado e alla miseria di tanta parte della popolazione. Al loro ritorno, Ernesto avrebbe imboccato la strada dell'impegno rivoluzionario e Alberto si sarebbe dedicato alla cura dei lebbrosi. Si ritrovano nel 1961 nella Cuba conquistata da Fidel Castro, dove il comandante Che Guevara si era ormai stabilito. All'invito del compagno, Alberto lasciò il suo lavoro all'università di Caracas e si trasferì nell'isola, dove aprì una scuola di medicina e partecipò con entusiasmo alla costruzione di una nuova società.
Alberto Granado è scomparso oggi all'Avana all'età di 88 anni.
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mercoledì 2 marzo 2011

Le affermazioni di Vendola viste da una cubana in italia


di Lioneisy Savon
Pensavo di scrivere anch'io un post sull'argomento, ma vedo che sono stata anticipata e la cosa non può che farmi piacere. Quindi diffondo sotto, sperando di fare cosa gradita, il comunicato dell'Associazione Italia-Cuba, che commenta in modo particolarmente chiaro e deciso le ultime parole di Niki Vendola su Cuba. Ciò che mi preoccupa, e lo ritengo piuttosto allarmante per il futuro della democrazia italiana, è che se uno come Vendola, che è una persona onesta, intelligente e che stimo, la pensa così su Cuba, non oso immaginare come la pensino tutti quei politici italiani che non stimo affatto.

Lasciatemi quindi rivolgere alcune parole a loro, a quei politici e intellettuali italiani, specie di sinistra, che a volte con troppa leggerezza criticano Cuba. Smettetela di guardarci dall'alto in basso, chi è costretto a difendersi quotidianamente dagli attacchi di un gigante come quello statunitenste, non ha tante frecce al proprio arco e fa di necessità virtù. C'è molto ma molto di peggio al mondo contro cui scagliarsi. Informatevi prima di parlare. Se c'è un paese dove pace, libertà e indipendenza sono fattivamente perseguite e difese con le unghie e i denti, quella è Cuba. E' molto facile, quanto immorale, con i vostri canoni e cannoni di giudizio da salotto, sparare a zero su un paese autarchico che pur nelle difficoltà e ostacoli artificiali a cui è continuamente e sadicamente sottoposto dall'esterno, sopravvive con dignità. I cubani, se andiamo in profondità, sono più liberi di molti italiani. La vostra è il più delle volte una falsa ricchezza e di conseguenza una falsa libertà. Noi siamo poveri ma generosi, solidali e onesti. Noi che, nonostante un embargo economico che dura da 40 anni, stiamo in piedi grazie all'orgoglio combattivo e imperterrito del nostro Lider Maximo e del nostro multietnico popolo creolo.

Comunicato stampa dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba in risposta alle affermazioni di Nichi Vendola su Cuba


In alcuni quotidiani del 28 febbraio 2011 sono stati pubblicati stralci dell’intervento di Nichi Vendola alla Convention (sic!) di SEL al Palatenda di Roma. In uno di questi passaggi sono riportate le seguenti parole: “Io che ho amato il volto del Che dico che libertà e democrazia sono temi che devono valere anche per Cuba, se non ora, quando?”.

Dispiace constatare, una volta ancora, che un politico di professione, per di più di sinistra, dimostri una così scarsa conoscenza riguardo a questi due concetti, quando si parla di Cuba.

Il popolo cubano ha conquistato la propria libertà il 1° gennaio 1959, dopo una lotta di trent’anni contro il colonialismo spagnolo, poi di altri sessant’anni contro i governi o i dittatori imposti dagli Stati Uniti.

Il sistema democratico cubano ha il suo fondamento nella Costituzione della Repubblica di Cuba, approvata il 15 febbraio 1976 attraverso un referendum - con voto libero, uguale, diretto e segreto - dal 97.7 % dei voti della popolazione cubana. Lo scrutinio ha riportato questo risultato: su 5.602.973 elettori, 5.473.534 hanno votato “sì” e 54.070 “no”.

Dalla Costituzione deriva la Legge Elettorale che stabilisce che ogni cittadino cubano può essere eletto Delegato a un’Assemblea Municipale o a un’Assemblea Provinciale purché abbia compiuto 16 anni. Per essere eletto Deputato all’Assemblea Nazionale (Parlamento) occorre che abbia compiuto 18 anni.

Il Partito Comunista di Cuba non partecipa alle elezioni e non propone candidati.

La democrazia cubana è un sistema che garantisce ai propri cittadini non solo la possibilità di eleggere e di essere eletti, ma anche un ruolo attivo nella proposizione, nella scelta e nel controllo dell'operato dei propri rappresentanti istituzionali.

Ogni carica istituzionale, a qualsiasi livello, decade al termine di un mandato stabilito da una Costituzione approvata direttamente dal popolo cubano. Attraverso il processo elettorale i cittadini cubani possono decidere di confermare o di sostituire i propri rappresentanti.

L’aspetto economico non incide minimamente sul risultato delle elezioni, in quanto ogni candidato non deve spendere neppure un centesimo per la propria propaganda elettorale. Inoltre, chi viene eletto non ha nessun tornaconto economico dato che continua a percepire lo stesso stipendio, come se si trovasse al suo posto di lavoro.

La presenza di un cospicuo numero di donne elette al Parlamento – il 43 % nelle elezioni di gennaio 2008 – costituisce un indice di emancipazione e di uguaglianza nella società cubana, percentuale che pone Cuba ai primissimi posti nel mondo tra i paesi con maggiore presenza femminile nel Parlamento.

La partecipazione in massa dell’elettorato a tutte le elezioni dal 1976 fino a oggi – una trentina tra Nazionali, Provinciali e Municipali - sempre di gran lunga oltre il 95 % degli aventi diritto al voto pur non essendo obbligatorio andare a votare, dimostra che la trasparenza, la legalità e l’attaccamento del popolo a questo sistema sono inequivocabili.

I risultati delle ultime elezioni del 20 gennaio 2008 comprovano la solidità della Rivoluzione: le schede depositate nelle urne sono state 8.231.365 pari al 96.9 % degli aventi diritto al voto. Di queste, le schede ritenute valide sono state il 95.3 %, quelle bianche il 3.7 % e quelle annullate solamente l'1 %.

Il signor Vendola ha tutto il diritto di non gradire il sistema vigente a Cuba, ma lasci almeno al popolo cubano il diritto di stabilire se la propria sia una società libera e democratica.

Segreteria Nazionale

Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba Leggi tutto...

lunedì 28 febbraio 2011

Ancona 12 marzo incontro con Silvia Baraldini.


Invitiamo gli iscritti, i simpatizzanti ed i cittadini tutti
SABATO 12 MARZO
c/o Circolo operaio GERMONTARI–ARCI Via colle Verde, 2
ZONA GRAZIE ANCONA
ad un dibattito politico e ad una cena sociale con
SILVIA BARALDINI
Programma della serata:
Ore 18:00 dibattito con l’attivista italiana simbolo della lotta anticapitalista, bandiera dei movimenti antagonisti, comunisti e libertari che ha trascorso più di 16 anni nelle carceri USA sul tema
13 anni di ingiustizia!
L’odissea dei 5 antiterroristi cubani
dal 12 settembre 1998 tenuti prigionieri negli USA.

Introduce: ALBINA CALDARELLI segretaria del circolo Italia-Cuba
coordina: GIULIA TORBIDONI giornalista, collaboratrice de “il manifesto”
intervengono: ROBERTO MANCINI capogruppo di Partecipazione al comune di SENIGALLIA
MARCELLO PESARINI osservatorio permanente sulle carceri MARCHE onlus
Ore 20:30 cena di finanziamento della campagna d’informazione sui 5
Info e prenotazioni cena (entro il 10 marzo) ai numeri:
Albinella 333 3806715 - Rosalba 335 423701 - Giuseppe 339 8242575 - Maurizio 333 3745938 Leggi tutto...

venerdì 11 febbraio 2011

Cuba, ora, può entrare in linea con il mondo.


Leonardo Padura Fuentes*, L'Avana
Il cavo di fibra ottica che permetterà la connessione piena di Cuba al sistema mondiale di telecomunicazioni ha cominciato la sua strada sul fondo del mar dei Caraibi. Dalle coste del Venezuela fino a una spiaggia sud-orientale dell'isola, il cavo dovrà percorrere milleseicento chilometri, un progetto che costerà più di sessantatre milioni di dollari.
I benefici pratici dell'operazione, tuttavia, sono garantiti: una volta connessa attraverso il cavo, Cuba cesserà di dipendere dalla più costosa e lenta comunicazione satellitare e fruirà di una velocità di trasmissione pari a 320 gigabytes in ciascuna delle due paia di fibra ottica, per cui aumenterà di tremila volte la sua capacità di trasmettere dati, voci e immagini. Inoltre, il paese potrà ricevere segnali telefonici e televisivi.
Questo progetto, sostenuto dai governi di Cuba, Venezuela e Giamaica, fa parte del «Sistema internazionale di telecomunicazioni Alba I» ed è uno dei vari programmi di collaborazione fra i paesi della regione affiliati nel blocco dell'«Alternativa bolivariana per le Americhe». La conclusione di questo impegno è prevista per i primi mesi delle seconda metà dell'anno e allora si produrrà la scintilla che metterà le telecomunicazioni cubane al livello oggi esistente in quasi tutto il pianeta. Ovvero «in linea con il mondo», secondo lo slogan dell'Impresa cubana delle telecomunicazioni.
Intorno a questi fatti e dati concreti, cominciano allora a sorgere i più diversi interrogativi rispetto al modo in cui la nuova capacità di connessione sarà amministrata dalle autorità dell'isola, vista la problematica relazione esistita finora fra la società cubana e la connessione al cyberspazio.
Il primo paradosso viene dalla quantità di computer privati che esistono a Cuba, probabilmente una delle più basse al mondo in rapporto all'alto livello educazionale e informatico su cui conta il paese. Solo fino a tre anni fa, l'acquisizione di un computer e relative componenti presenti sul mercato delle vendite al minuto, era proibita per i cittadini cubani, anche se la loro importazione era già consentita dopo essere stata limitata per lungo tempo (come anche l'uso dei telefoni cellulari). Questa barriera, via via aggirata attraverso strade alternative come quella di acquisire un computer tramite uno straniero residente nell'isola, o tramite una istituzione cubana con licenza di accedervi, o per mezzo di qualche impresa a capitale misto, aveva (e ha) come secondo inconveniente il fatto che un computer arrivi a vendersi a prezzi (più di cinquecento pesos convertibili, più o meno quattrocento euro) che risultano impossibili per la maggioranza dei cittadini che dipendono da un salario statale pari più o meno a venticinque pesos convertibili mensili (venti euro).
Ancor più complesso è stato - ed è - il rapporto fra i cubani e le comunicazioni per via digitale. Fino a quando non si produrrà la connessione del cavo di fibra ottica, il paese continuerà a dipendere unicamente dal satellite, più caro e lento, dal momento che il ricorso alla fibra ottica era stato impedito anch'esso dall'embargo imposto dagli Stati uniti (il cavo che unisce Miami a Cancún, in Messico, passa a soli trenta chilometri dalle coste cubane). Questa realtà pratica e tecnologica è stata quella che ha impedito, finora, la possibilità di un maggiore accesso dei cubani ai benefici di internet e alla comunicazione attraverso la posta elettronica, a cui il governo ha dato un «uso sociale» privilegiando istituzioni e centri di lavoro rispetto a individui e privati.
E' per questa ragione che solo attraverso un account e un server intestati a un'istituzione dello stato o del governo o a una entità riconosciuta, i cubani possono avere accesso a diversi tipi di comunicazione, che vanno dalla posta elettronica con o senza uscita internazionale, o dall'ingresso a una rete interna (intranet) fino all'entrata nella rete internazionale, ma solo nel caso di persone (fra anch'io) a cui è stato permesso per ragioni di lavoro.
La nuova situazione che si aprirà una volta avviata la connessione di Cuba al cavo di fibra ottica, cambierà radicalmente (o almeno di tremila volte ) lo stato di cose attuale e, potenzialmente, potrà consentire l'accesso alla rete a tutti coloro che sono interessati (e che hanno la possibilità materiali di farlo), una volta superate le difficoltà tecnologiche che lo impedivano. Quindi, molto presto il rapporto dei cubani con la comunicazione digitale dipenderà solo dalla volontà politica con cui il governo affronterà queste realtà e le relative sfide che un accesso aperto all'informazione e alle comunicazioni implicano per un paese come Cuba.
Per una società moderna e contemporanea, il pieno ingresso ai canali informativi della rete è, più che una comodità, una necessità in cui si misura il suo sviluppo. Il mondo di oggi ha superato l'era industriale per entrare in una nuova tappa storica, l'era digitale, nella quale molti codici economici, sociali e anche politici si vanno trasformando, rivedendo, disfacendo, e l'uso delle comunicazioni cibernetiche disimpegna un ruolo decisivo in questo processo di carattere globale.
Nel pieno della politica di riordianemento economico che si è avviata a Cuba, con le conseguenti modificazioni che l'economia (meno centralizzata, più aperta agli investimenti stranieri, con notevole partecipazione del capitale privato) provocherà nella sfera sociale, l'entrata completa dei cittadini cubani nella trama delle comunicazioni digitali rappresenta (e sempre ha rappresentato) un passo avanti per il presente e per il futuro economico e sociale del paese...
Intanto, il cavo si avvicina all'isola e, insieme a lui, fatti incontesabili e domande a cui rispondere.
* Scrittore e giornalista cubano
**©Ips-il manifesto.
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lunedì 31 gennaio 2011

L'attualità di Marx.



Un operaio FIAT che lavora alla catena di montaggio percepisce mediamente un salario lordo mensile di 1750 euro. Il che equivale a dire che quell’operaio a fine anno si mette in tasca (si fa per dire) approssimativamente 22750 euro (tredicesima compresa). Stando ai dati sulla produttività FIAT, il nuovo totem padronale a cui sacrificare i diritti e salari, quello stesso operaio lavorando 40 ore a settimana nello stabilimento di Mirafiori in un anno costruisce l’equivalente di 24 Punto. Mettiamo ora il caso che al nostro operaio durante l’anno preso in esame non vengano fatte pagare le tasse (per par condicio con i padroni che lo fanno sistematicamente), che riesca a non spendere per (sopra)vivere nemmeno un centesimo del suo salario e che dopo tante rinunce decida di comprare le automobili che ha materialmente prodotto. Col suo salario annuale quante Punto riuscirà ad acquistare? Stando ai prezzi di listino attuali ognuna delle 24 macchine che lui ha prodotto vengono vendute a 11.900 euro (modello base), per cui a conti fatti non se ne potrebbe portare a casa nemmeno 2 (per la precisione 1,91). E le altre 22 che fine fanno? Ovviamente se le intasca il padrone perchè quello è il plusvalore che è riuscito ad estorcere a quell’operaio. Ora, sempre stando ai dati diffusi da Marchionne nello stabilimento polacco di Tichy, quello che questa estate veniva agitato come uno spauracchio su cui far convergere gli investimenti in caso di mancato accordo a Pomigliano, un operaio in un anno produce circa 98 Fiat-500. Rifacciamo dunque gli stessi conti visti prima tenendo però presente a quanto corrisponde il salario annuo lordo di un operaio polacco con una discreta anzianità (32523 Zloty = 8400 euro) e quant’è il prezzo di listino del modello base della Fiat-500 in Polonia (50500 Zloty = 13043 euro). Quindi a fine anno l’operaio polacco di auto se ne potrebbe comprare al massimo 0,5, mentre la quota di plusvalore estorta dal padrone sale a 96,5 automobili. Questa differenza del livello di sfruttamento (dietro cui ci sono ritmi più o meno intensi, orari più o meno lunghi, turni più o meno umani…) è il portato di decenni di lotte operaie, di scontro tra Capitale e Lavoro, ed è proprio questo il gap che Marchionne si propone di colmare. Al di la della falsa retorica efficientista e modernizzatrice l’orizzonte verso cui muove l’ad della FIAT è quello della completa restaurazione del modello ottocentesco delle relazioni industriali, e nel far questo il buon Marchionne si pone di fatto come testa di ponte per il resto del padronato italiano. Questo spiega anche il valore e la centralità non solo e non prettamente simbolica dello scontro in atto alla FIAT, e spiega pure l’importanza che assume in questo momento lo sciopero di ieri al di la delle sigle e delle appartenenze sindacali. Uno sciopero di categoria che dev’essere interpretato come un passaggio verso lo sciopero generale (e generalizzato).

PS prima che qualche purista del marxismo si risenta è ovvio che la definizione del concetto di plusvalore che abbiamo fornito è estremamente semplificata e rozza, del resto è anche vero che tutti gli esempi lo sono. Leggi tutto...

domenica 16 gennaio 2011

Seremos como el Che! Grazie compagni di Mirafiori.

Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia. Ernesto 'Che' Guevara (da Opere, v. 3, pt. 1)


Nonostante il ricatto di Marchionne, la campagna mediatica monocorde e l’appoggio bipartisan di PD e PDL GLI OPERAI DI MIRAFIORI HANNO VOTATO NO. Su 5139 votanti 2735 si sono espressi per il SI, 2325 per il NO, mentre le schede bianche o nulle sono state 79. Ma se a questi numeri sottraiamo il voto dei colletti bianchi, dei capi, degli ingegneri, dei cronometristi, insomma di chi campa sulle spalle di chi lavora, allora la situazione si ribalta. Perchè, dati alla mano, gli impiegati hanno votato compatti per il SI, 421 contro 20. Per cui se sottraiamo questi numeri a quelli complessivi si possono facilmente esplicitare i dati del voto operaio: 2305 NO e 2314 SI. Crediamo che questo sia un risultato enorme, soprattutto se si considerano le condizioni di ricatto in cui è maturato, un punto da cui ripartire. Per il padronato e per i suoi servi si tratta invece di una vittoria di Pirro, uno smacco. Perchè al di la delle dichiarazioni di facciata questi signori sanno bene che in una situazione del genere la fabbrica è difficilmente governabile. Perchè anche chi ha votato a favore dell’accordo lo ha fatto perchè costretto dalla paura e perchè il sindacalismo giallo ha dimostrato ancora una volta di non rappresentare o controllare quasi nessuno. L’imperatore Marchionne sarà quindi costretto a fare i conti con i ribelli, come nella cartografia dell’antica Roma negli uffici del Lingotto dopo Pomigliano compariranno leoni anche sopra Mirafiori, per indicare che quella fabbrica non è stata pacificata, che dentro ci sono operai che hanno lottato e che continueranno a farlo.Venceremos!

Dal sito www.ilmanifesto.it – di Rocco Di Michele.

Il risultato che il “fronte del no”, prima del voto, avrebbe sottoscritto senza problemi come una vittoria. Ma che dopo i quattro seggi del reparto montaggio – i “no” avevano prevalso in modo decisamente inatteso col 53% – suona come una beffa. Alla fine i “sì” hanno prevalso solo grazie al voto degli impiegati (421 favore, 20 contro), i meno toccati dall”accordo” nelle condizioni di lavoro.
La conclusione è giunta verso le sette di mattina, dopo una lunga notte in cui le operazioni sono andate decisamente a rilento anche a causa del “giallo” della sparizione di 58 schede al seggio numero 8, uno dei quattro del reparto montaggio. Poi si è visto che in realtà la commissione elettorale aveva sbagliato al momento della vidimazione delle schede, timbrandone appunto 58 in più. Questo dato cambia anche quello sull'affluenza: invece del 96,07% registrato inizialmente, in totale ha votato il 94,89 degli aventi diritto (5,154 lavoratori).
Dunque, come ha detto a caldo il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Airaudo, «bisogna apprezzare il grande coraggio e l'onestà di una grandissima parte dei lavoratori di Mirafiori che hanno detto di no all'accordo. Gli operai delle linee di montaggio hanno detto di no. Di fatto sono stati decisivi gli impiegati che a Mirafiori sono in gran parte capi e struttura gerarchica».
Come e meglio di Pomigliano (dove i “no” avevano raggiunto un 36% impensabile all'inizio), il risultato non permette a Marchionne di prendere cappello e chiudere la fabbrica, ma gli consegna un corpo sociale che nella sua maggioranza “vera” (gli operai di linea, quelli che “fanno” la macchina) non è affatto piegato al suo volere e lo ha detto con forza.
Per poter dare una valutazione seria di questo risultato occore ricordare che il fronte dei sindacati pro-accordo (Fim Cisl, Uilm, Ugl, Fismic) aveva prima di ieri il 71% dei voti nelle Rsu, mentre il “fronte del no” (Fiom, in primo luogo, più Cobas e Usb) soltanto il 29. Si è quindi verificato un “quasi” perfetto rovesciamento degli equilibri interni a questa fabbrica, da molti anni dipinta come “rassegnata” e ormai estranea al conflitto sociale.
Se riguardiamo il film dei giorni scorsi, fino al voto, dobbiamo ricordare le centinaia di persone, uomini e donne spesso in lacrime, che spiegavano alle telecamere che avrebbero detto “sì” solo perché messi di fronte a un ricatto in piena regola, un autentico “o la borsa o la vita”. Dobbiamo quindi sapere tutti – Marchionne, i “sindacati complici”, l'inguardabile classe politica di questo paese – che persino in questo microcosmo di 5.400 persone messe con le spalle al muro non trova “consenso” autentico uno imbarbarimento delle vite e un annullamento dei diritti che vuol riportare il lavoro nelle condizioni degli inizi dell'800.
Di fatto dunque, e non per paradosso, si tratta del risultato peggiore possibile per i sostenitori di questa “modernizzazione” a rovescio: dovete fare quel che avete detto, ma sapendo di avere la maggioranza contro. Qui, nel paese del bunga-bunga e dell'affidarsi a qualche santo.
Da questo dato prende una spinta decisiva anche tutto il movimento che va preparando lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio: “vincere è possibile”, come aveva spiegato Maurizio Landini prima del voto. Bisogna smetterla di farsi inchiodare dalla paura e dal pessimismo sistematico. In fondo, ci sono già riusciti a Tunisi...

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mercoledì 12 gennaio 2011

L'aiuto di Cuba ad Haiti.


Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha ucciso 250000 haitiani. Un uragano ha colpito la popolazione il 5 novembre lasciando almeno 1,5 milioni di persone senza un tetto sulle loro teste. Il colera è arrivato nella metà di Ottobre infettando oltre 80000 persone e uccidendone almeno 2100. Gli esperti dicono che in sei mesi il colera infetterà mezzo milione di persone.
I medici cubani sono in prima linea nel curare le vittime del terremoto inoltre, fino ad ora, si sono presi cura di più del 40% degli ammalati di colera. Sono infatti più di 900 i dottori e gli operatori sanitari impiegati nei 36 centri per la cura del colera. Un portavoce delle Nazioni Unite, Niguel Fisher, ha comunicato che gli operatori cubani lavorano in quasi tutti questi centri.
Hanno salvato delle vite. Complessivamente il 2,3% di 69.776 persone sono morte, ma tra le 25521 curate dai medici cubani la percentuale scende al di sotto dell’1%. Il medico argentino Emiliano Marisca, specializzatosi a Cuba e ora volontario ad Haiti, attribuisce questo successo alla fiducia che i medici cubani hanno guadagnato dopo 12 anni di presenza ad Haiti, dove si sono avventurati anche nelle località più remote per curare le persone.
[...] Il silenzio dei media corporativi fa innervosire Angel Guerra Cabrera, giornalista del giornale messicano La jornada: “Ho perso il conto di tutte le interviste e i report con [...] ong dentro e fuori di Haiti nelle quali la parte dell’aiuto cubano viene completamente dimenticata”.
Tralasciando il colera la popolazione haitiani sta vivendo nelle più atroci delle condizioni. Solo il 2% dei detriti lasciati dal terremoto sono stati rimossi da Port au Prince. La maggior parte degli haitiani, senza lavoro e senza educazione formale vive nella povertà estrema. La speranza innalzata nella popolazione dopo la vittoria elettorale del 2000 del Presidente Jean-Bertrand Aristide fu cancellata dal colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti solo quattro anni più tardi.
[...] Degli oltre 5.3 miliardi di dollari, promessi per la ricostruzione dalle nazioni più ricche del mondo, soltanto il 2% di essi è stato consegnato. [...] Leggi tutto...

domenica 2 gennaio 2011

VERSO IL VI CONGRESSO/COSTRUENDO IL SOCIALISMO DEL TERZO MILLENNIO..


L’anno che è appena cominciato segna il 50° anniversario della nostra Associazione nata nelle principali città italiane nei giorni in cui una forza mercenaria di 1.500 uomini finanziata, addestrata e armata dagli Stati Uniti tentò di invadere Cuba attraverso la Baia dei Porci per rovesciare la Rivoluzione. In sole 66 ore l’unità del popolo cubano respinse gli invasori, infliggendo agli Stati Uniti la prima sconfitta militare in America Latina.
ll nuovo anno vedrà qui da noi consolidarsi una logica liberista e autoritaria messa in campo da un manager filo-americano spalleggiato da sindacati venduti. La classe politica di sinistra è incapace di intravedere la deriva che si sta prospettando, pertanto ognuno di noi dovrebbe sentirsi chiamato in causa contro questo vile ricatto perpetrato ora sui Compagni delle Fiat, ma inesorabilmente orientato a investire l’intero mondo del Lavoro italiano. Se non ritroviamo subito unità e senso della lotta ci verranno rapidamente cancellati diritti faticosamente acquisiti.
Anche per Cuba il 2011 sarà un anno cruciale, è stato infatti convocato per Aprile il VI congresso del Partito Comunista Cubano che vedrà un inevitabile riassetto socio-economico e segnerà una svolta decisiva nella storia della Revolucion. A differenza che nei paesi capitalisti però a Cuba cambiare non significa tornare indietro e siamo certi che la “battaglia economica” che verrà intrapresa mirerà a preservare e sostenere un modello di società diversa.


Per approfondire l’argomento vi inviamo l’interessante articolo di Fabrizio Casari tratto da www.altrenotizie.org

ll VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, convocato per il prossimo Aprile, non sarà un congresso di routine.
Segnerà, in qualche modo, una decisa svolta nella storia della Rivoluzione cubana, che ha scelto di non rimanere ferma davanti all’inevitabile riassetto socio-economico, per salvaguardare la continuità del processo politico. E, come sempre, diversamente da quanto afferma la vulgata generale circa una scarsa democrazia in voga sull’isola, l’appuntamento congressuale stà pervadendo in lungo e largo il Paese, non si tratta certo una discussione tra le elites. Prima si sono svolti seminari nazionali con dirigenti e specialisti dei temi economici, quindi seminari in tutti i municipi dell’isola per preparare i quadri che parteciperanno alle riunioni con le comunità popolari. Dal 1° Dicembre fino al 28 febbraio, la discussione stà attraversando tutta la popolazione per poi raccogliere, entro l’11 marzo, proposte, emendamenti e opinioni sulla base delle quali si procederà alla stipula del documento congressuale. La discussione congressuale entrerà nel merito dei provvedimenti in qualche modo già annunciati. L’attualizzazione del modello economico e le sue inevitabili ripercussioni su quello sociale, saranno affrontate con una discussione le cui linee saranno indicate dal documento programmatico.
Nell’annunciare il Congresso, il Presidente Raul Castro ha indicato nella “ battaglia economica” il centro nevralgico della discussione, perché da essa dipendono sostenibilità e preservazione del sistema sociale cubano.
I media internazionali stampati su carta dell’impero, specializzati nel non voler riconoscere l’isola e le sue ragioni, hanno scritto a profusione su improbabili mutazioni genetiche del socialismo cubano. Cuba, infatti, accusata fino a ieri di essere inguaribilmente socialista, da qualche giorno è accusata di non esserlo più abbastanza. Le annunciate, profonde modifiche dell’organizzazione del lavoro sull’isola, hanno avuto, come effetto secondario, quello di spiazzare gli autocelebrati “esperti” che, dai bar di Little Habana a Miami, scrivono di Cuba.
Almeno nelle critiche c’è un tratto di coerenza: rimproverata per non aver mai aderito alla moda imperante del modello unico, l’isola subisce ora le reprimende per voler continuare a perseguire un unico modello. I suoi detrattori – almeno quelli non ingaggiati armi e bagagli dalla mafia di Miami – la accusavano fino a ieri come minimo di insostenibilità del modello, prodotto inevitabile dell’inapplicabilità del sistema. In sostanza, le colonne dei giornali che fino a ieri spiegavano l’inutilità di un’economia sussidiata dall’estero e sussidiante verso l’interno, oggi grondano di nostalgia per i sussidi.
Tra le tante obiezioni dei critici a tempo indeterminato, una delle più frequenti si riferiva all’insopportabilità sistemica della piena occupazione e del livellamento salariale, considerati due tra gli elementi da imputare all’utopia. Seppure simbolici di una concezione egualitaria e socialista della società, proprio in ragione della loro insostenibilità essi sarebbero luogo privilegiato della crisi della struttura economica del paese e, con ciò, primi nemici proprio delle aspirazioni di partenza.
Ponendo ipocritamente Cuba in alternativa a Cina e Vietnam, la sovrapposizione del sistema socialista e del modello cubano era utilizzata strumentalmente per declamare ragione e conseguenza della crisi del progetto di società scelto dall’isola caraibica. Confondendo fino ad ora i due termini (modello e sistema) e ciò che essi significano, i critici di cui sopra dimostrano di capire poco del sistema, del modello e di Cuba stessa.
La riforma del mercato del lavoro cubano, pur ripetutamente annunciata da ormai qualche anno, è certamente un fatto nuovo; apre scenari difficili da prevedere in tutta la loro portata e rompe schemi consolidati, cari all’ortodossia di nemici e amici. Ma appare, in buona sostanza, come un tentativo necessario di far fronte ad una crisi economica che va aggredita. L’intenzione evidente è semplice: far funzionare quello che non funziona. Inefficienze e disorganizzazione pesano troppo su un’economia che già patisce un blocco economico di quasi cinquant’anni, inumano ed anacronistico, che ha provocato oltre 751 miliardi di dollari di danni diretti e molti di più indiretti.
L’impossibilità di realizzare affari con Cuba, se si vuole farlo anche con gli Stati Uniti, produce una contorsione ulteriore della già difficile partita dell’import-export tra l’isola e i fornitori di prodotti. Le importazioni di Cuba (che non gode di linee di credito a medio e lungo termine garantite dagli organismi finanziari internazionali) sono pagate subito e a caro prezzo, mentre le esportazioni dei suoi prodotti, sulla base dei prezzi internazionalmente imposti dal Wto, risentono sia del livellamento verso il basso del valore di scambio dei prodotti, che della diminuzione della produzione nazionale, risultato di un’organizzazione interna del mercato del lavoro ormai insufficiente e superata.
Questo è uno dei punti chiave del problema. Con i nuovi provvedimenti, i privati, organizzati in cooperative, potranno lavorare nell’edilizia, nella falegnameria, nei trasporti nei servizi in generale; insomma potranno fare tutto quello che già – illegalmente e affrontando il rischio di multe – fanno. Si trasformerà insomma in diritto ciò che è già presente in fatto, eliminando sostanzialmente il mercato nero dei prodotti e delle prestazioni, che pure tanto danno reca alla già fragile economia e che tanta diseguaglianza intrinseca produce proprio nella patria dell’egualitarismo.
E se con la riforma del sistema valutario (nel 1994, quando fu legalizzato il possesso dei dollari) si mise una pietra tombale sul mercato nero della valuta, ora si spera che la legalizzazione di attività lavorative esercitate da privati riduca al minimo lo svolgimento delle stesse attività in nero. L’obiettivo finale è che tutto questo contribuisca a rendere minore la distanza tra la domanda di beni e servizi della popolazione e la possibilità dello Stato di soddisfarla. Sprechi, inefficienze e abusi possono essere fortemente ridotti proprio da politiche economiche premianti e calibrate sulle necessità del consumo interno. In particolare il trasporto pubblico e la manutenzione degli edifici, due tra i maggiori problemi dei cubani, possono ricevere una soluzione da queste aperture. Se per esempio si estendesse anche alle auto di recente fabbricazione e ai microbus quello che è già permesso da alcuni anni per le auto d’epoca e cioè l’utilizzo della propria vettura come mezzo adibito al trasporto pubblico, potrebbe generare impiego e ridurre le file.
E’ chiaro che cambiare molto non sarà semplice né rapido. Milioni di cubani andranno formati ed ulteriori ampliamenti della presenza internazionale negli investimenti sull’isola saranno inevitabili. Il welfare stesso – fiore all’occhiello del socialismo cubano – dovrà essere parzialmente finanziato dall’aumento delle entrate tributarie derivante dal lavoro privato, giacché il proseguimento del livello (altissimo) di assistenza non può poggiare solo sulla fiscalità generale che, unica al mondo ha nelle entrate una dimensione ridicola rispetto alle uscite. Cuba ha bisogno di riassestare in profondità l’organizzazione del lavoro e deve farlo incamminandosi verso un’economia mista (pubblica e privata) che generi il gettito fiscale necessario anche per la copertura del welfare. Verranno quindi concesse licenze per lo svolgimento di attività private destinate ai servizi e ogni impresa che assumerà lavoratori dovrà pagare la quota stabilita di salario, assistenza e previdenza. I profitti verranno tassati per aumentare le entrate statali. A questo si aggiunge la necessità di riprogrammare il cosa e il quanto lo Stato deve produrre e, quindi, la forza lavoro che ha bisogno d’impiegare. Perché in nessun manuale di socialismo é scritto che il lavoro artigianale non possa essere privato. Che un barbiere sia un impiegato pubblico, invece che un artigiano privato, non assegna patenti di autenticità socialista o, viceversa, ne riduce. Affidare ai privati la produzione di servizi destinati al consumo interno appare invece come un utile passo verso una modernizzazione del paese in un contesto di rinnovamento senza abiure.
Sarà un cammino faticoso, doloroso, irto di ostacoli, suscettibile di sollecitazioni ora difficili da prevedere e anche di ulteriori cambi di passo in corsa. L’istruzione, la salute, la difesa e la grande produzione industriale rimarranno nelle mani dello Stato, ma andrà formata una cultura del lavoro che non preveda l’impiego “a prescindere” dalle mansioni effettivamente svolte e che le stesse siano indifferenti alla domanda di consumo interno. Per questo Cuba è oggi obbligata a ristabilire un principio: il valore del lavoro dev’essere riflesso in quello del salario.
Ed è proprio la chiara intenzione di modernizzare e adeguare, invece che demolire, l’aspetto che scatena il sarcasmo e il livore scribacchino dei columnist che non trovano pace con Cuba e nemmeno con se stessi. Avrebbero preferito che Cuba dichiarasse la fine del suo sistema, l’insostenibilità del suo modello, il venir meno della sua utopia; tra le tante, l’unica ad aver avuto applicazione concreta. Si aspettavano, insomma, una resa senza condizioni, l’abdicazione dei princìpi prima ancora che l’azzeramento di un sistema. Sono delusi, da ciò dipende l’acrimonia.
Cuba ha scelto di rinnovarsi invece che di restare sotto l’albero con le mani in mano. Ha scelto di cambiare quello che non funziona proprio per non essere costretta a cambiare tutto. Ha scelto, insomma, di accettare la sfida solitaria. Una sfida che prevede l’adeguamento del suo modello economico alle necessità interne e alla congiuntura internazionale e che offre un’apertura di credito verso la capacità di rendere il modello più efficiente, è segno di profonda fiducia nello stesso.
Il socialismo cubano, che potrebbe essere definito un combinato disposto di giustizia sociale e indipendenza nazionale, ha bisogno di essere in linea con questi due elementi proprio per rilanciare il suo modello; perché il miglioramento dell’economia è un passaggio inevitabile per il mantenimento del modello e perché, salvare il sistema, passa proprio dal riuscire a riformare il modello.
Riformare, sburocratizzare, modernizzare: niente di tutto ciò significa tornare indietro. Al contrario, modernizzare e sbloccare, innovare e riformare, sono propedeutici al perdurare. Per tutto quello che ha significato e significa Cuba, per tutto quello che significa la presenza di un modello di società diversa, vale quindi la pena provarci. Cambiare non significa tornare indietro. L’isola socialista si vestirà elegante per questo appuntamento con la terza fase della sua storia, mentre a Miami continueranno a sognare un’impossibile restaurazione. Ma moriranno di rancore e di nostalgia guardando la baia dell’Avana nelle notti prive di foschia.E questo è il resto.
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